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«Ho sputtanato una fortuna ma non datemi del pirla»

È diventato famoso con il brano rap “Faccia da pirla”, arrivato al primo posto di vendite nel 1988. Poi è sparito: «Ero stonato e non sapevo cantare»

23 Maggio 2011

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«Ho sputtanato una fortuna ma non datemi del pirla»
Basta il titolo, “Faccia da pirla”. Brano che non ha certo fatto la storia della canzone italiana, ma ci è entrato arrivando al primo posto della classifica di vendite nel 1988. Ritmo rap e testo inesistente (“Sei un pirla / e c’hai la faccia da pirla / e sei vestito da pirla / e ti comporti da pirla!”), era cantanto da Charlie Marchino. Il quale, dopo altri due album che non hanno avuto fortuna, è sparito. Ora Charlie ha 47 anni e fa il produttore.



Charlie Marchino, canta ancora?
«No! Non sono mica un pirla! Sono stonato e non ho mai avuto voce».
Complimenti per la sincerità. Che fa ora?
«Produco dischi, anche se ormai non si vende più nulla. Sto seguendo “Ragazzo semplice”, giovane molto bravo».
Scusi, come mai sorride?
«Il suo primo singolo, intitolato “Costretto a venire”, è stato mandato a “Blob” con le immagini di Berlusconi e Ruby...».
Buona questa. Charlie, ma riesce a vivere di musica?
«Ultimamente arrotondo vendendo appartamenti. Per anni ho fatto solo il produttore e nel mio studio ho avuto artisti quali Adamski, Le Vibrazioni, Paola e Chiara, Baldi, Platinette, la Bertè. Poi ho curato la produzione esecutiva dell’album “Solo un uomo” di Mondo Marcio».
La gente la riconosce?
«Solo pochi intenditori. La domanda tipica è: “Ma Faccia da pirla era davvero dedicata a Jovanotti?”».
Se lo chiedono tutti e risponderemo più avanti. Restiamo a lei: le manca il palco?
«Non era per  me fare l’artista, mi sono divertito finché c’erano da fare stupidaggini. Poi ho capito che era meglio la fase creativa, occuparmi del music business».
È sposato?
«Ho una fidanzatina».
In che senso?
«Marta ha 25 anni. Fa l’Erasmus a Parigi, ci siamo messi insieme quando era appena maggiorenne. Siamo molto innamorati».
Charlie, lei quanti anni ha? Facciamo un salto indietro.
«Nasco a Roma il 21 luglio 1964. Mio fratello Phil ha un anno più di me».
Ma che nomi avete?
«Siamo Carlo e Fabio, ma ai tempi dell’oratorio ci piaceva farci chiamare all’americana».
Quando il trasferimento a Milano?
«A 5 anni perché papà Lorenzo e mamma Gianna aprono un negozio di borsette e pelletteria».
Che bambino è Charlie?
«Un piccolo pirla, ovviamente. Sono terribile e disubbidiente».
Scuole?
«Geometra, ma senza iscrivermi all’albo».
Quando il contatto con la musica?
«A 9 anni mi comprano  il primo disco: Rolling Stones. Poi, quando arriva la fase punk, cambia tutto e inizio a suonare la batteria con un gruppo che si chiama  “ X rated”».
Look?
«Jeans strappati, chiodo e capelli in piedi».
Nel 1982 lei diventa il batterista della band di Jo Squillo.
«Tournée in tutta italia per cinque anni. Contemporaneamente, però, lavoro come collaboratore nell’ufficio promozione della Polygram. Nel senso che imbusto i dischi. Finché mi chiedono di reclutare ragazzi per il servizio d’ordine del Festival di Sanremo 1987. E...».
...che combina?
«Sono il responsabile della sicurezza, arrivo nel backstage e vedo Patsy Kensit, bellissima, avvolta in un vestito celeste, un culo da favola. C’è buio, passo e taaac».
Taaac che significa?
«Mano morta! E  poi tutti gli  amici mi baciano il palmo. Chiamatemi pirla...».
A proposito di pirla, quando nasce il brano che poi la porterà al successo?
