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Troppi litigi: la Lega vuole richiamare i militanti che si scannano su Facebook e Twitter

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Matteo Pandini

Matteo Pandini

Nato a Lecco ma cresciuto a Bergamo, ho lavorato anche per il Giorno, E Polis e altri quotidiani e agenzie varie. Vivo tra Milano e le Orobie. A Libero mi occupo prevalentemente di politica, in particolare di Lega Nord e argomenti simili. Mi vanto di lavorare con Alessandro Giorgiutti e con il grafico Ciro Iafelice. Sono interista-integralista. Stimo moltissimo anche i colleghi del sito Claudio Brigliadori e Andrea Tempestini, sotto la cui dettatura sto scrivendo il mio curriculum per la quinta volta (prima non gli andava bene perché non li avevo citati). Ora posso riavere la mia merendina?
Troppi litigi: la Lega vuole richiamare i militanti che si scannano su Facebook e Twitter
Non se n’è parlato nelle riunioni ufficiali, anche perché l’attenzione della Lega è ovviamente catalizzata dall’inchiesta su Davide Boni. Però, prima della grana giudiziaria, in via Bellerio s’era ragionato su un’altra faccenda quantomeno curiosa. Parliamo dei social network, che in Lombardia Renzo Bossi e colleghi vorrebbero vietare ai dipendenti regionali. Nel Carroccio c’è chi pensa di equiparare i post su Facebook o Twitter a vere e proprie dichiarazioni pubbliche. Così da “punire” o quantomeno bacchettare militanti o dirigenti troppo chiacchieroni, soprattutto nei dibattiti sui litigi interni. Tanto per fare esempi concreti, all’indomani del voto sull’arresto per Nicola Cosentino, Roberto Maroni e Marco Reguzzoni avevano discusso proprio su Facebook. Mettendo in piazza i dissidi. E dopo la manifestazione della Lega a Monza, sabato scorso, alcuni esponenti del cerchio magico avevano accusato i fan di Bobo di aver boicottato il corteo. Sono spuntati anche dei gruppi a favore o contro Flavio Tosi, il sindaco di Verona che sta dividendo i militanti per il desiderio di schierare  - alle prossime Amministrative – una sua lista da affiancare a quella della Lega. Dibattiti così aspri da far venire voglia a qualche dirigente di imporre una sorta di altolà. A proposito di bavagli lumbard, veri o presunti. Su la Padania dell’8 marzo il direttore Stefania Piazzo se l’è presa con il Sussidiario e Repubblica colpevoli, a suo dire, di aver accusato il giornale leghista di censurare la notizia dell’indagine su Boni, relegata a pagina 6 e senza richiami in prima. Malignità, assicura il direttore nell’editoriale titolato “chiederemo a voi come si fa un giornale libero”. D’altronde, si domanda la Piazzo, “la libertà di scrivere e decidere cosa pubblicare è presunta o vera per i pubblici ministeri e i sacerdoti della stampa?”.

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