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«La Rai prima mi ha umiliata e poi mi ha esiliata a San Marino»

Ci ha raccontato per 9 anni il mondo al Tg2 e poi è stata la prima inviata di guerra donna della tv. Brava, bella e famosa. Ma è improvvisamente sparita

20 Dicembre 2010

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«La Rai prima mi ha umiliata e poi mi ha esiliata a San Marino»
Carmen Lasorella ci ha raccontato il mondo tutti i giorni, per nove anni (dal 1986 al 1995) all’ora di pranzo, su Rai2, con competenza e personalità, ritmo e fascino. Storie belle e vicende drammatiche, Carmen - uno dei primi volti femminili del telegiornale - è entrata nelle nostre case e ci ha conquistati, dalla scrivania della redazione ma anche  dai posti più lontani. Guerre, Africa, interviste, reportage: Lasorella, da inviata, nel 1995 ha rischiato la vita per  un agguato in Somalia in cui sono morte 10 persone. Dopo essere stata responsabile della sede Rai di Berlino per 5 anni, nel 2004 è sparita dal video. Puff. Dal 2008, ora, è direttore generale e di testata della televisione pubblica di San Marino.



Carmen Lasorella - anzi direttore Carmen Lasorella - che impresa incontrarla. Appuntamenti, viaggi, convegni: ha la giornata pienissima.
«Ho da sempre l’abitudine di lavorare parecchio, anche se negli ultimi due anni il mio lavoro è un po’ cambiato. Questa mattina ero a San Marino».
Già, spieghiamo subito. Dal 2008 lei è direttore di San Marino RTV.
«Direttore generale e di testata della televisione pubblica, al  50 per cento Rai. Un progetto nato negli anni ’90, che sta avendo un’accelerazione con dei buoni risultati. Il gruppo di lavoro è giovane e determinato. Ma non è un problema d’anagrafe, il desiderio di cambiamento ce l’hanno un po’ tutti».
Ma lei dove vive?
«Faccio la pendolare e mi sposto in auto, viaggio di tre ore e mezza. Da martedì a venerdì a San Marino, week end a Roma».
Appare molto in video?
«Pochissimo, per scelta. Al mio arrivo la situazione era difficile, bacino d’utenza risicato e conto in rosso. Mi sono dovuta improvvisare manager per sistemare queste situazioni, capire l’azienda, gestire il personale e i costi».
Ha un contratto a termine?
«Nessuna scadenza. Sono dipendente Rai, ma come per tutti i progetti ci sarà una fine. Non rimarrò a San Marino per tutta la vita, ma sta cominciando ora la fase per la quale ho lavorato due anni».
La gente che le chiede? Cosa le dice?
«Manco dal video con un programma mio dal 2004, sei anni. E sono tanti. Eppure - è incredibile -mi riconoscono ancora tutti. A volte basta la voce».
Beh, fisicamente è sempre in forma.
«Guardi bene, ho qualche ruga in più. Però me le tengo: mai fatto nessun ritocco».
È contraria?
«Non ne sento il bisogno, sto bene così. Ma se altri, grazie a un po’ di botulino, si sentono meglio, fanno bene a rivolgersi alla chirurgia estetica».
Raccontava della gente che la incontra. Domanda tipica?
«“Che fine ha fatto?”. “Perché non ci racconta più cosa accade?”. “Come mai l’hanno emarginata?”. C’è anche chi si spinge oltre. “Signora Lasorella, doveva essere più pratica e capire come gira il mondo!”».
E come risponde?
«Basta un sorriso».
Direttore, la infastidisce sapere che qualcuno, non vedendola più in video, è convinto che non lavori più?
«Beh, ora ho mille impegni e tanto lavoro a San Marino. In passato però è stato così. Per un lungo periodo, dal 2004 al 2008, sono stata  praticamente inutilizzata dalla Rai, con l’umiliazione di essere pagata senza lavorare. Naturalmente ho fatto altro».
Cosa?
«Ne ho approfittato per studiare. Ho scritto. Ma è stata dura».
Approfondiamo. Perché Carmen Lasorella, brava e famosa, di successo, improvvisamente è stata messa in disparte?
«Sono accadute molte cose, le solite spartizioni in Rai. Io ho le mie idee politiche, ma non ero tra gli sponsorizzati, né della destra né della sinistra, e sono rimasta fuori. C’era un governo di destra in quel momento...».
