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PILLOLE DI CLASSICA La Cgil beffata ad arte fa posto al genio Pollini

Il genio arriva e tutto il resto tace

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PILLOLE DI CLASSICA La Cgil beffata ad arte fa posto al genio Pollini
Mercoledì la Cgil della Scala ha indetto uno sciopero del coro contro non so cosa e (confesso) non m'interessa punto, perché l'inconveniente ha fatto sì che la Nona di Beethoven in programma fosse sostituita con la Leonora e il Concerto "Imperatore" per pianoforte e orchestra dello stesso autore (dipinto da Maurizio Pollini come un Michelangelo) e dalla Kammersymphonie di Schönberg.

Onore al nuovo direttore musicale Barenboim che ha gabbato l’onnipotente sindacato ma del quale, però, continua a sfuggirmi la completa grandezza alla bacchetta (al pianoforte dubbi non ci sono). Un suo problema è spesso (non sempre, in verità) la sensazione di scollamento dell'orchestra; sarà perché i pianisti-direttori possono aver chiara la visione dell'insieme ma molto meno pronta la capacità di trasmetterla col gesto agli orchestrali. E non si dica (come m'hanno raccontato abbia fatto il capotribù dei critici italiani Angelo Foletto) che sono proprio loro a dover capire al volo e sempre il nuovo duce.

Comunque, stando all’accaduto, gli archi erano tanto belli, la tromba fuori campo straordinaria e il clarinetto di Fabrizio Meloni sulla luna insieme con la viola di Danilo Rossi e il controfagotto d’una giovane signora che pare abbia rifiutato di stare coi Berliner per essere a Milano. Scarso, invece, il flauto di Marco Zoni. Poi, finalmente, l'Imperatore di Pollini. Che ha immerso tutti in un bagno di poesia a metà fra lo strutturalismo più stringente e la voglia (o necessità, chissà) di batter terre nuove e più vicine all'anima che sembra ormai impregnare le esecuzioni sue molto più di quanto mai abbia fatto nei decenni precedenti.

L'ho accennato su Panorama due settimane fa e l'ho detto al maestro di persona, passando a salutarlo, per palesargli quanto grato fossi lui di quell’esecuzione così bella: gli anni hanno portato l'arte del pianista più grande l'Italia abbia oggidì  ad aprirsi a un mondo perfino irrazionale ma molto, molto più profondo, che prima era come non esistere. Ho il dubbio, però, d'esservi riuscito perché la timidezza e una chiara ritrosia ne fanno un interlocutore quasi distaccato.

Primo tempo di senso pari al nome; secondo generato di virile ma delicatissima natura; terzo dall'allegria mai esagerata eppure di forza sovrumana e incontrollabile a chiunque non tenga polsi fermi d'animo e pianismo. Complice della bellezza il pianoforte Steinway di quel mago d'Angelo Fabbrini. Al trionfo e ai mille bravo che ho lanciato anch’io dal palco della direzione artistica dov’ero, Pollini non ha concesso bis (credo) per stanchezza. Ho un'origine ideale lontanissima da quella borghesia (cosiddetta illuminata) meneghina che ha stelle d'arte in lui e Abbado (i casi son diversi) e tiene in sommo spregio qualsiasi soggettività di sentimento. Ma quando l'arte parla non serve somiglianza di pensiero: il genio arriva e tutto il resto tace. La Cgil, tracollata in poco più di 50 anni da Di Vittorio alla Camusso, non lo sa. Pensando all'altra sera, aggiungo grazie a Dio.
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Commenti all'articolo

  • carlocadorna

    22 Gennaio 2012 - 15:03

    Condivido i Suoi articoli. Ho ascoltato Pollini nel 5° concerto sotto la direzione di Abbado: meraviglioso. Però, quando si va nel difficile, per esempio nella 111, quando hai ascoltato Benedetti Michelangeli, tutti gli altri, Pollini compreso, spariscono.....

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Nazzareno Carusi

Nazzareno Carusi

Pianista, nato a Celano, vive a Ravenna per amore. Ha suonato in tutto il mondo e il Washington Post ha recensito un suo concerto come “una serata d'arte mozzafiato”. Fra le istituzioni che lo hanno ospitato ci sono anche il Teatro alla Scala di Milano, la Carnegie Hall di New York, il Teatro Colon di Buenos Aires, il Toronto Centre for the Arts, la Brahms Gesellschaft di Amburgo, la Toyo Hall di Tokyo e la Federation Hall di Melbourne. I suoi dischi sono pubblicati dalla Emi. (foto by Daniele Cipriani)

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