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"Io non ho mai provato Urrà ma ho lavorato con Gassman"

È stato il protagonista dello storico spot Saiwa a fine Anni ’80, poi è sparito dalla tv. "Faccio l’attore a teatro e scrivo romanzi"

13 Settembre 2011

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"Io non ho mai provato Urrà ma ho lavorato con Gassman"
Ciuffo a banana, occhialoni, giacca a quadri e sguardo da sfigato. Ti fissava e poi urlava: «Io non ho mai provato Urrà!». Già, lo spot della Saiwa di fine Anni ’80. Meraviglioso. Indimenticabile. Lui, il ragazzo che non aveva mai provato Urrà, è Fabio Bussotti. Ora ha 48 anni, fa l’attore e scrive romanzi.



Fabio Bussotti, che beve? Caffè va bene?
«Grazie».
Un biscottino no?
«Non sono particolarmente goloso e ne mangiavo di più quando ero bambino e...».
...alt, alt, era solo una battuta! Gli “Urrà Saiwa” purtroppo non li fanno più.
«Già, Emiliano e Chiara, i miei figli di 10 e 8 anni, si devono accontentare di altri dolci. Quando sto con loro gli faccio compagnia, ma se sono solo, più che un biscotto, preferisco una buona birra. Tipo la Guinnes, la scorsa settimana me ne sono gustate un po’ a Dublino».
In Irlanda per vacanza o lavoro?
«Per un incontro tra scrittori italiani e irlandesi organizzato dall’Irish Writers Centre, accademia che cerca di valorizzare i giovani talenti irlandesi mettendoli in contatto con noi italiani».
Quindi lei, ora, fa lo scrittore?
«No, sono attore da 30 anni e mi sento attore. Però recentemente mi sono messo a scrivere e fare traduzioni. E le storie che avevo creato per i film le ho pubblicate come romanzo: “L’invidia di Velàzquez”. A febbraio uscirà un secondo libro: “Il cameriere di Borges”».
E il teatro? Cosa sta mettendo in scena?
«“Romeo e Giulietta”, a ottobre partiamo per una tournée in tutta Italia. Io sono Frate Lorenzo».
Perché ride?
«Mi fanno fare sempre il frate, avrò la faccia da religioso! È che da giovane mi tagliavano i capelli per la chierica, mentre ora ce l’ho naturale...».
Buona questa. Lei insegna anche, vero?
«Alla “Link Academy” diretta da Alessandro Preziosi, una sorta di università teatrale».
E qualcuno capisce che Fabio Bussotti è quello dello spot Urrà?
«A volte è imbarazzante. Sto parlando seriamente - che so - di Joyce o Shakespeare e c’è chi mi interrompe: “Ma sei davvero tu? Naaaaa!”».
Che risponde?
«Confesso. La gente vuole bene a quel personaggio. Lo amano tutte le generazioni».
I suoi figli hanno mai visto la pubblicità?
«Si sono divertiti molto. Ma ho la sensazione che non credano che “Mister banana” sia il loro papà».
Bussotti, facciamo un salto indietro a quando era lei il bimbo.
«Nasco a Trevi il 29 gennaio 1963, ho una sorella più grande - Leda che fa l’architetto - e un’infanzia felice».
Timido?
«Molto. Ma, come mi hanno insegnato i grandi del teatro, chi non è timido non può fare l’attore. Recitare è terapeutico, aiuta a vincere i propri problemi personali».
I suoi quali erano?
«Di rapporti con gli altri, vergogna. Mi  consideravo parecchio bruttino e quando mi piaceva una bambina mi nascondevo sotto le sedie. Sa che mi è capitato poco fa?».
Racconti.
«Rivedo casualmente una di quelle ragazze, parliamo e dice: “Ma come, ti piacevo e non mi hai detto niente? Sarei venuta volentieri a fare una gita al mare con te!”. Che beffa».
Già. Torniamo a quel periodo. Scuole?
«Liceo scientifico, poi Medicina. Ma mollo per il teatro».
Quando nasce la passione per il palcoscenico?
«A 15 anni vado a Spoleto per il Festival, giro l’angolo della piazza del Duomo e resto senza parole: seduto al bar c’è un signore alto, dinoccolato, con un nasone come il mio».
Chi è?
«Samuel Beckett! Se ne sta lì tutto solo, con una signora che lo protegge dai curiosi. Io spio e non dico niente. Troppa vergogna».
Andiamo avanti. Quando l’incontro con il teatro vero?
«Nel 1981 un amico va a Firenze, così gli chiedo di prendermi il modulo per l’iscrizione alla “Bottega Teatrale” diretta da Gassman. Siamo in 700 e ne ammetteranno solo 20. Mi chiamano per un provino, poi per un altro, poi un altro ancora. E dopo sette incontri c’è quello decisivo davanti ai Maestri».
Urca. Paura?
«No, sono eccitatissimo, non so perché ma sento che ce la farò».
 Affrontiamolo insieme, questo super provino.
«Ci sono Gassman e Albertazzi seduti in prima fila. Inizio con delle poesie di Montale. Poi Gassman dice: “Va bene Fabio, fammi sentire qualcosa di Jean Tardieu”.  È soddisfatto. Allora è il momento del monologo comico che è la mia specialità. Si diverte e, ridendo, mi ferma. “Carino, carino”».
Preso.
«Adolfo Celi è il mio primo maestro: “Fabio, tu sei portato per far ridere. D’ora in poi però dimenticatelo, faremo solo cose tragiche”. La mia fortuna: in carriera ho fatto 30 film drammatici».
