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«Ho recitato con Eduardo e Totò ma mi manca tanto Bombolo»

Ha iniziato a teatro con De Filippo e poi è diventato uno dei più grandi caratteristi del cinema. Ora ha 83 anni e si è ritirato: «La tv mi annoia, guardo solo Geo&Geo»

21 Febbraio 2011

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«Ho recitato con Eduardo e Totò ma mi manca tanto Bombolo»
Enzo Cannavale è stato uno tra i più grandi caratteristi del cinema italiano. Film polizieschi con Merola, Bud Spencer e Tomas Milian, poi le sexy commedie di serie B e infine grandi interpretazioni con Troisi (“Le vie del Signore sono finite”), De Crescenzo (“32 dicembre”, Nastro d’Argento al migliore attore non protagonista) e Philippe Noiret (“Nuovo cinema Paradiso”, Oscar per il miglior film straniero nel 1989). Cannavale, che ha iniziato a teatro con Eduardo De Filippo, ora si è ritirato e vive a Napoli. Ha 83 anni.



Libri antichi, vecchi copioni teatrali ingialliti, locandine, recensioni, fotografie. Enzo Cannavale, questa camera è meravigliosa.
«Chistu è il mio studio, qui passo le giornate. È la stanza  che chiamo “fu Napoli”. Guardi quel libro, legga la data: 1864».
Materiale storico.
«Sto cercando di riordinare tutto, catalogare. Ogni giorno viene un ragazzo polacco per  aiutarmi a mettere apposto, ma il problema è che chill’ si mette a leggere. E  non facciamo niente».
Cannavale, a parte sistemare l’archivio cosa fa ora?
«Niente, mi riposo: ho concluso la carriera. Ormai ho 83 anni. Godo la casa. Sono sempre stato pigro, ora non guido e non esco quasi più. Anche perché se esci dove vai? Devi scansarti quando cammini».
E gli amici la vengono a trovare?
«No, ma non perché non vogliono».
E perché allora?
«Perché nun ce stannò cchiu’! Sono morti».
Ops. Enzo, la tv la guarda?
«Poco. Ho visto o’ Festivàl di Sanremo, ma nun me piace. Una volta le canzoni erano scritte dai poeti. Ora dai parolieri. E nun ce capìsc’ niente».
Film ne vede?
«Qualcuno. Sa quale è il mio programma preferito? Geo & Geo. Adoro la natura, amo gli animali».
Torniamo a lei. Le manca il teatro?
«Ho nostalgia della compagnia, delle tournée. Sa, ho iniziato a recitare che ero ragazzino».
Facciamo subito un salto indietro al piccolo Vincenzo Cannavale. Detto Enzo.
«Nasco a Castellammare di Stabia il 5 aprile 1928, primo di quattro fratelli».
Quando il contatto con il palcoscenico?
«Subito. Vado a scuola dalle suore e ci fanno recitare. Al debutto con la Filodrammatica devo dire: “Sia lodato Gesù e Maria”. È il mio momento, parlo e tutti si mettono a ridere. Il regista, incazzato, mi chiama: “Enzo, ma che hai detto?”. “E che ho detto? La battuta prevista: sia lodato Gesù e Maria”. Scuote la testa: “Tu non potrai mai fare l’attore drammatico. Sei un comico”».
Grande previsione. E grande carriera: lei inizia con Eduardo De Filippo.
«Leggo un annuncio sul giornale, c’è un concorso e cercano giovani attori per una commedia. Mi presento e De Filippo nun ce stà. Chi lo sostituisce mi ascolta e poi mi liquida con: “Le faremo sapere”. Penso che sia andata male e torno a lavorare».
Che lavoro fa in quel periodo?
«Impiegato delle poste. Guardi la faccia, nun se vede?”».
Buona questa. Ma la chiamano.
«Ricevo una lettera, mi convocano per un provino finale. C’è Eduardo e non mi escono le parole. Alla fine lui  si complimenta con tutti, ma spiega che deve scegliere solo uno di noi. E indica me».

