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«Nella mia vita a tutto jazz ho scoperto Bobby Solo e avuto mille donne»

Era uno de "I Gufi" e ha scritto la sigla di "Portobello". Poi è sparito dalla televisione: «Ti chiamano soltanto se fai pirlate, ora mi dedico ai migliori Festival del mondo»

29 Marzo 2011

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«Nella mia vita a tutto jazz ho scoperto Bobby Solo e avuto mille donne»
Lino Patruno jazzista. Lino Patruno cabarettista. Lino Patruno attore di teatro, compositore, scrittore. L’abbiamo conosciuto con “I Gufi” negli Anni ’60, poi ci siamo affezionati a lui e al suo banjo in tv, nella trasmissione “Portobello” (sua la mitica sigla del programma) di Enzo Tortora. Ora Lino ha 76 anni e continua a comporre e suonare. Musica jazz classica, naturalmente. La sua passione (con le donne).



Lino Patruno, ha una casa piena di strumenti musicali!  Cosa è quella specie di chitarra appesa al muro laggiù?
«Un sitar indiano. Questo, invece, è un sousaphone, ottone creato da John Philip Sousa alla fine dell’800. E vede quel contrabbasso tra il pianoforte e il banjo? Pensi che ha 150 anni».
Urca. E la radio appoggiata a terra?
«Ecco, osservi la copertina di questo disco: “Venuti-Lang, 1927-8”. Alle spalle dei due musicisti nota cosa c’è?».
Una vecchissima radio uguale alla sua!
«Non uguale. È proprio lei. L’originale. Adoro collezionare oggetti strani e d’epoca. Venga, le faccio vedere qualcosa di speciale».
Un disco raro?
«Il primo disco della storia del jazz, è del 1917. Di Nick La Rocca, un italo-americano: si ricordi che il jazz l’hanno creato gli italo-americani, non i neri. Loro hanno inventato solo il blues».
Diamo qualche numero. Quanti cd possiede?
«Pochi, solo 2500. Però ho 40 mila vinili e centinaia di spartiti d’epoca».
Quante ore suona al giorno?
«Quando capita. Compongo musiche per teatro e cinema».
È la sua attività principale?
«Una delle tante. Sono in pensione, ma ogni lunedì faccio serate qui a Roma nel locale “Alexanderplatz”. Il prossimo mese invece partirò per gli Usa: sono stato invitato a rappresentare l’Italia al più grande Festival del Jazz del mondo, a New Orleans. Con me ci sarà anche Franco Nero che presenterà il suo film “Forever Blues” per il quale ho scritto la colonna sonora. Ma Rai, Mediaset e La7, naturalmente, se ne fregano. Per loro conta solo l’audience e così noi italiani, che abbiamo creato la cultura nel mondo, siamo diventati l’ultimo Paese al mondo per cultura».
Lino, la gente ai concerti cosa le dice?
«Il pubblico mi vive come uno di casa. I fan mi domandano perché non vado più in televisione e sa che rispondo?».
Prego, dica pure.
«Perché dovrebbero chiamarmi? Io non faccio mica pirlate! Lo scriva, lo scriva pure. Se mi chiamassero, mi preoccuperei per me stesso...».
Buona questa. Lei che guarda in tv?
 «Tg, Sky24, “Anno Zero”, “La storia siamo noi”. Il resto non si può vedere».
Scusi la curiosità: vive solo?  È sposato?
«No, nessun matrimonio!!!!».
Perché tanto entusiasmo?
«Anziché rendere infelice una donna sola, ho cercato di renderne felici tante! Sono libertino, come Silvio. Se lui ha molte donne, perché non posso averle anche io?».
Siete pure coetanei.
«Lui ha un anno in meno. Ma io sono tutto naturale, mi guardi bene».
Già, niente capelli e niente riporti. Parla di Berlusconi come un vecchio amico...
«Ci siamo conosciuti 30 anni fa a casa di Craxi. Cene meravigliose in cui c’erano artisti, cabarettisti...».
...anche ragazze?
«Noo. Solo la mia fidanzata di allora, l’annunciatrice Katia Svizzero. Passavamo il tempo a suonare e cantare».
Anche il Cavaliere?
«Silvio mi diceva: “Cribbio, Lino. Conosci quella canzone francese...? Suonala che io canto”. Ero l’Apicella ante litteram».
Ahahaha. E Bettino?
«Faceva il padrone di casa. Grande uomo e grande politico. Non meritava di finire così».
