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«Stare 15 anni in ammollo ha annacquato il mio jazz»

Era il protagonista dello storico carosello di "Bio Presto", poi è sparito dalla tv. E quello spot ha rischiato di rovinargli la grande carriera di chitarrista

18 Aprile 2011

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«Stare 15 anni in ammollo ha annacquato il mio jazz»
Franco Cerri ha 85 anni ed è uno dei più grandi chitarristi jazz italiani. Forse il più grande. Ha suonato con i fenomeni di tutto il mondo e gestisce da 25 anni la Civica Scuola di Jazz di Milano. La sua immagine, però, per la maggior parte della gente resta legata allo storico carosello del detersivo “Bio Presto” (andato in onda per 15 anni sulla Rai) in cui faceva l’uomo in ammollo. Uno spot che gli ha dato una grandissima popolarità, ma gli ha anche disturbato la carriera di musicista, rischiando di rovinarla.



Arpeggi, scale, percussioni, strumenti musicali, vecchie fotografie. Franco Cerri, qui alla sua scuola si respira una fantastica aria di jazz.
«È la Civica Scuola di Jazz di Milano. Casa mia, la mia vita. Passo tutta la giornata qui, tra i giovani e la musica: cosa chiedere di più? L’ho fondata nel 1987 con Enrico Intra e ora sono presidente onorario».
Sono molti gli studenti?
«Abbiamo 20 classi e 25 docenti. Gli insegnanti sono tra  i più bravi solisti italiani».
Lei quante ore suona al giorno?
«Sono diventato un po’  lazzarone. Faccio qualcosa ogni tanto,  ma solo in preparazione delle serate».
Già, Franco Cerri è considerato il chitarrista italiano più autorevole del jazz e...
«... sono solo il più anziano!».
Non faccia il modesto. È il più autorevole e si esibisce ovunque. Dopo tanti anni prova la stessa adrenalina di un tempo?
«Ho più paura di prima. Più tensione. Ma è il segreto per restare ad alti  livelli».
La gente che le dice?
«Mi coccola, mi regala carezze. Qualche tempo fa mi ferma una signora, più o meno della mia età. “Cerri, la seguo fin da quando suonava con il Quartetto Cetra e le confesso che sono sempre stata innamorata di lei”. La guardo e rido: “Ora me lo dice?”».
Buona questa. E quando le chiedono perché non va più in tv che risponde?
«Che non mi chiamano».
Cerri, permette una curiosità?
«Prego».
Come sono le mani di un grande chitarrista jazz?
«Guardi, sono bruttissime. Ho sempre avuto un corpo magro e delle manacce. Tutta colpa del mio primo lavoro. Muratore».
Parliamone subito. E torniamo all’inizio.
«Nasco a Milano il 29 gennaio 1926, in una di quelle bellissime case di ringhiera in zona Isola, via Nava 18. Secondo di tre figli: Sergio ora ha 88 anni e Rita 81».
Famiglia povera?
«Sì, in quegli anni ci sono pochissimi soldi. Papà Mario, nato nel 1900, è mutilato di guerra: a 17 anni ha perso mano e occhio sinistro e tre dita della mano destra. Ma non il senso dell’umorismo e quando si rivolge agli altri, indicando il suo sguardo, ama scherzare: “Sappia che non le sto strizzando l’occhio!”».
Il giovane Franco Cerri, diceva, inizia a lavorare subito.
«Muratore a 14 anni. E mi dicono: “Uhei pinèla, porta qui la molta!”, hei ragazzino, porta qui la malta. Io, piccolissimo, regolarmente cado con il secchio. Poi cambio lavoro e faccio l’ascensorista alla Montecatini per 11 lire al giorno».
Quando la prima chitarra?
«Me la regala papà nel ’43. L’ha pagata 78 lire e mi dice: “Hai voluto la chitarra? Ora suona”».
E lei gli dà retta.
