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Austerity indigesta a Berlino

La disciplina fiscale fa male anche ai suoi profeti

Martino Cervo

Martino Cervo

Martino Cervo, 30 anni, è caporedattore centrale di Libero dove lavora da quando lavora. Qui si occupa di racconti ameni e no, come diceva Guareschi, cui indegnamente si ispira. Co-autore di un libercolo su Obama, è su Twitter. Ma non sporca.
Austerity indigesta a Berlino
Siccome c'era Angela Merkel e bisognava sostenere che c'era l'asse Roma-Berlino in grande spolvero, quasi nessuno si è filato una cosa uscita sullo Spiegel (sì, quello di Schettino e degli italiani cialtroni). La cosa è questa: l'austerity tedesca, secondo la rivista tedesca, non funziona. Cioè, la ricetta esportata non sempre in maniera soft per il resto del continente non produce effetti nella patria mondiale del rigore contabile. Qualche cifra, che il giornale prende da uno studio dell'Institute for Economic Research di Colonia: solo 4,7 milioni di euro degli 11,2 di stimati risparmi per il 2011 sono effettivamente entrati nella pancia di Berlino. Nell'anno corrente, la stima è che dei 19,1 miliardi previsti si porterà a casa meno della metà. Per il 2013 (anno elettorale) l'istituto calcola in 1/3 il rapporto risparmi effettivi / risparmi previsti. Con comprensibile soddisfazione, il blog del Financial Times ha dato molto risalto alla circostanza, infilando anche altri dati in contraddizione con l'immagine (che resta comunque fedele nel confronto con i partner) della lucente e perfetta locomotiva tedesca, mettendo in fila le criticità della Bundesbank e il fatto che alla contestata asta di liquidità della Bce Mario Draghi hanno fatto ricorso 460 banche tedesche. Nulla toglie che la Germania corra e l'occupazione voli in mezzo a un'euroarea depressa: l'austeruty con cui si immagina una cura, però, non funziona neppure lì. 

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