Patruno, facciamo un salto ancora più indietro. Al piccolo Michele Patruno detto Lino.
«Nasco a Crotone il 27 ottobre 1935, il più grande di 5 fratelli. Bambino tranquillo, ma subito con una grande passione per la musica. Papà lavora alla Montecatini e ci trasferiamo prima ad Avigliana, poi a Tarquinia e a Roma. Dove, a 12 anni, vedo il primo film americano al cinema».
E...?
«Si intitola “Due ragazze e un marinaio” e c’è Harry James alla tromba. Che mi fa innamorare di quella musica. Così imparo a suonare il pianoforte. E da autodidatta, poi, scopro tutti gli strumenti».
Compresa la chitarra, che non lascerà mai più.
«Sto per partire per il mare e chiedo a un amico se mi presta la sua».
Per affinare la tecnica?
«Ma no, che ha capito? Per cuccare con le ragazze in spiaggia! Invece mi appassiono allo strumento».
A inizio Anni ’50 la sua famiglia si trasferisce a Milano.
«Dove nascono le jazz band. Musica nuova, un modo per distinguersi. Poi...».
Che succede?
«Nel ’57 nasce il rock. Musicaccia, solo rumore, ma molto semplice per la gente. Così noi del jazz veniamo ammazzati, ci fregano il pubblico».
Lei in quegli anni fa il professionista?
«No. Lavoro alla Montedison per quattro anni. Poi mi rompo le balle e mi licenzio da un giorno all’altro. Trovo un posto come consulente musicale alla Ricordi e faccio il talent scout».
Mai scoperto qualcuno poi diventato famoso?
«Nella pausa di un provino vedo in un angolo, tutto solo, un tizio che suona la chitarra e accenna un pezzo di Elvis Presley. Madonna che voce, penso. Mi avvicino. “Come ti chiami?”. “Roberto”. “Sei qui per un provino?”. “No, accompagno un amico”. “Canti bene, ti va di provare?”. “No, so cantare solo Elvis”. Lo convinco, registro la sua voce e la faccio ascoltare a Vincenzo Micocci , il direttore artistico. Il quale si gasa: “Chiamatelo subito che lo mettiamo sotto contratto!!”».
Chi è?
«Roberto Satti. Il nome però non funziona e bisogna cercare un nome d’arte. Micocci ha il colpo di genio: “Lo chiameremo Bobby! Ma senza cognome, solo Bobby. Sì, solo Bobby, solo Bobby!”. In quel momento nasce Bobby Solo».
Meraviglioso. Nel ’64 lei diventa uno de “I Gufi”.
«Colpa di una donna. Una notte, alle 3, mi telefona a casa Didi, ex fidanzata che aveva partecipato a Miss Italia, dice che vuole vedermi che le manco. Il giorno dopo ci troviamo e mi presenta alcuni amici tra cui Nanni Svampa, uno che traduce in milanese le canzoni di Brassens. Passa una settimana e ci risentiamo, spiega che c’è un progetto, vogliono fare cabaret. Nanni canta, lei presenta, Brivio che è attore recita. Gli serve uno che suona e lo propongono a me».
E accetta.
«Prendo tempo. Ma appena mi spiegano che si guadagna 8 mila lire, corro».
Come nasce il nome “I Gufi”?
«Siamo in taxi e c’è da decidere come chiamarci. A scuola, loro che si esibivano già insieme, erano “I corvi”. Propongo “I Gufi”, che piace».
Lino, proviamo a spiegare a un ragazzo di 20 anni chi eravate e cosa facevate.
«Un elemento di rottura con il teatro leggero e il varietà. Una forma di spettacolo ridotta, poca sceneggiatura e nessun abito particolare, ma capacità di far ridere con i contenuti. Lavoravamo sulle parole ed eravamo l’esatto contrario del varietà, che non diceva mai un cazzo e si metteva le pailettes».
A metà Anni ’60 “I Gufi” affrontano temi avanti nel tempo. Scottanti. Cantano canzoni macabre, fanno satira politica e sociale. Mai rischiato?
«A Napoli, spettacolo su Mussolini,  ci vogliono quasi linciare. Ci salviamo solo perché io, amico di Craxi, chiamo la sede del Psi che ci manda dei ragazzi a difenderci».
A proposito. A inizio Anni ’70, su Repubblica, la definiscono un jazzista di estrema destra.
«Cazzata. Solo perché faccio jazz classico mentre, secondo loro, per essere di sinistra bisogna suonare il jazz di merda».
In quegli anni Milano è una città viva, ricca di cultura, di giovani talenti come Gaber, Fo e Jannacci.