Eppure veniva da una trasmissione di successo: “Visite a domicilio”.
«Era un programma d’inchiesta. Spostavamo lo studio nei posti più incredibili d’Italia, portando ospiti ovunque anche in situazioni difficili e affrontando i temi più scottanti. Pochi costi, grandi risultati. Ma davamo fastidio, dopo un mese e mezzo hanno cercato di farci chiudere. Già l’orario in cui ci avevano collocati all’inizio era poco felice: alle 12.30. Poi ci hanno spostati alle 11  e infine addirittura alle 9. La formula troppo libera spaventava».
Come ha vissuto, poi, l’accantonamento?
«Ero a disagio, avevo un malessere interiore. Non è facile passare all’improvviso dall’adrenalina alla noia. All’inizio non ci credevo, poi mi sono resa conto. Ero in debito d’ossigeno. Malgrado tutto, però, non ho mai pensato di rivolgermi agli avvocati. Un po’ per orgoglio: ma come, con la mia notorietà avrei dovuto fare come un qualsiasi precario? Ritenevo che la logica del buon senso avrebbe sistemato tutto».
Invece?
«La cretina ero io, non avevo capito che dovevo andare dall’avvocato».
Lo ha fatto?
«È bastato mandare una lettera. Mi hanno convocata per propormi incarichi vari e poi ho scelto la direzione di San Marino. Ho detto sì, rinunciando anche un risarcimento che sarebbe stato importante :  dovevo lavorare».
Carmen, ma la rivedremo ancora in video?
«Si. Realizzeremo nuovi format e c’è un vecchio progetto che mi stava già a cuore anni fa e che sarei lieta di poter finalmente portare in video. Una trasmissione che avevo proposto in Rai, ma che non è stata neanche esaminata. Si partirà naturalmente dall’inchiesta, ma con una grande attenzione al sociale.».
San Marino RTV si vede sul digitale?
«Solo a livello regionale. Però sul satellite sarà visibile ovunque, grazie alla piattaforma Sky. E saremo anche su TV SAT».
Perdoni la battuta scontata, ma per tornare in tv è dovuta andare ancora all’estero…
«Un amico mi ha detto: “Dopo la Prussia, credevo ti mandassero solo in Siberia!”. In realtà mi sono avvicinata. Nella scelta ho tenuto conto della famiglia. In passato sono stata egoista, ora ho preso una decisione diversa. Per stare vicino ai miei genitori, papà Totore (da Salvatore) che ci ha lasciati due anni fa, e mamma Lillina che vive a Potenza».
Lei è sposata? Ha figli?
«Quasi. Sono fidanzata da 13 anni. Non ho figli: non avrei potuto fare la vita che ho fatto».
Parliamo ancora dei suoi genitori. E facciamo un salto indietro alla piccola Carmen.
«Nasco a Matera il 28 febbraio».
Del 1955, giusto?
«Non si chiede l’età a una signora!».
Ops, vero.
«Papà è avvocato, mamma farmacista. Ho un fratello più giovane di nove anni e sono una bambina terribile, ingestibile».
Un esempio, grazie.
«A due anni e mezzo sparisco, che ora chissà cosa si penserebbe. Dopo qualche ora mi riporta a casa una signora, racconta a mamma di avermi trovata su una strada fuori dal paese e di avermi chiesto dove stavo andando. Risposta: “A passeggio!”».
Urca, già indipendente. Scuole?
«Liceo Classico e leggo subito molto, anzi moltissimo: Bocca, Terzani, Hemingway e tutti i libri che trovo in casa, più quelli che compro ogni settimana.».
La passione per il giornalismo nasce subito?
«Sogno di poter viaggiare e raccontare. E intanto amo il teatro, leggo Pirandello».
E la tv?
«Zero,  non mi interessa in quegli anni. Ho la fissa della carta stampata».
Primo articolo?
«A 14 anni, nel paese dove mia mamma aveva avuto la farmacia, vedo per strada un contadino che tira un mulo. Sulla sella un bimbo,  attaccata alla coda la mamma, con una cesta in testa e una bimbetta alle gonne. Scrivo un tema sulla condizione femminile in Basilicata, che  poi viene pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno. È l’esordio e a 16 anni inizio a collaborare con i giornali locali.  Comincio a scrivere anche di economia».
