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"Da poeta a Pellerossa. E adesso le pietre le tiro io"

Era il Bob Dylan italiano e a Sanremo 1967 cantò "Pietre" con Antoine. "Non mi piacciono Antonacci, Pezzali e Di Pietro. Dylan? Le sue esibizioni mi hanno stufato"

29 Agosto 2011

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"Da poeta a Pellerossa. E adesso le pietre le tiro io"
“Tu sei buono e ti tirano le pietre/Sei cattivo e ti tirano le pietre/Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai/sempre pietre in faccia prenderai”. Già, impossibile dimenticare questo grande successo del 1967 cantato a Sanremo e poi diventato una hit. A comporlo (con Ricky Gianco) e a interpretarlo (con Antoine) era Gian Pieretti, il Bob Dylan italiano (tra i suoi successi più famosi anche “Il vento dell’Est” e “Sei rimasta sola”, scritta per Celentano)  re della canzone di protesta. Ora Pieretti - look ed energia ancora da ragazzino - si esibisce in provincia con spettacoli sugli Anni ’60, sulla generazione beat e su Lucio Battisti.



Gian Pieretti, urca che look giovane.
«Sì, ma non mi chieda l’età! Guardi qui, le piace? Cappellino nero griffato col mio nome».
Non solo. Anche il codino. L’orecchino. La t-shirt nera, i pantaloni neri e le scarpe da ginnastica bianche.
«Ho pure due tatuaggi perché sono pellerossa onorario».
Niente domande sull’età effettiva. Solo una su quella virtuale: quanti anni si sente?
«Una sessantina. Mi mantengo giovane con la musica e vivendo da solo qui in campagna».
Sposato?
«Enza sta a Legnano, ma non siamo separati. Sono papà di Simone e nonno di Beatrice, che ha 7 anni e mezzo».
Torniamo al look. Si veste sempre così?
«Sì. A parte nello spettacolo che sto portando in giro attualmente, che si intitola “Una generazione di poeti”: racconto il movimento beat e ho un cappello a cilindro».
Altri suoi lavori?
«Faccio serate con “Il meglio della nostra vita”, cavalcata attraverso gli anni ’60, e “Fiori di Rosa”, tributo a Lucio Battisti».
Ha ancora molti fans?
«Ai concerti c’è tanta gente. E in molti si commuovono».
La domanda che le viene fatta più spesso?
«La più banale, la più assurda: “Gian Pieretti, ti tirano ancora le pietre?”».
Che risponde?
«Mi invento qualche battuta. Il mio successo più grande è “Il vento dell’Est”, ma tutti si ricordano soprattutto “Pietre”. Sa che farò? Sulla lapide chiederò di incidere questo epitaffio: “Sì, sono quello delle pietre. Cacchio guardi?”».
Buona questa. La musica di adesso le piace?
«Ascolto volentieri Zucchero - perché è semplice - e Ramazzotti». 
E Vasco?
«Rappresenta i giovani italiani che si rispecchiano nella mediocrità. Lui su certe cose però è geniale».
Gian Pieretti scrive ancora?
«No, perché non c’è più  possibilità. Ognuno ha la sua etichetta, non sai a chi rivolgerti. Scrivo per me, come ho sempre fatto fin da ragazzo».
Già, facciamo un salto indietro nel tempo. Al piccolo Dante Gian Luca Pieretti.
«Nasco a Ponte Buggianese, provincia di Pistoia. I primi ricordi sono un flashback sulla guerra. Le bombe, i tedeschi e tutti nascosti in silenzio, coi vitelli imbavagliati per evitare che facciano rumore».
Quando il trasferimento a Milano?
«Dopo le elementari. Papà vende castagne in inverno e gelati d’estate».
Primo impatto con la musica?
«Da ragazzo suono l’armonica a bocca e scrivo, ascolto Perry Como, Little Richard, Clif Richards, Wilson Picket, Eddie Cocklan e soprattutto i Rolling Stones. Un giorno decido di far sentire le mie canzoni a Ricky Gianco e lo tempesto di telefonate, finché, per sfinimento, mi dà appuntamento davanti al Cinema Orfeo. Segno di riconoscimento per entrambi, una giacca bianca».