«Imparo tutto da autodidatta. Senza sapere note ed accordi, senza saper leggere uno spartito. Soltanto orecchio. Quell’anno incontro un vecchio compagno di scuola, Giampiero Boneschi. Suona il pianoforte, è bravissimo e parla con la erre moscia: “Fvanco, quando a casa hai una buona idea mentve giochi con la chitavva, telefonami che ti dico che accovdo stai facendo così impavi”».
Scusi Cerri, perché ride?
«A proposito di erre moscia, ne ho una bellissima. Posso raccontargliela?».
Deve.
«Nel ’46 il grande Kramer, che ha lo stesso difetto di pronuncia, mi dice che sta disperatamente cercando un pianista per la sua orchestra e gli spiego che ho un amico che lo può aiutare. “Bene Fvanco, pvesentamelo”. Il giorno dopo telefono a Kramer e gli passo Giampiero. Che esordisce così: “Buonaseva maestvo”. Tututututu. Kramer gli mette giù la cornetta».
E...?
«Richiamo, è furibondo. “Fvanco, il tuo amico come si pevmette di pvendevmi pev il culo?”».
Meraviglioso. Torniamo ai suoi inizi e al primo incontro con Kramer.
«Nel dopoguerra la gente balla e canta nei cortili, dove io suono. Un pomeriggio il capo orchestra ci spiega che porterà Kramer a sentirci. Nessuno ci crede. Quando arriva restiamo senza parole. “Vagazzi, chi di voi conosce bvani amevicani?”. Tutti indicano me, che sono il più giovane. Dico 5 titoli e ci mettiamo a suonare insieme, io alla chitarra e lui alla fisarmonica. Poi mi mette una mano sulla spalla e dice: “Sei bravo!”».
E lei?
«Impazzisco per la felicità, corro a casa e sveglio i miei a notte fonda: “Ho suonato con Kraaaaaamer!”».
Reazione?
«Papà mi guarda. “Va’ in lecc che l’e tardi”, vai a letto che è tardi».
Quando il secondo incontro?
«Mi trovo al momento giusto nel posto giusto. Mamma mi manda a comprare il Corriere della Sera e non so in quale edicola andare. Decido per la Galleria e quando sono lì mi sento chiamare: “Tu, vagazzino! Sei quello che ha suonato con me?”. Io, timido, mi giustifico: “Scusi, ma ero emozionato. Ho suonato malissimo”. Ride. “No, tu hai paletta, uregia”. Orecchio. “Vieni con me domani che facciamo le pvove”. Corro a casa: “Mamma! Papà! Kramer mi ha ingaggiato!”».
Reazione?
«In coro: “Bastaaaaa!”. Però li convinco a venire e finalmente ci credono».
Con l’orchestra di Kramer, poi, conosce i grandi della musica italiana. Scusi, come mai quel sorriso?
«Registriamo la canzone “La classe degli asini” per Natalino Otto, che ad un certo punto si rivolge a me a tradimento: “Tu, Cerri, me lo sai dire dove sono i Pirenei?”. Io, imitando la voce dei vecchietti stile western, rispondo improvvisando: “I Pirenei si trovano, ma se si cercano. Se non si cercano, non si trovano!”. E Kramer decide di lasciare la battuta, con le risate dei musicisti,  nel disco e in tutte le ristampe. E il pezzo  diventerà celebre per questa stupidata...».
Cerri, intanto, diventa sempre più bravo e famoso. E si esibisce con i miti del jazz. Qualche incontro indimenticabile?
«L’impresario nel ’49 mi annuncia che mi farà suonare con Django Reinhardt, chitarrista belga che aveva suonato con Duke Ellington. Non dormo la notte. Quando lo incontro gli guardo la mano sinistra. Pazzesca».
Cioè?
«A causa di un incidente ha solo due dita, medio e indice. E fa accordi impensabili. Inimitabili».
Altro nome?
«Chet Baker, tromba incredibile. L’orchestra gli urla: “Soffia, soffia Baker”. Lui resta immobile, barcollando, a testa china. È strafatto e poco dopo lo arresteranno. Qualche tempo più avanti, allora, gli domando come ha fatto a farsi fregare dalla droga. Risposta: “Ho suonato con Charlie Parker, che per me è Dio. E se Dio si droga, il minimo è che lo faccia anche io”. Ma quella volta con Jim Hall...».
Racconti, racconti.