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Enzo Cannavale visto da Nicola Vasinca

Già, Eduardo De Filippo. Si racconta che fosse burbero. Brutto carattere.
«Io non considero l’uomo, ma l’attore. Un genio, unico: l’artista superava l’uomo. Come quando dicono che Michelangelo era ricchione. Che me ’mporta? Era immenso! E poi...».
Poi?
«Eduardo non era burbero. Era un po’ chiuso, dava poca confidenza. Ma faceva bene. Sa cosa si dice degli attori napoletani?».
No.
«Se gli dai un dito se pigliano tutta a’ mano».
Cosa non dimenticherà mai di De Filippo?
«Quanto fosse persuasivo. Ti faceva capire tutto in un attimo. Per spiegare le parti le interpretava tutte. Anche quelle femminili».
Lei ha lavorato con i più grandi, tra cui Nino Taranto, Aldo Giuffré, Luisa Conte, Ugo D’Alessio, Peppino De Filippo.
«Peppino era molto diverso  da Eduardo. Con lui si rideva sempre».
C’era qualcuno con cui si frequentava anche fuori dal palcoscenico?
«No, era difficile fare comunella tra attori. Si lavorava in Compagnia per sei mesi, poi ognuno prendeva la sua strada e nun o’ vedevi cchiu’».
Dopo tanto teatro, Enzo Cannavale passa al cinema.
«Vengono a vedermi e propongono: “Vuoi partecipare a un film?”».
Accetta. Ed è l’inizio di una nuova carriera. Differenze?
«Il cinema è più freddo del teatro, non hai rapporto con il pubblico. E anche un po’ più facile: se a teatro dici na’ strunzata non puoi correggere».
Il suo primo film è nel 1959, “Sogno di una notte di mezza sbornia” con Eduardo De Filippo. Scusi, perché ride?
«La commedia viene ripresa al Teatro San Ferdinando. La pellicola, poi, va mandata a Roma, ma, chissà come e perché, viene perso il primo atto. E ci tocca rifarlo».
Continuiamo a parlare dei grandi comici napoletani. Lei lavora anche con Totò.
«Un vero signore, si vedeva che era nobile. E grande comico. Mai visto girare due volte una scena: improvvisava e diceva “Buona la prima”. Certo, con lui c’erano delle regole fisse».
Tipo?
«Non si iniziava mai a lavorare prima delle 14, perché amava dormire fino a tardi. Alle 17, poi, fiiiiiit, fischiava e tutti si fermavano. E ci mandava a casa».
Al di là dell’aspetto professionale, cosa le piaceva di Totò?
«Avevamo una passione comune: i cani. Anche lui li adorava, tanto che fece costruire una speciale casa di riposo per loro. Una volta trovò un bastardino che aveva problemi al lato destro del corpo e fece costruire uno speciale apparecchio per farlo camminare».
 Cannavale, lei è nella storia del cinema come uno tra i più grandi caratteristi italiani. Impossibile raccontare tutti i suoi  film. Dopo aver lavorato con Manfredi, Sophia Loren, Bramieri, a inizio anni Settanta si butta nel filone poliziesco con Mario Merola in “Sgarro alla Camorra” (1972).
«Divertente. Merola però nun si impegnàv, recitava a braccio».
Sempre tra i polizieschi, fa il Maresciallo Caputo nella fortunatissima serie di “Piedone lo sbirro” (1973), con Bud Spencer.
«Bud è un amico carissimo. Brava persona, legatissima alla famiglia. E ai valori. Le racconto questa».
Prego.
«Siamo in Sudafrica, a Johannesburg, per girare “Piedone l’africano”. Una sera andiamo a cena e portiamo con noi anche Baldwin Dakile, il bambino che nel film interpreta Bodo. Entriamo nel ristorante e restiamo senza parole: il bimbo non può entrare perché è di colore. Io e Bud ci guardiamo scandalizzati, di fronte a una scena di razzismo simile. E ce ne andiamo senza mangiare. Che ridere, invece, quella volta a Napoli».
Cioè?
«Stiamo girando una scena davanti a una banca, io vestito da brigadiere e Bud Spencer in borghese. Steno, il regista, ci mette in pausa. All’improvviso arriva una volante della polizia, scendono in due e ci puntano le pistole: “Mani in alto”. Capito? Chilli se credevan ca’ stavàm a ffa’ na’ rapina!».
