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«Io e Gino Paoli in mezzo ai trans a Parigi e...»

Lo storico organizzatore del Festival racconta una carriera da manager e svela vizi e virtù delle sue star «Berlusconi e il bunga bunga? In passato c’è chi ha fatto peggio: le ballerine non sono mai state verginelle»

7 Febbraio 2011

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«Io e Gino Paoli in mezzo ai  trans a Parigi  e...»
Adriano Aragozzini uguale Festival di Sanremo. Artisti da sballo, fanculo il playback, orchestra, applausi, polemiche e ascolti: le edizioni organizzate da lui - dal 1989 al 1993 - sono nella storia. Le più belle. Scoppiettanti. Amate. Aragozzini, però e per fortuna, non è solo Festival. Giornalista, manager, organizzatore di grandi show, Adriano - ora snobbato dalla tv - è stato a fianco dei più grandi artisti italiani e mondiali. Ora si racconta e ce li racconta.



Adriano Aragozzini, non possiamo deludere. Siamo sotto Sanremo e ci vuole un’intervista ricca di aneddoti e rivelazioni, scoop e retroscena.
«Le racconto quello che vuole, a parte la mia età».
Ma no, chissenefrega di quella. Anche perché è in gran forma e si vede, molto più del Festival che compie 61 anni ed è in affanno.
«A Sanremo sono legatissimo, mi ha dato grandi soddisfazioni. Ora però è cambiato. Non è più il Festival della canzone, ma della tv».
Tra poco più di una settimana il via. Lo guarderà?
«Penso di no, perché sono deluso da molte scelte».
Quali?
«Le canzoni. I cantanti. Morandi come presentatore. E poi le vallette: Belen e la Canalis. Tutto troppo nazional-popolare».
Una bocciatura netta!
«Come per tutte le ultime 17 edizioni. Anche gli ascolti le hanno bocciate. Ai miei tempi, nella serata finale, facevamo il 75 per cento di share. Ora se arriva al 50 per cento è un trionfo».
Poi approfondiamo. Adriano, ora lei che fa?
«Organizzo grandi eventi nel mondo. Sono il manager di Piero Mazzocchetti,  talento puro. E produco programmi per la tv, anche se questa televisione non mi piace più».
Perché?
«Alla Rai non ci sono più capostruttura competenti, si improvvisa. Quelle poche persone che se ne intendono - e tra queste mi ci metto pure io - vengono estromesse regolarmente. Ormai lavorano solo i raccomandati. La società con a capo la madre di Tulliani aveva preso un appalto da un milione e mezzo da Rai 1. La società della moglie di Bocchino produce fiction per Rai2. Le bastano come esempi? Se vuole, altrimenti, parliamo delle ragazze».
Raccomandate?
«Tutte. Dai politici».
Oplà. La politica è così presente nel mondo dello spettacolo? Perché sorride?
 «Io sono di destra. Ogni volta che Berlusconi ha vinto le elezioni  sono stato assalito dal mondo intero, produttori e artisti, gente che cercava una raccomandazione per il Festival: credevano che l’avrei organizzato ancora io!».
Aragozzini sta con Silvio o Fini?
«Berlusconi, chiaro. Inizialmente ero del Msi, poi An. Il comportamento di Fini, però, mi ha lasciato esterrefatto e mi sono allontanato».
Politica e spettacolo, lei è un esperto. Mai fatto “bunga bunga”?
«Mi viene da ridere. Quello contro il Cav è solo un dispetto politico. Tanto tanto tempo fa un Presidente della Repubblica ha fatto cose incredibili, ben peggiori, ma nessuno l’ha attaccato. Anzi, è stato coperto.  Cosa crede, vallette e ballerine non erano verginelle nemmeno 30 anni fa! È che allora non c’erano così tanti giornali...».
Adriano, chissà quante ragazze gliel’hanno sbattuta  sulla scrivania per  lavorare. La volta più sfrontata?
«Anno 1989,  sto preparando il Festival e viene qui nel mio ufficio una valletta famosissima, dice che vorrebbe presentare Sanremo».
Nome! Nome!
