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«Il mio show con Silvio al (finto) contrabbasso»

La faccia di gomma che ballava in «Yuppi du» e mangiava tazzine in «Non stop» racconta una carriera di risate. E un’incredibile serata con Berlusconi

14 Marzo 2011

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«Il mio show con Silvio al (finto) contrabbasso»
Jack La Cayenne si mangiava la tazzina del caffè. Jack La Cayenne alzava la gamba e la suonava come fosse una chitarra. Jack La Cayenne ballava da applausi in “Yuppi du”. Jack La Cayenne imitava Braccio di Ferro con mille smorfie. Mimo, ballerino, comico, Jack (nome vero: Alberto Longoni) ci ha fatto divertire al cinema e in tv. Ora è in pensione e fa sorridere per beneficenza i bambini malati.

Guarda le foto di Jack La Cayenne e un giovanissimo Silvio Berlusconi in versione musicista.

Jack La Cayenne, il viso è ancora di gomma. Le smorfie elastiche. La camminata molleggiata. Come si tiene in forma?
«Ho 74 anni, ma ad andare in pensione ghe pensi no. Se non ballo, impazzisco. Sono fatto così, ottimista, positivo, attivo. Ho vissuto sempre da ricco essendo povero».
Questa la spieghiamo meglio.
«C’era da andare in Germania a guadagnare il doppio? Preferivo Palma di Maiorca a metà stipendio, ma con amici, mare, donne».
Mica male come stile di vita. Jack, ma balla ancora?
«Certo, faccio anche rock and roll acrobatico quando capita».
E di cosa si occupa?
«Principalmente di spettacoli di volontariato. Beneficenza. Mi esibisco per i bambini malati, provo a farli sorridere con i miei personaggi. Charlie Chaplin. Michael Jackson, il manichino, il clown. Poi sto portando avanti due progetti».
Cioè?
«Registrare il “Ballo di Jack”, una canzone stile “Gioca jouer” di Cecchetto, ma con gli strumenti musicali anziché le azioni. Il grande sogno, poi, è trasformare i borghi abbandonati in grandi paesi dei balocchi e di musica per i bambini. Ho già adocchiato posti adatti qui vicino a Roma».
A proposito, perché un milanese come lei vive qui nella capitale?
«Mi piace il clima! A Milano ghè nebbia, ghè frecc. Qui è un paradiso e ci sto da 30 anni: ora vivo in campagna con mia moglie Franca, maestra d’asilo».
Figli?
«Davide ha 33 anni e fa l’autista, Simone ne ha 35 e fa musica a Berlino. Li ho avuti dalla prima moglie. Niente nipoti e non mi mancano: ho già i bambini degli ospedali cui pensare».
Jack, scusi la domanda diretta: volontariato, progetti. Ma di cosa vive?
«Ho la pensione Enpals, quella degli artisti. Ci sto dentro».
La gente quando la riconosce che chiede?
«Secondo lei?».
Della tazzina?
«Un classico e vogliono sapere se ne mangio ancora. E io...».
Alt, ne parliamo dopo. Altre domande?
«“Jack, perché non lavori più in tv?”».
Che risponde?
«Non mi fanno lavorare. Forse do fastidio. Forse questioni di invidia».
In che senso?
«Sono un artigiano, uno che sa fare tutto. Costumi, scenografie, trucco. E questo mette a disagio i colleghi e a rischio il lavoro della gente di settore».