Economia? E perché?
«Scelta fondamentale. Non ho raccomandazioni politiche né conoscenze particolari, allora decido di specializzarmi in un settore difficile e tecnico. Dove sarà meno agguerrita la concorrenza».
Geniale. Quando si trasferisce a Roma?
«Dopo il Liceo. Mi iscrivo a Giurisprudenza e mi laureo con il massimo dei voti. Intanto faccio il praticantato a “Il Globo” ».
Sempre economia.
«Diventando competente, passa  in secondo piano l’estetica. Non ero male come ragazza».
A proposito. Molte avances?
«Non mancavano. Dopo l’intervista, in quel periodo, scatta  spesso l’invito a cena. Una delusione, anzi una profonda seccatura. E lì prendo una decisione».
Quale?
«Solo interviste telefoniche. E sfrutto il mio cognome».
In che senso? Perché ride?
«Quando la segretaria di qualche economista importante domanda: “Chi lo desidera?”. Io rispondo: “Lasorella”. E così mi passano, immediatamente, chiunque!».
Buona questa.
«Sì, finché telefono a un tizio che arriva alla cornetta seccato: “Scusi, ma lei chi è? Io non ho sorelle!”».
Gli inviti a cena l’hanno accompagnata per tutta la carriera?
«All’inizio. Poi ad un certo punto il lavoro ha pagato».
Carmen Lasorella entra in Rai nel 1979. Scusi, ma lei non era quella cui non interessava il video?
«Ma sono giovane e ho bisogno di soldi. Mamma e papà mi vogliono avvocato e non sono favorevoli a vedermi giornalista. Dunque per orgoglio non chiedo aiuti economici alla famiglia e mi invento qualsiasi cosa».
Cioè?
«Dalle 6 di mattina alle 9 curo la rassegna stampa per la Sip. Fino alle 16 sono in Rai e dalle 16 a mezzanotte lavoro per l’Ansa».
Quando l’assunzione indeterminata in Rai?
«Dopo otto anni di precariato, ricevo tre offerte contemporaneamente: Messaggero, Ansa e Rai».
E perché sceglie la tv?
«Nel frattempo mi sono innamorata del video, dopo aver realizzato “Bella Italia”, una serie di cortometraggi. Il direttore Antonio Ghirelli, inoltre, mi ha fatto diventare faccia del Tg2 anche se precaria -  unico caso - ed è quasi inevitabile essere assunta».
Lei condurrà il Tg2 dal 1986 al 1995.
«Tra mille problemi e non poche prevaricazioni, sempre per il solito motivo politico, perché non sono targata.  Lavoravo a Rai 2 senza essere socialista!».
Curiosità. Mai conosciuto Craxi?
«L’ho intervistato quando era in esilio. Non stava bene, era lucido a tratti. Era capace però di ritrovare il suo piglio, con l’energia del solito Craxi».
Scusi, prima parlava di prevaricazioni. Di che tipo?
«Beh, per esempio non sono mai stata presa in considerazione per il telegiornale serale, che sarebbe dovuto essere un normale approdo. Ma sono andata avanti lo stesso e ho tirato dritto per la mia strada».
Tornasse indietro?
«Oggi mi rendo conto che tra il bianco e il nero ci sono mille sfumature...».
Carmen, quanti Tg ha condotto in nove anni?
«Più o meno 2000».
La notizia più difficile?
«C’è da mandare il filmato di un atto di violenza in Cisgiordania, in cui viene spezzato un braccio a un soldato palestinese. Visioniamo velocemente il servizio prima della diretta del Tg delle 13 e ci chiediamo se è il caso di mandarlo in onda».
Scelta complicata.
«Vince il desiderio di cronaca, ma presentarlo è difficilissimo: bisogna mantenere equilibrio, avvisare che  sono immagini forti, spiegare che è un episodio che avviene, comunque, all’interno di una guerra».
Lasorella, in quegli anni lei diventa il simbolo del giornalismo femminile. Conduce il tg con bravura e conquista il pubblico maschile, che si divide tra  lei e Lilli Gruber. 
«Con la Gruber non c’è mai stato un feeling particolare, vero. Ma nemmeno una rivalità tanto accesa: quella è stata creata dal gossip».
Carmen, il regalo più incredibile ricevuto da un ammiratore?
«Un mazzo di 365 rose bianche: non entravano nemmeno in ascensore».
Biglietto anonimo?
«Dopo qualche settimana ho conosciuto l’uomo che me le aveva inviate. Più belle le rose...».