«No, non posso. Si siede davanti a me. Accavalla le gambe. Fa vedere le mutande...».
...e?
«Niente di quello che pensa. Quel Festival l’hanno presentato altre».
Aragozzini, torniamo a lei e ci aggiorni. Dove vive? Sposato? Figli?
«Sto tra Roma, New York e Miami. Sono separato e vicino al divorzio dalla terza moglie, ho una fidanzata e tre figli di 15, 14 e 9 anni».
A proposito di ragazzini, facciamo un salto indietro al piccolo Adriano Aragozzini.
«Nasco a Roma il 3 luglio di qualche anno fa. Siamo 5 figli, tre maschi e due femmine. Papà Enrico ex ufficiale della Milizia della strada, mamma Luigia casalinga».
E il baby Adriano che tipo è?
«Scatenato, rompiballe. Molto basso fino a 17 anni, tanto che il mio soprannome è “nanetto”».
Subito con l’idea di fare il manager?
«Organizzo partite di calcio tra amici in cui gioco ala sinistra alla Pedro Manfredini, poi serate di musica in un locale di via Veneto. Ma il pallino è fare il giornalista. E a 22 anni divento pubblicista: scrivo per “Sorrisi e Canzoni” e poi per “Oggi”».
Scusi, quando e come diventa agente di grandi artisti?
«Per caso. La Rizzoli manda una giornalista a intervistare Gino Paoli. Prima domanda: “Paoli, lei che cosa fa prima di cantare?”. Gino, artista di rottura, sorride: “Mi faccio una sega”. La collega si scandalizza, si offende e se ne va. Il servizio, però, non può saltare».
E lo chiedono a lei?
«Mi presento da Paoli. Prima domanda: “Paoli, lei che cosa fa prima di cantare?”. Gino ride e ci divertiamo ripensando alla collega. Nasce una lunga intervista e diventiamo amici. Finché un giorno mi chiede di fargli da manager».
Che tipo è Paoli?
«Grande artista. Il più matto-simpatico che abbia mai conosciuto. Senta questa. Concerto a Napoli, pienone, super incasso e ci dividiamo i soldi. Prima di ripartire Gino si ferma al mercato di Forcella e spende tutto, qualcosa come un milione e 200 mila lire. Quando riappare restiamo senza parole: tra i tanti acquisti ci sono una macchina fotografica, una bomba a mano, una rivoltella e una serie di film porno!».
Ahahaha. E ora perché quella smorfia furba? Racconti subito.
«Questa non l’ho mai confessata a nessuno. Metà anni ’60, vado con Gino a Parigi per presentare “Sapore di sale”. La sera ci buttiamo in un locale, siamo io, lui e una serie di donne bellissime. Meravigliose. Incredibili. Dopo un po’, la sorpresa: ci spiegano che sono trans. Sembra impossibile. Ma come? Mi alzo e punto la più bella, la invito al tavolo e offriamo champagne. Si parla, si scherza un po’ e arrivo al dunque: “Dài, raccontaci la verità: altro che trans, tu sei una donna!”. Scuote la testa, no. Insisto. Gino fa il timido e sta zitto. Dopo un po’, riesco a convincerla».
A fare, scusi? Mica avrà voluto controllare?
«Taaac, si abbassa le mutande e...».
...e?
«Trans, e pure con misure extra!! Da non crederci, una vera beffa».
Meraviglioso. Oltre a Paoli, lei diventa manager di Tenco.
«Me lo porta Gino: “Adriano, fìdati. È il più grande artista italiano”».
Raccontiamolo. Tipo burbero?
«Al contrario: simpatico, scherzoso. Come vedeva una donna, però, diventava silenzioso e serio».
Impossibile dimenticare quella volta che...?
«Ai tempi sto con una ragazza non molto intelligente. Io e Luigi allora ci inventiamo che siamo delle spie e la prendiamo in giro. Una sera, d’accordo con un amico, organizziamo una finta aggressione in cui pugnalo un finto terrorista. E lei impazzisce di paura. Ma quella volta a Roma...».
Cioè?