Scusi, perché ride?
«Arrivo e mi trovo di fronte a 25 giacche bianche! Andavano di moda...».
Tra lei e Gianco  c’è subito feeling.
«E si inizia a comporre insieme. Durante alcune serate in Belgio, nel 1963, ascolto una canzone di Salvatore Adamo che si intitola “Amour perdu” e al ritorno in Italia incido “Perduto amor”, ispirata a quel brano, ma con altra musica».
Poi fa serate con “I Grifoni” finché a metà anni Sessanta arriva il beat. E il suo boom.
«Io e Gianco nel ’65 decidiamo di andare a farci un giro a Londra e conosciamo Donovan. Lo ascolto, resto incantato e capisco che quella è la mia musica. Quando sento cantare  “Catch the wind” chiedo il significato del titolo. Risposta: “Afferra il vento, il nostro vento. Il vento dell’Est”. Queste ultime parole mi entrano in testa e non escono più. E scrivo “Il vento dell’Est”».
Gian Pieretti così diventa il Bob Dylan italiano.
«Quando viene a Roma lo scrittore Jack Kerouac per una serie di conferenze, chiedono a me di rappresentarlo e di aprire i suoi incontri con la mia musica».
Curiosità. Se dovesse spiegare a un ragazzino d’oggi cosa era il beat e cosa era la generazione di Bob Dylan, che direbbe?
«Eravamo una generazione di poeti che faceva magie senza l’aiuto dell’elettronica. Solo con la voce e la chitarra».
L’ha mai incontrato Bob Dylan?
«Sono andato a tutti i suoi concerti - quasi trenta - in ogni parte del mondo, ma non sono mai riuscito a conoscerlo di persona!».
Non si è stufato di corrergli dietro inutilmente?
«Sono stufo delle sue esibizioni che non mi soddisfano mai abbastanza. Non di lui».
Il 1969 è l’anno di “Pietre”, grande successo che tutti ricordano.
«Il discografico chiede una canzone di protesta da portare a Sanremo. Sono a casa di Ricky e mi viene l’idea che nessuno ormai si fa i cazzi suoi. E metto giù le parole:  “Se sei buono...”. Non so come continuare, mi blocco. Poi mi viene la folgorazione: “...ti tirano le pietre”. E così nasce il resto del brano su cui lavoro insieme a Gianco. In questi grandi successi conta anche avere culo».
In molti vi hanno accusati di avere copiato una canzone di Bob Dylan: “Rainy day women # 12 & 35”.
«Ma no! Il trucco sa quale è?».
Quale?
«Su otto battute, per non fare plagio, basta che ce ne sia una differente. E pensi che in questo caso sono quattro quelle diverse! Anche Bob, quando ha sentito “Pietre”, ha detto che non c’entrava nulla con la sua».
A Sanremo, in coppia con lei, canterà Antoine.
«La prima scelta è Dylan, ma Bob risponde che non verrebbe nemmeno se Sanremo fosse la sua città. Donovan dice che il brano non è adatto a lui. Così non ci resta che Antoine, preso senza nemmeno fargli un provino. E...».
...e?
«Non riesce a imparare a memoria il testo, non sa le parole. E prima di salire sul palco se le scrive sulla mano con una biro».
Vi sentite ancora, 42 anni dopo?
«Raramente. È un solitario. Ora fa la guida turistica in Polinesia, viaggia in continuazione in barca».
Torniamo a quel Festival. Primo impatto?
«Divertente, ma con problemi di look. Noi beat in quel periodo siamo vestiti strani, capelli lunghi, pantaloni a zampa, mentre Ravera ci vorrebbe in smoking».
Chi ha la meglio?
«Canterò con una giacca rossa, faccia lei».
È l’edizione del suicidio di Tenco.
«Io e Gianco ascoltiamo la serata alla radio, in un ristorante, per evitare la tensione della platea. Tenco ci sembra strano, non canta come nelle prove. La mattina dopo la mamma di Ricky ci telefona: “Sì è ucciso Tenco”. Restiamo senza parole, anche perché la sera prima, al Casinò, ci era sembrato tranquillo».
