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L’unico reato è la Federcalcio
di Christian Rocca

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Andrej Januar’evič Vishinsky

Dunque pare che la Juventus abbia convinto Antonio Conte ad accettare il male minore, a patteggiare con l’inquisizione sportiva. Passerà la tesi che patteggiare vuol dire ammettere la colpa, la colpa di aver saputo che c’era una combine ma non di averla denunciata ai piccoli Vishinsky della Federazione. 
Un’accusa che peraltro non è nemmeno l’accusa che il pentito Carobbio, il Ciancimino del calcio, ha rivolto a Conte. Carobbio, pur cambiando versione, ha detto che Conte era parte della combine e che l’aveva addirittura comunicata ai giocatori durante una riunione tecnica. 

Questo è illecito sportivo, non omessa denuncia. Ma Palazzi non gli ha creduto, anche perché una ventina di persone ha smentito la soffiata di Carrobbio. 

Un procuratore al servizio di un sistema non paradossale né sovietico avrebbe prosciolto Conte senza indugi, così come giustamente non ha coinvolto tutti gli altri giocatori e dirigenti. Avrebbe anche tolto qualche sconto di pena al pentito falsario. Invece ha mutato il reato, per non minare la credibilità del pentito su cui si basa tutta l’impalcatura dell’inchiesta. 

Cioè è successo che un poco di buono ha accusato uno stimato professionista di omicidio, ma non ci sono le prove, anzi ci sono le prove che sia tutto falso, eppure i pm lo mettono ugualmente sotto processo perché non poteva non sapere che qualcun altro avrebbe voluto uccidere una persona il cui cadavere peraltro non è stato trovato. Siamo oltre Orwell. Tanto più che l’onere della prova è ribaltato, come in un paese popolato di mozzorecchi e Travagli. Non saranno i Torquemada della FGCI a dover dimostrare l’accusa (a proposito: caro Monti, nessuna Spending Review su questi inutili e dannosi carrozzoni romani?), ma dovrà essere Conte a dimostrare in un processo lampo e senza dibattimento di non aver saputo niente della combine. Impossibile. Una farsa. Un’inquisizione medievale da far rimpiangere la fuga del dottor Ingroia verso un incarico guatemalteco. 

Il processo dunque non c’è, il deferimento inquisitorio è una condanna senza prove. La parola di un Ciancimino qualsiasi o di altri invidiosi giocatori falliti vale più di quella dell’allenatore dei campioni d’Italia, uno noto peraltro per la maniacale voglia di vincere (altro che appattarsi per pareggiare). La tesi della Juventus dunque è meglio un danno di due mesi, col patteggiamento, che andare alla guerra a mani nude per ottenere una sconfitta sicura (1 anno di squalifica). 
Siamo in zona Zaccone, però. 

Credo che Andrea Agnelli abbia fatto bene a difendere i suoi tesserati da questo ulteriore attacco dell’imbarazzante Palazzo romano che da 6 anni guida il calcio italiano verso il declino (non credo sia un caso che a contrastare questo declino ci siano solo Antonio Conte e Andrea Agnelli con organizzazione, competenze e capacità fuori dal comune. La Società e la squadra Juventus – con lo stadio di proprietà, il gioco entusiasmante e i calciatori italiani – sono l’unica certezza e speranza a fronte dello sgonfiamento della bolla guidorossiana e del declino berlusconiano delle due squadre di Milano. Guardate le facce dei vertici parastatali del calcio, compreso il miracolato Albertini, e capirete di che cosa sto parlando). 

Ma così come Andrea Agnelli ha già chiesto un risarcimento di oltre quattrocento milioni di euro a questa Federcalcio, per il golpe 2006, in quest’occasione avrebbe dovuto far saltare il banco. Non so come, ma avrebbe dovuto farlo, magari chiedendo l’abrogazione istantanea dell’inquisizione sportiva, anche a rischio di violare la clausola compromissoria (l’Inter, ai tempi, aveva presentato il famoso dossier ladroni alla procura di Milano, ma i Torquemada della Federcalcio non hanno fiatato e se avessero fiatato avrebbero prudentemente aspettato i tempi della prescrizione o escogitato pene pecuniarie inesistenti in modo da punire la manipolazione illecita dei campionati con i passaporti falsi in modo diverso che con la retrocessione). 

L’idea che uno sport professionistico e un business milionario con società quotate in Borsa possa ancora essere gestito da un ente parastatale con arcaiche regole extragiudiziali buone per campionati amatoriali non è solo ridicolo, è il vero reato che andrebbe perseguito e punito. 

Il patteggiamento di Conte non è il male minore. È un male e basta. Agnelli se ne pentirà. Ricomincerà a tuonare la grancassa mediatica del bar dello sport, anche se con juicio perché questa volta a Torino non ne sarebbero contenti e i giornalisti si sa che sono molto attenti a queste cose. 

Agnelli se ne pentirà perché si porterà dietro la squalifica di Pepe (perché uno dice in una telefonata che Pepe aveva detto di no alla combine) e la possibile fine della carriera di Leo Bonucci, messo in mezzo da una banda di delinquenti. 

Se Conte, Bonucci, Pepe e tutti gli altri hanno commesso reati vanno certamente puniti con severità. Ma compito di un processo è dimostrarlo, non presumerlo sulla base di ciò che dice un imbroglione colto con le mani nella marmellata. Ma siamo un paese che preferisce credere ai propri demoni, ai primi mascalzoni che passano e a un ente inutile e dannoso del parastato italiano. Poi uno dice lo spread.

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Luciano Moggi

Luciano Moggi

Luciano Moggi nasce il 10 luglio 1937 a Monticiano, in provincia di Siena. Manager e dirigente sportivo del mondo del calcio, è noto al grande pubblico per aver ricoperto dal 1994 al 2006 la carica di Direttore Generale della Juventus. Attualmente è collaboratore del quotidiano Libero

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