«Usciamo dal night, io ho la 600 di un amico e lui la sua auto potentissima, una Fiat 2300. Mi spinge da dietro, accelera, prendiamo velocità e mi capotto. Che paura...».
Della morte di Tenco al Festival, il 27 gennaio 1967, si è detto e scritto di tutto.
«Suicidio, le altre sono solo storielle. Era depresso perché la canzone era andata male. E non era lucido».
Cocaina?
«Non era lucido. Punto».
Aragozzini, lei ha gestito e lanciato tanti fenomeni della canzone. Qualche errore clamoroso l’ha fatto?
«Due, pazzeschi. Un giorno Paoli si presenta con un tizio: “Adriano, questo diventerà uno dei più grandi artisti italiani. Prendilo”. Lo guardo. È piccolo, basso, brutto. “No, Gino. È improponibile. Grazie”».
Lucio Dalla?
«Proprio lui. Un’altra volta invece mi dicono che c’è un certo Renato Zero, cantante sconosciuto, che mi vorrebbe come manager. Appuntamento in ufficio e mi trovo di fronte un tipo con una borsetta in metallo, tutto vestito strano. Si siede sulla spalliera di una sedia e appoggia gli stivaloni proprio sul divano nuovo in pelle, appena acquistato. “Cocco, mi vuoi allora?”.  Osservo il divano tutto sporco e lo fulmino con lo sguardo: “Nemmeno per sogno, ciao!”. Rifiutato».
Con Domencio Modugno invece non ha dubbi.
«Metà anni ’60, lo intervisto e diventiamo amici. Uomo straordinario, eccezionale. Un giorno, dopo un concerto alla “Bussola”, andiamo a dormire a casa sua in Toscana, villa meravigliosa incavata nella pietra. Arriviamo che è notte fonda, apre il cancello, scende dalla macchina, si toglie maglietta, jeans e scarpe, sale sulle rocce e si butta in mare, sparendo nel buio pesto. “Mimmo, Mimmooo!!”. Non lo vedo più, sono terrorizzato, sto per lanciare l’allarme quando riaffiora. “Ma sei pazzo?”. “Adriano, non hai idea di quali emozioni ti possono dare il mare, il buio e la notte”».
Nel 1984 Modugno sta male.
«Sta registrando “La Luna nel pozzo” per Canale 5. Ha un dolore al petto, lo visitano e dicono che è niente, gli danno un’aspirina. Quando peggiora è troppo tardi: ictus. Poi si riprende, ma non riesce a cantare, è stonato. Studia, ci prova tra mille difficoltà. Si deprime e ogni due giorni lo raggiungo, lo provoco, lo stimolo per farlo reagire e ce la faccio grazie soprattutto all’aiuto di sua moglie Franca. Il rientro, che gli organizzerò io nel ’91, sarà un trionfo in tutto il mondo».
Modugno morirà il 6 agosto 1994.
«Quando me lo dicono sono a Ischia. Affitto subito un aereo e lo raggiungo a Lampedusa. Penso di trovare chissà quanti amici, invece siamo solo io, la moglie e i figli».
Aragozzini, qualche altro nome. Patty Pravo.
«Quando ci conosciamo gira accompagnata da un’astrologa di fiducia. Sono in Venezuela e le organizzo un concerto, vado a prenderla all’aeroporto ma sull’aereo non c’è. Chiamo in Italia, preoccupato e arrabbiato. Risposta: “Gli astri sono contro, non sono partita”».
Tina Turner.
«La scritturo per un concerto in Italia con il marito Ike. Non si presenta. Organizzo una seconda data. Niente. Dopo qualche tempo, a New York, vado a conoscerla. Le dico: “Tu devi esibirti da sola, quando molli tuo marito chiamami”. E le lascio un biglietto da visita. Passa un anno e mi telefona, dice che avevo ragione. La raggiungo a Los Angeles, mi saluta come se fossimo grandi amici, mi abbraccia. Poi ci rivediamo in Italia e nasce una grande storia d’amore che durerà un paio di anni. Guardi qui, le lettere, i telegrammi e le foto che mi mandava».
Aragozzini, qualche dettaglio su Tina. Come si stava a fianco di una star come lei?