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Le manca il video?
«Non mi manca niente in particolare, né video, né cinema. Mi manca il lavoro».
La televisione la guarda?
«Poco. Mi piace Quark di Piero Angela. Evito trasmissioni politiche e soprattutto spettacoli tipo “Ballando con le stelle”, non lo si può vedere».
Lo farebbe un reality?
«Ora no. Mi aveva attratto l’Isola dei famosi all’inizio, poi mi hanno raccontato che devi fare quello che ti indicano gli autori. La sopravvivenza, poi, io l’ho già sperimentata in tempi di guerra».
Jack, torniamo indietro allora. Al piccolo La Cayenne, anzi Alberto Longoni.
«Nasco a Giussano il 4 gennaio 1937. Papà Osvaldo è Commissario di bordo sulla nave Rex, la più veloce al mondo che fa rotta Genova-New York. Inoltre è violinista compositore. Tra viaggi e guerra però le vedo pochissimo e muore quando ho solo 10 anni. Mamma Luigia è di famiglia benestante».
Figlio unico?
«Una fratello e due sorelle. Io sono un bambino prodigio e a 9 anni suono il violino. Però non mi piace e smetto».
Scuole?
«Ma quali scuole? Studio fino alla terza elementare, poi abbandono per la guerra. All’oratorio guardo i primi film e mi appassiono al cinema. Così, prendendo i vestiti di papà, organizzo le imitazioni e i balli: Totò, Charleston. A Seregno, a 12 anni, vinco un concorso per dilettanti. E dopo aver visto il primo avanspettacolo a Milano decido di trasferirmi nella grande città. E ho solo 15 anni».
E che fa?
«Trovo lavoro alla Litografia Tavella. Poi sento dire a un amico: “Uè, mi fo la clac”, io faccio la claque. Lo seguo: ingresso gratis in tutti i teatri per applaudire a comando Taranto, Walter Chiari, Macario».
Quando diventa lei il protagonista?
«Una sera per caso incontro un gruppo di deficienti del mio paese, miliardari figli di papà: “Uè, se te fet chi”, che fai qui? Mi portano all’Embassy, un night. Bevono bottiglie da 5 litri di champagne e ballano. Io, timido e astemio, sto a guardare. Poi, appena sento suonare Charleston e Boogie boogie, mi scateno da solo in pista. Il direttore del locale mi chiama: “Uè, da dove vieni tu?”. “Faccio il litografo a 4500 lire a settimana”. “Se vieni qui a ballare ti do 1000 lire ogni sera”».
Accetta.
«Ma che fatica. Fabbrica la mattina, claque la sera e balli di notte. La mia fortuna è che poco dopo mi portano all’Arethusa, altro locale bellissimo dove si fa jazz. Mi offrono 2000 lire a sera, così mi licenzio dal lavoro. Ed entro nel giro dei locali milanesi, conoscendo altri posti meravigliosi ripo il Santa Tecla: grandi artisti a inizio carriera come Gaber e Jannacci e pareti affrescate da Fontana e Mantegazza, che se fossero state conservate chissà quanto varrebbero ora. Poi, impossibile dimenticarlo, Piero Angela bravo jazzista».
Il personaggio più incredibile conosciuto in tante notti?
«Il Conte Gigi Foresti. Ogni tanto andava a Parma dalla mamma, vendeva un pezzo di terreno e poi quando tornava buttava i soldi per aria per far ballare la gente».
Quando Alberto Longoni diventa Jack La Cayenne?
« In  pista faccio la parodia degli americani, dunque Alberto non funziona come nome, ci vuole qualcosa di più internazionale. Mi presentano come  Jack, ma ogni sera cambio cognome finché si inventano La Cayenne. E divento Jack La Cayenne».
Poi arriva il rock and roll.
«E cambia tutto. Nascono personaggi strani e nuovi, tra cui un certo Celentano che imita Jerry Lewis».
Come è il giovane Adriano?
«All’inizio eccezionale. Poi si è rovinato con il tempo, perché i soldi danno alla testa. È cambiato dopo il matrimonio con Claudia Mori. Il suo grande successo però lo deve al fratello».
Cioè?
«Alessandro Celentano, un genio. È stato lui il segreto di Adriano. Gli ha fatto da imprenditore, tosto e gran venditore, trovandogli contratti quando nessuno ci credeva, fino a portarlo dal regista Piero Livarelli che gli ha scritto i brani del boom».
Torniamo a lei. Con Celentano si esibisce in “Rock and Roll” al Palazzo del Ghiaccio nel ’57. Perché ride?