«Mentre suono con Jo Squillo faccio anche il fonico in sala prove. E preparo cose mie, così per ridere, su base rap e con strofe in inglese. Un giorno viene a prendermi mio cugino, c’è da andare a broccolare a una festa. Mi fa fretta, gli dico di aspettare che sto sistemando un pezzo. Glielo faccio sentire: “Che ne pensi?”. “Non me ne frega niente, andiamo”. Poi mi guarda, scuote la testa e dice, esattamente a tempo con la musica rap, “Sei un pirla!”».
E le dà l’idea?
«Resto fulminato. Alla festa si broccola zero e quel ritmo con “Sei un pirla” non mi esce più dalla mente. E completo il testo».
Beh, forse chiamarlo testo è eccessivo… Le parole sono: “Sei un pirla / e c’hai la faccia da pirla / e sei vestito da pirla / e ti comporti da pirla! / Ma sei un pirla / con le ragazze sei un pirla / ti sei conciato da pirla / e c’hai le scarpe da pirla! / maglie e e vestiti da pirla / e tutti insieme, dai, pirla / e tutti dicono pirla!/ Sei un pirla!!!”.
«Faccio sentire il brano a Jo Squillo. Sentenzia: “Non funzionerà mai”».
Urca che fiuto...
«Per due anni, però, tengo nascosta la canzone. La ascolto solo in auto».
Poi?
«Incontro un amico sassofonista, mi chiede se lo accompagno ai “Logic Studios” che deve vedere il produttore Michelangelo La Bionda. Saliamo sulla mia Citroen 2CV, capotte aperta, mi faccio fare 5 mila di benza perché sono a secco e partiamo». 
E sentite la cassetta di  “Faccia da pirla”.
«Ride, si appassiona. Quando siamo dal produttore gli propone di ascoltare il nastro. La Bionda accetta per cortesia, ma dopo il ritornello impazzisce: “Bellissima, registriamola subito”. Io lo guardo perplesso. “Veramente pensavo fosse una canzone da far cantare a gente tipo “i Righeira”. Mi fissa. “No, falla tu che hai la faccia giusta”».
Il disco esce nel 1988 ed è un boom. Charlie, la verità: era dedicata a Jovanotti?
«Nooo. L’ho scritta prima che diventasse famoso! Dopo il successo, una notte, sono in discoteca al “Plastic” di Milano. All’improvviso sento una manata sulla spalla. Mi volto di scatto, è Lorenzo. “Finalmente so chi sei!”. E giù a ridere».
Il colpo di genio, di quel disco, è la copertina. Il titolo “Faccia da pirla” scritto su uno specchio.
«Idea strepitosa del produttore artistico Massimo Zucchelli che raddoppia le potenzialità del prodotto».
Quando capisce che sta facendo un successo storico?
«Le radio mi trasmettono sempre. I “Logic Studios” sono nell’edificio della CGD e ogni giorno che arrivo il centralinista mi aggiorna: “Quindicesimo in classifica”. “Terzo!”. “Primo!!”».
Già, numero uno. Disco più venduto e popolarità devastante.
«I ragazzi vengono a cercarmi a casa, citofonano a mia madre. Che è costretta a cambiare nome sul campanello».
Cosa mette? Che c’è da ridere?
«Toglie il cognome Marchino e mette il suo da nubile. Ciarli. Così diventa la casa di Charlie Ciarli!».
Nel momento del successo lei è fidanzato?
«Mi piace una, che stranamente si innamora di me quando divento famoso. E poi mi lascia quando torno nell’anonimato. Coincidenze temporali…».
Guadagna tanto?
«Molto di diritti d’autore. E poi con le rapine in discoteca, come si chiamano in gergo:  5 milioni a sera per fare due canzoni con le basi».
E come investe i guadagni?
«Ricorda cosa diceva George Best?»
“Ho speso gran parte dei miei soldi per donne, alcool e automobili. Il resto l'ho sperperato”.
«Bravo. In quel momento ho 24 anni e non uso droghe. Amo divertirmi e  lo faccio».
Qualche esempio.
«Arrivo all’Hotel Pierre di Milano con la mia fidanzata e siamo vestiti da barboni, jeans strappati, chiodo e scarpe Dr. Martens. Mollo la 2CV in mezzo al parcheggio, arriva un tizio e dice che non si può. Gli do le chiavi e 50 mila lire di mancia, ci ripensa e la parcheggia tra una Porsche e una Mercedes. Entriamo e chiedo una stanza per tre ore. Scandalizzati, rispondono che le camere sono per la notte e costano care».