“Pietre” si classifica all’ottavo posto. Poi vende molto, ma soprattutto nella versione cantata da Antoine.
«La interpreta in chiave ironica, nulla a che vedere con la mia ideologia di protesta».
Quanto guadagna, attualmente, di diritti?
«Circa mille euro al mese».
L’anno dopo lei fa il “Cantagiro” con “Felicità felicità”.
«E divento amico di Battisti, mio compagno di stanza, che canta “Balla Linda”».
Già, Battisti. Parliamone.
«L’opposto di come l’hanno sempre dipinto: è una persona divertente, simpatica, allegra. Con lui in quell’anno condivido scherzi, serate, donne. Ma anche momenti di tensione».
Cioè?
«È il 1968, c’è la contestazione e la gente pensa che noi guadagniamo molto».
Invece?
«Una diaria giornaliera di 10 mila lire più vitto e alloggio».
Che succede allora?
«A Torre del Greco e Perugia ci lanciano di tutto».
Gian, lei pensa a Battisti e...?
«Una volta Lucio mi dice: “A Piere’, un giorno o l’artro vojo scrive’ ’na canzone per te”. E io, pirla: “Grazie, ma me le scrivo da solo...”».
Ops. In carriera lei ha scritto anche per altri. I brani più riusciti?
«“Sei rimasta sola” di Celentano e “Nel ristorante di Alice” degli Equipe 84».
Nel 1973 Gian Pieretti torna con un nuovo progetto.
«Tre dischi di protesta. Il primo sulla transessualità. Il secondo sull’inquinamento. Il terzo sull’aborto».
Il primo, coraggioso, si intitola “Il vestito rosa del mio amico Piero”.
«L’idea mi viene incontrando casualmente un vecchio compagno delle elementari. Che nel frattempo si è fatto operare ed è diventato donna. Il tema omosessualità l’avevo già affrontato nel ’64 con “Uno strano ragazzo”.
Il progetto dei tre dischi però non decolla.
«Difficoltà a vendere, argomenti troppo difficili. Ora quel vinile  è introvabile e costa 1500 euro».
Pieretti, all’inizio parlava di due tatuaggi.
«Ventotto anni fa ho conosciuto i pellerossa ad Alessandria e sono rimasto senza fiato. Come se in passato fossi stato uno di loro. Da quel momento li ho seguiti ovunque in Italia, ho avuto l’onore di essere accettato tra loro e sono diventato un pellerossa onorario. Mi chiamo “Tunka Sila”, significa saggio».
Gian, ultime domande veloci. 1) Cantante preferito?
«Renato Zero».
2) Brano che le sarebbe piaciuto scrivere?
«“Il cielo in una stanza”».
3) Un cantante sopravvalutato?
«Tanti, troppi. Antonacci, Max Pezzali».
4) Sottovalutato?
«Nessuno, ora hanno tutti un culo pazzesco».
5) Un film nel quale le piacerebbe vivere una settimana?
«“Balla coi lupi”».
6) Rapporto con la religione?
«Sono credente, non fanatico».
7) Paura della morte?
«Assolutamente no. Paura del dolore».
8) Rapporto con il sesso?
«Fa parte della bellezza della vita».
9) Qualcuno che vorrebbe riabbracciare?
«Mamma e papà».
Ultimissima. Oggi, Gian Pieretti, a chi tirerebbe le pietre?
«A Di Pietro. Io simpatizzo per la Lega, lui non mi piace politicamente. E poi non ho mai capito come ha fatto a fare il Pm uno che non sa parlare bene l’italiano...».



C’è qualche personaggio sparito che vi piacerebbe riscoprire?

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Commenti all'articolo

  • RANMA

    30 Agosto 2011 - 12:12

    UN GRANDE FANTASTICO POETA.. GRAZIE per tutte le più belle canzoni di sempre che ci hai dato...

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  • omarfrankfurt

    29 Agosto 2011 - 16:04

    Simpatizzare per degli analfabeti al governo è meglio che simpatizzare per un ex PM analfabeta?

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    Rispondi

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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