Più visto Bud Spencer?
«A Ischia nel 2009 abbiamo recitato insieme. È stata l’ultima volta che ho lavorato e da quel momento mi sono ritirato».
Merola e Piedone, ma non solo. Il genere poliziesco lo continua con Tomas Milian, interpretando “Squadra antimafia” (1978).
«Pellicole di serie B in cui Tomas veniva doppiato. Milian era molto triste e serio in quel periodo, aveva trovato il padre ucciso».
A proposito di film di serie B, lei diventa uno dei simboli delle commedie sexy.
«Girate per far arricchire i produttori: costavano niente e incassavano moltissimo».
Beh, anche per voi erano una buona occasione per far soldi. Molti grandi attori di teatro si sono riciclati proprio nel cinema.
«Già, ma non sempre per scelta».
In che senso?
«Renzo Montagnani, amico e grande interprete, abbandonò il teatro per queste pellicole leggere perché aveva un figlio malato, ricoverato a Londra, e aveva bisogno di soldi per pagare le spese».
Le commedie sexy ora sono state rivalutate.
«Ci si divertiva molto, si improvvisava e ci facevamo scherzi di ogni tipo. Il mio complice preferito era Angelo Infante, il bersaglio preferito Bombolo».
Che gli faceva?
«Di tutto. Una volta gli ho staccato tutte le lampadine dalla camera d’albergo e l’ho lasciato al buio. E lui non sapeva che fare: “Tze tze tze”. Bombolo era un caro compagno. Semplice. Umile. Non si è mai montato la testa. Mi manca».
Enzo, quei film erano anche l’occasione per far vedere un po’ di  tette e qualche sedere. La più bella di tutte?
«Edwige Fenech, meravigliosa. Ma anche brava».
E lei, attorniato da così tante donne, è mai stato tentato?
«Guardi, quest’anno festeggio 40 anni di matrimonio con mia moglie Barbara: abbiamo tre figli. L’ho conosciuta che era giovanissima, ma sono stato più dritto di Berlusconi...».
Cioè?
«L’ho invitata a uscire con me il giorno del suo diciottesimo compleanno! E le ho regalato 18 rosse rosse, spiegandole che ogni anno avrei fatto la stessa cosa finché saremmo stati insieme. Mi ha dispensato a 36 anni, nun sapeva cchiu’ aro’ mettèrl!».
A proposito di Berlusconi, l’ha mai conosciuto?
«Teatro San Carlo qui a Napoli, 1990, anteprima di “Sabato domenica e lunedì”, film prodotto da Berlusconi Communications e Reteitalia per la regia di Lina Wertmuller. Arrivo in ritardo, Berlusconi si alza e mi viene incontro: “Cribbio Cannavale, l’ho sempre seguita!”. E inizia a elencare i miei film e tutta la carriera senza sbagliare niente. Sapeva tutto. Tut-to».
Enzo, appunto, torniamo alla sua carriera. Negli anni Ottanta, dopo il cinema di serie B, fa lavori importanti. Ne “Le vie del Signore sono finite” (1987)  interpreta il padre di Troisi, poi vince  il Nastro d’Argento al migliore attore non protagonista per “32 dicembre” di De Crescenzo (1988) e recita in “Nuovo cinema Paradiso”, Oscar per il miglior film straniero (1989).
«Grandi esperienze. Oltre a queste pellicole, però, le due che ricordo con più piacere sono “La casa del sorriso” di Marco Ferreri e “Trastevere” di Fausto Tozzi».
Enzo, ultime domande veloci. 1) Miglior comico di sempre?
«Totò».
2) Miglior attore con cui ha lavorato?
«Bud Spencer».
3) Rapporto con la religione?
«Sono credente quel tanto che basta per assicurarmi un posto in paradiso».
4) Paura della morte?
«Ci penso. Vorrei morire senza soffrire».
5) Ultimissima. Scelga: teatro o cinema?
«Troppo facile. Scelgo il teatro, il mio grande amore».



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Commenti all'articolo

  • carmineu

    22 Febbraio 2011 - 12:12

    Cannavale? Bravissimo, ne avessimo, peccato che sia sia ritirato,garnde comico, Bravo,gli auguro una serena vecchiaia.

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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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