«Ogni notte, prima di andare a dormire, vado in un locale a Brera a suonare due pezzi al contrabbasso. Una sera si avvicina un signore. “Scusi, il maestro vorrebbe incontrarla”. In un angolo c’è un tizio con occhialoni neri. Mi avvicino, è Arturo Benedetti Michelangeli, miglior pianista italiano di sempre. “Suona ancora per me?”. Faccio altri due brani, poi torno a salutare. Si volta verso l’assistente: “Hai preparato i soldi?”. E mi fa dare un assegno da 200 mila lire. Rifiuto: “Maestro, l’ho fatto per lei. Mi lasci un bel ricordo di questo momento e se lo riprenda”».
Lino,  a donne come stavate? Quante conquiste ha fatto in carriera?
«Non è elegante fare numeri, ma ne ho avute tante: diciamo più di cento e meno di mille».
Raffinato. Nel ’69 “I Gufi” si sciolgono.
«Ci frega il povero Magni, che è sempre stato il nostro problema. Dà retta a chi sta attorno a lui, gente che gli mette in testa che è sprecato con noi. E se ne va».
Lei continua a fare cabaret con Svampa.
«E con Franca Mazzola. Negli Anni ’70 realizziamo anche serie televisive di buon gusto. Poi, però, la tv diventa proibitiva per chi ha degli ideali. E mollo: il cabaret non può avere limitazioni né padroni».
Nel ’74 sperimenta il cinema interpretando una piccola parte in “Amarcord” di Fellini, poi nel ’77 fa il grande boom in tv con “Portobello”.
«Tortora, che mi aveva conosciuto a fine Anni ’50, mi chiama per suonare jazz nella sua nuova trasmissione. E la cosa crea invidie tra i musicisti della Rai, che si incazzano. I discografici vicini alla Rai, inoltre, cercano di farmi le scarpe proponendo, all’inizio della seconda edizione, una nuova sigla del programma. Enzo dice di no ed è una fortuna: venderemo un milione di dischi».
Dopo quattro anni, però, resta a casa.
«Giri strani, subentrano altri gruppi. Ma intanto ho pubblicizzato il jazz».
Già, il jazz. Parliamone meglio. Quando la sua prima volta negli Usa?
«Nel ’73 vado a New York per il Festival di Newport».
Tra i grandi del jazz chi ha conosciuto?
«Armstrong, Joe Venuti, Gillespie, Thelonious Monk. La volta più bella però è con John Coltrane, che negli anni ’60 viene a Milano. Ha un contratto con la CBS, etichetta con cui lavoro in quel periodo, e stiamo insieme tre giorni. A cena dice: “Mi hanno riferito che qui c’è un saxofonista che mi somiglia molto, mi porti a sentirlo?”. È Gato Barbieri, che quella sera si esibisce proprio al Santa Tecla, locale in cui sono di casa e ho tutti gli amici. Immaginatevi la scena, mentre entro in compagnia di John Coltrane! Tutti ci restano di merda».
Patruno, lei è stato a tutti i Festival del jazz del mondo. Mai all’Umbria Jazz. Perché?
«Non mi hanno mai invitato. E comunque non ci andrei mai, il loro non è jazz vero. Quest’anno ci andrà Santana: che c’entra con il jazz?».
Ultime domande veloci. 1) Miglior jazzista di sempre?
«Bix Beiderbecke».
2) Di adesso?
«Nessuno».
3) Qualcuno con cui le sarebbe piaciuto suonare?
«Armstrong».
4) Miglior cabarettista di sempre e di adesso?
«Troisi. Ora non me ne piace uno in particolare, sono tutti troppo volgari».
5) Rapporto con la religione?
«Con tanti dubbi. In alcuni momenti mi sono avvicinato, quando sono stato molto malato».
Le va di raccontare?
«Quindici anni fa ho avuto un tumore alla laringe, poi uno alla prostata. Li ho sconfitti entrambi».
Quanto è stato d’aiuto il jazz?
«Avevo in programma 30 concerti, li ho fatti tutti con la flebo della chemioterapia sotto la giacca. Entravo in scena salutando e sorridendo, poi correvo sul retro del palco a vomitare. Ma ho vinto io».
Ultimissima e chiudiamo sorridendo, Lino. Differenze e punti in comune tra le due passioni della sua vita: il jazz e le donne.
«Sia il jazz che le donne ti conquistano perché hanno una grande sensualità. Il jazz, però, non ti tradirà mai».



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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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