Bussotti, parliamo di Gassman.
«Un maestro, ma anche un amico fino all’ultimo. Lavorare con lui è stata una grande fortuna: recitavo il ruolo dell’avventore ne “L’uomo dal fiore in bocca” di Pirandello”. Ogni replica,  un’emozione».
L’insegnamento che non dimenticherà mai?
«Una notte alle 2, in discoteca a Firenze mentre dalle casse rimbomba “Una vita spericolata”  di Vasco, il Maestro prova a spiegarmi come si capisce e si interpreta un personaggio. Prende un tovagliolo, lo apre sul tavolo. “Vedi, Fabio? Questo è il personaggio. Lo studi, lo esplori totalmente”. Ripiega il tovagliolo e lo chiude. “Poi torni all’inizio e cerchi di farne una sintesi”. Al momento non capivo bene, l’ho inteso con il tempo».
Lei si diploma e nel 1986 inizia con qualche film.
«Il primo è “Windsurf, il vento nelle mani” diretto da Claudio Risi, con Philippe Leroy e Pierre Cosso».
Poi?
«Sono a Pescara in tournée teatrale, mi chiamano quelli dell’agenzia, dicono che c’è da fare un provino per la pubblicità. Torno a casa per una doccia, ma sbaglio qualcosa: lo shampoo è strano e i capelli mi diventano vaporosi. Troppo, sembrano Blob».
Che succede?
«Arrivo per il provino e tutti si mettono a ridere, mi fanno dire un paio di cose ed è fatta. Appuntamento alla settimana successiva».
Quanti giorni sono necessari per preparare la pubblicità Urrà?
«Un pomeriggio! Quattrocento ciak per registrare quattro spot tutti differenti, due brevi da 15 secondi e due da 30 secondi».
Parliamo del look. I capelli sono i suoi. Gli occhiali?
«No, me li prestano. Però sono veri e il risultato è che non vedo praticamente nulla. La telecamera, poi, per fare un primo piano buffo, mi riprende a un centimetro dal viso ed è una sofferenza».
Ma funziona.
«È uno spot pensato bene, innovativo e organizzato da grandi professionisti. La settimana successiva mi chiama la Saiwa: «Bussotti, siamo preoccupati perché sono state triplicate le vendite e non ci sono abbastanza prodotti da distribuire!».
Lei ha guadagnato molto?
«Quattro milioni netti, tantissimo per quel periodo».
E grande notorietà.
«La gente, in quel periodo, mi guarda in modo strano. Si aspetta di trovarsi di fronte uno sfigato, crede che io sia proprio così. E quando capiscono che in realtà ho solo recitato una parte, quasi quasi ci restano male. Ma quella volta a Genova...».
Che succede?
«Mi invitano a visitare la Saiwa e appena entro negli stabilimenti scatta un lungo applauso degli operai. Trattato come una star».
Curiosità stupida:  a lei piacevano quei biscotti?
«Mamma li teneva in frigorifero e sopra il cioccolato si formava una strana patina bianca. Li mangiavo, ma con sospetto».
Mister Banana ha avuto così successo che c’è chi ha millantato di essere Fabio Bussotti.
«Qualche anno fa, una sera, vengo sommerso di sms. Su Rai1, scrivono, c’è un tizio che si spaccia per me nel programma “I Migliori Anni” di Carlo Conti ».
Che fa?
«Al momento me la rido. Il giorno dopo, però, segnalo la cosa a “Striscia la Notizia”. E ci fanno due puntate».
Torniamo agli Anni ’80. Lo spot “Urrà Saiwa” è un boom, tutto lo guardano. Quanto le cambia la vita?
«Per nulla. Continuo a fare teatro e cinema».
Altri spot?
«Mai più fatti. Fino a qualche mese fa».
In che senso?
«Ho girato una pubblicità a Praga, per la Dash, con Fabio De Luigi. Però non è mai andata in onda: troppo divertente, troppo comica per lo standard di quel tipo di prodotto».
Sapevano del suo passato con “Urrà Saiwa”?
«Non credo. Ma non sarebbe cambiato nulla».
Continuiamo con la carriera. Nel 1987 lavora nel film “Intervista” di Fellini.
«Per tutto il tempo delle riprese mi chiama Bitossi, come il ciclista. Ma non ho mai il coraggio di spiegargli che sono Bussotti».
Meraviglioso. L’anno successivo, invece, interpreta Fra Leone nel film “Francesco”. E vince il premio Nastro D’Argento come miglior attore non protagonista.
«San Francesco è Mickey Rourke, personaggio incredibile. Tecnicamente bravissimo».
Fabio, ultime domande veloci. 1) Miglior attore di sempre?
«Gassman. Il film che preferisco è “Il sorpasso”».
2) Rapporto con la religione?
«Sono agnostico».
3) Paura della morte?
«No, non ci penso».
4) Rapporto con il sesso?
«Mi piace. Ma la professione non mi ha mai agevolato nelle conquiste: il comico è asessuato».
Ultima: le proponessero di rifare “Urrà Saiwa” 25 anni dopo?
«Accetterei! Il capello a banana non c’è più, ma sono convinto che lo spot sarebbe ancora più divertente».



C’è qualche personaggio sparito che vi piacerebbe riscoprire?

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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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