E lei?
«Mi faccio dare la suite migliore, 560 mila lire al giorno, e ordino champagne. Bagno rilassante nella vasca, mi diverto con la fidanzata e dopo tre ore me ne vado. Lasciando mance da 50 mila lire a tutti».
Stile di vita da sballo.
«Sì, nel giro di 4 anni spendo tutto e mi ritrovo a secco».
Quanto fa fuori?
«Sputtano più o meno 300 milioni di lire».
Pentito?
«Sarei stato un pirla se a 24 anni non mi fossi divertito così! Rifarei tutto».
Ora guadagna ancora qualcosa?
«Circa duemila euro  l’anno di diritti».
Nel disco “Pirla dance” c’è una canzone che si intitola “Susy scusa”. Il ritornello fa: “Me la dai? Me la dai? Me la dai o no?”.
«Ai tempi delle tournée con Jo Squillo, mi faccio una mini vacanza di tre giorni con il tastierista. Si va a Bellaria  con un terzo amico, broccoliamo e conosciamo delle ragazze. A fine serata, notte fonda, restiamo in riva al mare, un po’ bevuti, io, il tastierista e una certa Susy. E cerchiamo di convincerla a darcela a tutti e due insieme, inginocchiandoci davanti a lei».
E ve la dà?
«Macché! Però  nasce l’idea del brano».
Charlie, qualche incontro da raccontare del suo momento di maggior fama?
«Nei “Logic Studios” conosco  i “Depeche Mode” che stanno registrando “Violator” e un giorno, in un momento di pausa, mi metto a giocare a ping ping con uno di loro. Lo batto e scattano sfide ogni giorno con tutti. Ma quella volta…».
Che succede?
«Stanno incidendo “Personal Jesus” e mi chiedo come facciano a creare il ritmo tambureggiante stile marcia militare dell’inizio. Mi immagino chissà quale strumentazione, quali effetti tecnologici. Poi li seguo e resto a bocca aperta».
Che fanno?
«Si mettono sulla tromba delle scale e, sfruttando il rimbombo, battono i piedi, tutti insieme, tum, tum, tu tu tum. Registrano e poi mixano. Incredibile».
Meraviglioso. Nel 1991 lei firma per la “Psycho”, l’etichetta di Claudio Dentes. E, con Feiez di “Elio e le storie tese”, realizza il secondo disco intitolato “Charlie Goes To Holiday”.
«Feiez era un amico vero. Sono stato l’ultimo a parargli, quando è morto il 23 dicembre 1998. Concerto con la “Biba Band” per l’inaugurazione del locale Roialto. Salgo sul palco per salutarlo, scendo a prendere una birra e sento che smettono di suonare. Mi volto a guardare ed è a terra. Morto».
Il suo secondo album non va benissimo.
«Il tentativo è quello di dare una svolta e diventare più cantante. Ma non avendo voce è impossibile».
Nella sua carriera c’è anche un terzo Lp. Titolo: “Fottiti”.
«Veramente brutto, realizzato di fretta per onorare il contratto mentre ho già capito che il mio futuro sarà da produttore».
Charlie, ultime domande veloci. 1) Miglior cantante del genere demenziale?
«Elio . E poi  gli “Skiantos”».
2) Lei oggi produrrebbe una canzone tipo “Faccia da pirla”?
«No, i tempi sono diversi. troppo seriosi».
3) Musica preferita?
«Soul Anni ’60».
4) Film preferito?
«“Operazione sottoveste”».
5) Paura della morte?
«Paura del dolore».
6) Rapporto con il sesso?
«Spesso e volentieri».
7) Ricorda la prima volta?
«Con una tedesca a 17 anni e mezzo. Ho finito senza accorgermi di niente».
8) Ha avuto molte donne?
«Tante avventure. Sono sempre stato brutto, ma simpatico».
9) Qualcuno che vorrebbe riabbracciare?
«Feiez».
10) Le manca un figlio?
«Un figlio deve essere la conseguenza di un rapporto di coppia positivo. Ora sono felice, probabile che verrà».
Ultima. Charlie  si è mai sentito un pirla?
«No. Ma l’ho fatto tantissime volte».




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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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