A fine anni Ottanta lei diventa inviata.
«Per caso, perché è estate e sono tutti in vacanza. È il 1987 e c’è da seguire lo sminamento delle acque del Golfo Persico. Sono la prima donna inviata della tv in un teatro di guerra e fa scalpore».
Scalpore e audience.
«Sono tra i militari: l’impatto è dirompente. Io non me rendo conto affatto, per noi lì non lo è, ma quando rientro in Italia  scopro che se ne è scritto parecchio e piovono le richieste d’intervista».
Nel frattempo lei conduce “Tg2 dossier notte” e gira il mondo. L’incontro più strano?
«L’intervista a uno sceicco. Per protocollo non può parlare a una donna, dunque per rispondere alle mie domande si rivolge all’operatore. Situazione direi comica».
Carmen Lasorella, che caratteristiche servono per essere un inviato di guerra?
«Approfondire prima, adattarsi durante. E poi la capacità di vincere comunque la paura. Ma dopo la prima guerra del Golfo anche la guerra è cambiata: con la CNN è diventata un prodotto tv. Purtroppo, restano le guerre dimenticate e lo strazio di situazioni senza futuro. In una guerra perdono tutti».
Diceva del coraggio dell’inviato. Lei, il 9 febbraio 1995, in Somalia, rischia la morte.
«Quella data fa da spartiacque nella mia vita. Sono nata per la seconda volta».
Le pesa ricordare?
«All’inizio moltissimo, non avevo avuto il tempo per metabolizzare le emozioni che avevo vissuto».
E ora, 15 anni dopo? Le va?
«Siamo all’aeroporto di Mogadiscio per un servizio e c’è da tornare alla nostra base, che non è un albergo, ma la casa di un amico che è leggermente più sicura. Ci avvertono che il rischio è enorme, ci sono stati molti attentati con morti il giorno prima. Abbiamo una scorta enorme. Una follia: trenta uomini».
Quanti mezzi?
«Due pick-up, uno davanti e uno dietro di noi: viaggiamo su una land cruiser non blindata con i vetri oscurati».
Voi chi siete?
«Un ragazzo alla guida, io sul sedile anteriore, dietro il capo scorta Alì Shek, un altro ragazzo armato  e l’operatore Marcello Palmisano. Appena usciti dall’aeroporto il pick-up dietro si perde nella confusione e restiamo soli. Un camion ci taglia la strada da destra e sperona la nostra auto dal lato della mia portiera, che si accartoccia. Il nostro autista, un ragazzo di 20 anni, scende e prova a parlare con i guerriglieri, che sono del suo stesso clan. Cerchiamo di richiamarlo, ma lui ci ignora».
Che fa?
«Continua a parlare e litigare. La tensione sale. Dal camion un “cannoncino da venti” ci tiene sotto tiro. Uno degli assalitori sale alla guida della nostra auto. Il nostro autista  allora torna indietro e lo fa scendere. Mette in moto e prova a forzare il blocco, ma il risultato è una raffica di mitra che ci buca le gomme. L’auto continua ad arrancare per pochi metri e si ferma sul ciglio destro della strada.  Sparano tutti».
Lei come si ripara?
«Mi accuccio tra il cruscotto e il sedile. L’autista scappa. Alì Shek scende dall’auto per coordinare la difesa. Attorno a noi, intanto, arrivano tanti  pick-up armati, ne conto nove, siamo circondati. L’intensità del fuoco aumenta e noi siamo nel mezzo».
Quando dura questa situazione?
«Controllo l’orologio. Durerà 38 interminabili minuti».
Che vi dite lei e Palmisano, unici due a essere restati intrappolati nella vettura, in tutto questo tempo?
«Nulla. Un silenzioso rispetto per la paura altrui. Ogni tanto sollevo la testa per capire che succede. C’è puzza di polvere da sparo. Poi, improvvisamente, odore di gasolio. L’auto sta prendendo fuoco».
Che fate?
«Urlo a Marcello, che è disteso tra i sedili dietro e che io non posso vedere, di uscire. “Bisogna scendere!!!!”. Penso che sia bloccato dalla paura. Lo chiamo ancora. Lo scuoto con il braccio. Non risponde. Allora mi giro e lo sollevo di forza, lo tiro su. Ed è pieno di sangue».
Prima reazione?