«Ci troviamo a casa di Locatelli, quello dei formaggi, per una Jam session e io sono vicino a Jim. Tocca a me e cerco di suonare più note possibili, velocissimo. Tocca a lui e fa poche note, perfette. Tocca ancora a  me ed esagero ancora di più. Mi guarda. Tocca a lui e si esibisce in un giro di blues alla velocità di Mennea. E poi un’occhiata come per dire: amico, andare lento è una scelta e se voglio so accelerare. Umiliato».
Nel ’54 Franco Cerri esordisce in tv.
«Mi chiamano per il programma sperimentale “Arrivi e partenze”. E per 30 anni resterò in Rai, con trasmissioni di ogni tipo, molte delle quali condotte da me».
A darle una popolarità storica, però, è la pubblicità di “Bio Presto” che inizia nel ’68. Quando diventa l’uomo in ammollo.
«Mi chiama l’agenzia e mi chiede di scrivere una musica per il carosello. Quando la consegno, mi osservano: “Visto che lei è già conosciuto in tv, le andrebbe di fare anche il protagonista della pubblicità?”. “Ma neanche...”».
Invece la convincono. Molti soldi?
«Sette milioni, poca roba. Fossi stato pagato per quanto ero conosciuto sarei ricchissimo».
Il successo di quel carosello è strabiliante e ancora oggi lo ricordano tutti. Quanto l’ha condizionata?
«Tantissimo. In quel periodo è quasi un incubo. La gente mi ferma per strada ad ogni metro e per tre anni evito di prendere la metropolitana per non essere riconosciuto».
E la carriera musicale?
«Fare l’uomo in ammollo per 14 anni un po’ l’ha disturbata. Molti colleghi musicisti mi guardavano male. E ai concerti avevo sempre fifa che qualcuno si annoiasse e urlasse: “Cerri, ma vai in ammollo”».
Mai successo?
«No, per fortuna. Ma avevo un trucco. Mi presentavo dicendo: “Vi spiego una cosa e poi non parliamo più di questo argomento: nella pubblicità non sono in acqua, altrimenti avrei sempre il raffreddore!”. Tutti ridevano e nessuno faceva più domande che imbarazzassero. Sa, la musica è stata ed è la mia vita e non volevo mischiarla ad altro. È la cosa più importante per me. Con la famiglia».
A proposito di famiglia. È sposato?
«Primo matrimonio nel ’51. Il secondo nel ’73 con Marion, la mia attuale moglie».
Figli?
«Stefano dalla prima moglie e Nicola da questa. Nicola ha 49 anni, Stefano oggi ne avrebbe 59. È morto nel 2000».
Le va di parlarne?
«Suonavamo insieme, emozione, gioia ed orgoglio indescrivibile. Nel giugno del 2000 io mi sono ammalato di tumore. A settembre mi telefona Stefano. “Papà, oltre alla musica ora abbiamo un’altra simbiosi. Quella tumorale”. “Non scherzare, dài”. “Me l’hanno diagnosticato mezz’ora fa”. Cancro al polmone, se ne è andato in due mesi. Io invece ne sono uscito e...».
...e?
«Penso che sarebbe stato più giusto se fossi morto io. Perdere un figlio è contro natura».
Franco, lei è nonno?
«Ho un nipote, figlio di Nicola. Ludovico ha 15 anni ed è affetto da una disabilità mentale. È il centro della nostra famiglia».
Cerri, ultime domande veloci. 1) I chitarristi jazz più bravi italiani?
«Sandro Gibellini, Gigi Cifarelli, Luigi Tessarollo, Bebo Ferro, Riccardo Bianchi e Roberto Cecchetto».
2) Stranieri?
«Django Reinhard, Barney Kessel e Jim Hall».
3) Rapporto con la religione?
«Credo esista un Dio. Ma non sono d’accordo con chi lo rappresenta».
4) Paura della morte?
«Se ci penso mi infastidisce».
Ultimissima. Franco Cerri ha un sogno?
«Andare avanti così, sorretto da gambe, testa e mani. Felice come un ragazzino. Il giorno in cui non ricorderò a memoria un giro armonico appenderò la chitarra al chiodo».




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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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