«Sono nel cartellone con due nomi: Jack La Cayenne e Torquato il Molleggiato. Prima dello spettacolo io e altri andiamo a mangiarci un panino, ma quando torniamo c’è troppa ressa e la polizia blocca tutti. Non riusciamo a salire sul palco. Celentano è costretto a fare tutto da solo, ballando con il mio stile. E diventa per tutti “il molleggiato”».
Dopo un secondo Festival del Rock con Celentano nel ’61, lei parte.
«Mi esibisco in tutto il mondo, Parigi, New York, Madrid con spettacoli individuali in cui faccio di tutto».
Scusi, perché quella smorfia particolarmente gommosa?
«I miei show sono accompagnati sempre da orchestre varie e a Milano, una volta, mi fanno da base i “Livio Gusmitta e i suoi solisti”».
Quindi?
«Guardi queste foto. A sinistra c’è Livio. Poi Alberto Baldan Bembo, fratello di Dario. E poi riconosce qualcun altro? La aiuto: quello in ginocchio».
Boh...
«Ehehehe. Guardi bene».
Difficile.
«Si tenga forte. Silvio Berlusconi! Non lo ricordavo nemmeno io, l’ho scoperto poco tempo fa! Mi hanno spiegato che suonava un finto contrabbasso!».
Meraviglioso.  Jack, andiamo avanti. Nel ’75 diventa famoso con un balletto memorabile nel film “Yuppi du”.
«Originariamente ci sono 10 ragazze e 10 ragazzi. Adriano vede le prove e boccia gli uomini. Tutti licenziati. Mi chiama: “Jack, serve un’idea nuova”. “Ce l’ho, ma non te la spiego. La vedrai direttamente”. E mi invento il balletto in cui ad un certo punto prendo una macchina fotografica, clic, e tutti si fermano».
Storico. Divertente poi quando alza la gamba e la suona come fosse una chitarra.
«Numero inventato da me nel ’64 e poi copiato da tutti».
Dopo il trionfo con “Yuppi du” al cinema, il grande salto in tv. Con “Non Stop”.
«Impossibile, ora, rifare un programma così. Ai tempi ci si fidava di autori bravi e giovani talenti sconosciuti. Ora si fanno lavorare solo persone già affermate».
Lei balla e poi fa impazzire gli italiani mettendosi in bocca una tazzina da caffè.
«Lo spunto nasce qualche tempo prima, in Spagna. A cena metto in bocca un pezzo di carne, poi un boccone di pane e infilo quasi tutta la mano spingere il tutto in gola. Poco fine, ma di grandi risate. Arrivati al caffè, allora, ci provo con la tazzina. E capisco che funziona ancora di più».
Difficile?
«No, questione di larghezza della bocca».
Lo sa fare ancora?
«Sì, ma non me lo chieda! Ora lo faccio solo per far divertire i bambini degli ospedali. Spiegando loro di non provarci mai!».
La situazione più buffa capitata per colpa della tazzina?
«Mi fermo in autogrill, ordino un caffè. Vengo riconosciuto. Silenzio surreale. Avvicino la tazzina alla bocca per bere, tutti a osservarmi con grande curiosità e attesa. Allora metto la mano davanti alla bocca per nascondere. Tutti a ridere».
Jack, siamo alle ultime domandine veloci. 1)  Come preferisce essere definito: ballerino, mimo, comico?
«Fantasista».
2) Il comico italiano più bravo di adesso?
«Benigni e Fiorello».
3) Di sempre?
«Walter Chiari. Ogni sera il suo spettacolo era diverso».
4) Rapporto con la religione?
«Sono credente, ma non praticante».
5) Paura della morte?
«No».
Ultimissima. Ha un sogno da realizzare?
«Mi piacerebbe costruire un locale per i giovani. Un cinecaffè, un cineteatro: ritrovo dove potersi esibire».



C’è qualche personaggio sparito che vi piacerebbe riscoprire?

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Commenti all'articolo

  • guga

    15 Marzo 2011 - 10:10

    Sono ultra contento di sapere di Jack, che generoso! Complimenti. Lo ricordo, quando da giovanotto, girava a Giussano zona "giardin di Piola" ora teatro tenda, e alle feste in piazza ai "baracconi" ora p.za Repubblica, con il violino che suonava a richiesta ma non con entusiasmo. Tanti saluti, Alberto, sei un GRANDE.

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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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