«Camera sua la chiamavo “Garden”. Aveva vetri di cristallo, quando pigiavi un bottone si aprivano le tende e restavi in mezzo a un giardino immenso».
E ora a che sta pensando?
«Vicino al letto Tina teneva un piccolo Buddha, davanti al quale metteva una mela. Una sera, prima di andare a dormire, ho dato un morso. La mattina dopo, quando se ne è accorta, stava quasi per gridare al miracolo!».
Buona questa. Adriano, nel 1989 lei organizza il suo primo Festival di Sanremo.
«Ci arrivo grazie a Biagio Agnes, allora direttore generale della Rai, ma devo prepararlo in soli 35 giorni. Nel ’90 invece lavoro con calma e cambio tutto, riporto la grande orchestra, abolisco il playback, abbino gli stranieri agli italiani e cambio le giurie: da quelle del Totip a quelle demoscopiche».
I suoi Sanremo – dal 1989 al 1993 – sono ricordati come i più belli. Un momento indimenticabile da raccontare?
«Rod Stewart deve provare, ma non si presenta. Poi pretende di esibirsi prima del previsto per non perdere l’aereo. Lo raggiungo in camerino e, davanti ai giornalisti, lo caccio: “Out of theatre”, fuori dal teatro!».
Quella del ’92 è anche l’edizione di “Cavallo Pazzo”: Mario Appignani beffa Baudo e grida al microfono che il Festival è truccato. Aragozzini, ora lo si può dire: era tutto organizzato per gli ascolti?
«Ma scherza? Era un pazzo vero. Sapevamo che voleva farsi pubblicità e avevamo avvertito la Polizia. Ma, non si sa come, è riuscito a fregarci. Baudo fu bravissimo».
Per lei il Festival è stato successo, notorietà, carriera. Ma anche guai. Il 9 luglio 1993 la arrestano con l’accusa di corruzione.
«Sette giorni di galera a Pontedecimo, ma trattato benissimo».
In quei giorni si parla di un nuovo caso Tortora. Si ipotizza che lei voglia suicidarsi.
«Vengo interrogato e i Pm dicono: “Se confessi di aver dato i soldi al sindaco ti liberiamo. Sappiamo che tua moglie è gravemente malata e che devi cercare sangue per le trasfusioni...”».
Mai stato tentato di parlare, anche solo per uscire?
«Sarei stato una merda. La situazione era drammatica, mi ha salvato la fede. E 4 anni e mezzo più tardi sono stato assolto in istruttoria senza processo».
E sua moglie?
«Gioia è morta pochi mesi dopo. Aveva solo 35 anni».
Da quel momento in poi non la chiamano più per il Festival. Che fa?
«Faccio il produttore degli show televisivi di Arbore e gestisco la sua “Orchestra italiana” con concerti in tutto il mondo».
Aragozzini, che bella quella fotografia sul pianoforte. È sua figlia Gigliola, vero? Le va di parlarne?
«È morta il 5 luglio 2001, leucemia. Aveva 23 anni. Era entrata nel mondo dello spettacolo a  mia insaputa, facendo un provino per Macao. Poi aveva vinto una selezione di 700 candidate ed era stata scritturata per il ruolo della protagonista nel film “Laura non c’è”. Si è ammalata nell’aprile del 2000. La perdita prima di mia moglie Gioia e poi di Gigliola mi hanno cambiato completamente. Ho una rabbia interiore e una tristezza che ormai mi porterò sempre con me. Fino alla fine».
Aragozzini, ultime domande veloci. 1) Il suo cantante preferito?
«Modugno il numero uno. Come tecnica, però, Mazzocchetti».
2) Dovesse scegliere, alla cieca, un brano da ascoltare del prossimo Sanremo?
«Quello di Vecchioni».
3) Rapporto con la religione?
«Sono credente. Mi sto riavvicinando a Dio dopo qualche dubbio».
4) Paura della morte?
«No. Però la vorrei senza dolore».
5) Ultimissima. Le proponessero di mettere mano al prossimo Festival, cosa cambierebbe in questi pochi giorni che mancano?
«Tutto. Tut-to».



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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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