«Piango, urlo, perdo completamente il controllo: i nostri destini erano legati,  lo specchio dell’altro. Non penso che sia morto, provo a sentire se il suo polso batte ancora, ma non lo trovo. Il fuoco, intanto, prende tutta l’auto, l’avvolge. Esco, corro e mi butto nella scarpata a destra. Cado sul corpo di un ragazzo somalo. È morto. Dopo poco mi ritrovo i kalashnikov puntati contro. Alzo le mani.
E Palmisano?
«È là, nell’auto. I somali, a gesti, mi indicano di consegnare il marsupio. Poi l’orologio. Urlo, in inglese: “My friend is inside!”, il mio amico è dentro l’auto. Il capo risponde freddamente: “No, your friend is died”, no, il tuo amico è morto. Oltre a lui, lo scoprirò poi, sono deceduti anche Alì Shek e altri nove uomini della scorta».
Paura? Terrore?
«Mi chiedo solo come morirò, come sarà quel momento. Ricordo le immagini dei colleghi ammazzati gli anni prima. Non temo una violenza, ma non sopporto l’idea che il mio corpo  subirà lo scempio».
Che succede a quel punto, Carmen?
«Mi legano i polsi con un cappio di plastica e mi tirano. Non possono toccarmi perché sono considerata impura, essendo donna e occidentale. Camminiamo, per strada  e donne e bambini si avvicinano e mi tirano  calci e pugni, colpiscono le spalle, i polpacci. Si arriva nel cortile di una casa e parte una trattativa. Ci sono tre partiti».
Cioè?
«C’è chi mi vuole uccidere perché anche Marcello è morto. C’è chi dice di salvarmi proprio perché c’è già stato un morto. C’è chi propone uno scambio di prigionieri».
Dove viene messa?
«In una cella su una rete senza materasso. Ho male dappertutto, un piede ustionato. Un bambino piccolissimo viene a giocare con me. Dopo quattro ore o giu di lì, perché non ho più l’orologio, decidono di liberarmi».
Lasorella, il suo ritorno in Italia è stato caratterizzato da polemiche. Accuse. Perché?
«Sono tornata viva, ero un testimone! E così era più difficile portare avanti le speculazioni più o meno telecomandate sulla vicenda»
Tradotto?
«Potevo dire chi erano i mandanti».
Chi erano?
«C’era l’ipotesi che fosse una multinazionale di banane e che nella società avesse una partecipazione la moglie del presidente del consiglio di allora».
Che era Dini. Carmen, tornata in Italia smette di condurre il Tg. Come mai?
«Non c’era più un rapporto di fiducia con il mio  direttore.   I nostri rapporti rimangono tesi tutt’oggi».
Lei poi conduce “Clichè”, viene nominata responsabile delle relazioni esterne della Rai, è autrice del programma “Prima donna” e nell’agosto del 1999 diventa responsabile della sede Rai di Berlino. Poi rientra, conduce il programma “Visite a domicilio” e improvvisamente sparisce. Carmen, ultime domande veloci. 1) Un tg che le piace?
«Rai News 24».
2) Conduttore preferito?
«Mentana».
3) Musica?
«Blues».
4) Un film nel quale vorrebbe vivere per una settimana?
«“Blade Runner”».
5) Rapporto con la religione?
«Sono cattolica credente».
6) Paura della morte?
«No. L’ho già vissuta».
7) Rapporto con il sesso?
«Gioioso».
8) Dove era l’11 settembre 2001?
«A casa, ho seguito tutto in tv».
9) Come l’ha cambiata la drammatica esperienza in Somalia?
«Da quel momento apprezzo di più le cose semplici».
Ultimissima. Le chiedessero domani di partire e fare ancora l’inviata di guerra?
«Guardi là. Quella è la mia valigia. Sempre pronta».



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Commenti all'articolo

  • venvela

    29 Dicembre 2010 - 00:12

    Ho letto con piacere l'intervista di Libero. Mi ricordo perfettamente che era alla TV. Mi dispiace molto non vederla più. Però se è alla TV di San Marino, la cercherò per vedere i suoi servizi. Io sono vicino abito a Cervia. Le faccio tanti auguri, spero che ritorni presto a incarichi più importanti. Augurissimi. Giancarlo Penso Venerdì Vela..

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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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