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Va a dà via i pixel

Octopath, non si esce vivi dagli anni '90: un gioco di ruolo vecchia maniera

13 Luglio 2018

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Octopath, non si esce vivi dagli anni '90: un gioco di ruolo vecchia maniera

Facile liquidare Octopath come una furbata per cavalcare la moda di tutto ciò che è retro e vendere, ancora una volta, i sogni di fine millennio a chi giovane non è più. Il titolo, in effetti, non fa nulla per nascondere le sue fonti di ispirazione: bastano un paio di schermate e la mente del giocatore d’antan torna al celeberrimo Chrono Trigger e ai primi Final Fantasy. Alla direzione artistica smaccatamente vintage corrispondono meccaniche che recuperano, non senza autocompiacimento, elementi di antimodernità: in Octopath spiccano il sistema di combattimento a turni e, soprattutto, gli scontri casuali, vera e propria croce gettata addosso a un’intera generazione di giocatori - i nati tra la fine degli anni ‘70 e i primi anni ‘80 - segnata dai giochi di ruolo giapponesi. Meglio chiarirlo subito, questo gioco non è per tutti.

Ma siamo sicuri che Octopath sia una minestra riscaldata? “Il gioco è stato sviluppato come successore spirituale di Final Fantasy VI”, ha dichiarato recentemente il produttore Masashi Takahashi. “Prima abbiamo creato una demo esclusivamente in pixel art, vecchio stile. Ci siamo però resi conto subito che i nostri ricordi erano meglio di quanto realizzato. Allora abbiamo preferito ricorrere alle tecnologie di oggi per fare cose che non erano possibili all’epoca. Il risultato è un ottimo mix tra le due generazioni”.

Come dargli torto. Dietro all’aria vetusta si nasconde una produzione curatissima nei particolari, nel design, nella fluidità di gioco: gli sviluppatori hanno ridotto al lumicino i tempi di caricamento, brevissimi - quando non del tutto assenti - durante il viavai tra una zona e l’altra della mappa, nei dungeon, nelle città. Il comparto tecnico punta tutto sulla resa del sistema di luci e ombre, degli effetti ambientali, delle dissolvenze, delle animazioni e, in particolare, su una montagna di pixel, in perfetta sintonia con l’atmosfera che si respira fin dalle prime battute. Per quanto di nicchia, il titolo quindi non può essere considerato retrogaming e resta, a suo modo, un prodotto dell’industria contemporanea.

Tutto inizia selezionando un protagonista - noi abbiamo optato per il ladro Therion - con cui cominciare l’avventura. Nelle prime ore di gioco incontreremo altri personaggi chiave (in totale sono otto) che, una volta completato il prologo ad essi dedicato, si uniranno al leader, dandogli la possibilità di capeggiare brigate di massimo quattro combattenti, da schierare combinando, con un minimo criterio, le caratteristiche di ognuno. L’intreccio viene svelato esclusivamente dal punto di vista dell’attore che volta per volta impersoneremo: la sceneggiatura copre fatti e questioni morali che definiscono i tratti del singolo eroe cui vengono dedicati filmati e scene di intermezzo, senza che, tuttavia, gli altri soci possano essere minimamente chiamati in causa, circostanza che si verifica solo durante l’esplorazione dei dungeon o nei combattimenti. Octopath porta avanti in parallelo non una ma ben otto trame con una disinvoltura tale da assicurare varietà e ricchezza alla narrazione; il risultato è che annoiarsi diventa obiettivamente difficile. Bisogna riconoscere, tuttavia, che un copione così spezzettato finisce inevitabilmente per perdere qualcosa in termini di armonia generale e di coesione del racconto.

Dove invece Octopath si rivela un prodotto tutto sommato conservatore è nelle meccaniche ruolistiche: oltre ai citati combattimenti a turni, troveremo i soliti punti vita, i non proprio originalissimi punti da spendere per eseguire tecniche speciali o evocare incantesimi, peraltro basati sugli abusatissimi elementi (fuoco, fulmine ecc.), i già visti scudi da abbattere per infliggere più danni, nonché il consueto corredo di armi e abilità da potenziare, e via discorrendo. Nonostante ciò, il sistema di progressione riesce a intrigare perché favorisce la sperimentazione: non tutti gli eroi possono sfruttare lo stesso equipaggiamento e le stesse magie ma, ad esempio, un ladro come Therion può essere personalizzato facendogli acquisire, mano a mano, caratteristiche tipiche di un’altra classe.

Per aggiungere un po’ di pepe gli sviluppatori si sono inventati le azioni di viaggio, che implicano l'interazione con personaggi non giocabili e la cui efficacia dipende da un bel po’ di variabili. Per intenderci, Alfyn e Cyrus possono studiare attentamente i viandanti e accedere, così, a informazioni utili, oggetti nascosti o addirittura sconti alla locanda del villaggio, ma il buon esito dell’indagine dipende dal grado di difficoltà della zona, specificato nella mappa del mondo, e dal livello del personaggio. Ancora, il fatto che il nostro Therion possa derubare il prossimo non implica la certezza dell’impunità: l’esperienza fino a quel momento accumulata e la destrezza della vittima condizionano il successo del furto.

Le azioni di viaggio servono poi per portare a termine le missioni secondarie, numerose e sufficientemente varie, seppur non memorabili: la qualità di scrittura è altalenante e le sottotrame spesso si dilungano in fatti di rilevanza marginale nell’economia della narrazione. Nondimeno, la maggior parte degli appassionati le giocheranno per raggranellare qualche spicciolo o mettere le mani su oggetti utili o preziosi. Il bottino così ottenuto permette di sopravvivere senza troppi patemi: il livello di difficoltà di Octopath, pur non proibitivo, non deve essere sottovalutato da chi non è avvezzo a questo genere di giochi.

In conclusione riteniamo che Octopath Traveler possa tranquillamente dire il fatto suo nell’odierno panorama dei giochi di ruolo di matrice giapponese. E’ un titolo che si porta dentro un fascino ancestrale, un prodotto senza dubbio per pochi, estremamente divisivo, ma che può regalare soddisfazioni ai giocatori più pazienti. E attempati.

Storia: 8/10
Gameplay: 7,5/10
Grafica: 8/10
Sonoro: 7/10
Longevità: 9/10
Voto finale: 8/10

di Luca Fabbri

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