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"Per "Angelo azzurro" ho litigato con Mina"

È stato uno dei più grandi autori degli anni ’70 e ha composto 500 brani cantati da tutti i big. Poi si è isolato: "Sono fuggito dalla musica elettronica"

16 Settembre 2011

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"Per "Angelo azzurro" ho litigato con Mina"
“Sciogli le trecce i cavalli/corrono/e le tue gambe eleganti/ballano...”. E ancora, “Se sei tu l’angelo azzurro/questo azzurro non mi piace/la bellezza non mi dice/le parole che vorrei...”. Già, Umberto Balsamo e due pezzi di storia della canzone italiana (“Balla” e “Angelo azzurro”) che hanno venduto più di due milioni di copie e continuano ad emozionare. Balsamo, che ha scritto oltre 500 brani (tra cui “Italia” di Reitano), dopo il grande boom degli Anni ’70 si è fatto da parte ed è sparito. Per scelta. Ora è pronto a tornare.

Balsamo



Umberto Balsamo, quello sul tavolo è un cd suo? Mica avrà ripreso a comporre?
«Si intitola “Avevo voglia di Canzoni”. Ho deciso di ripartire e l’ho fatto come si faceva una volta».
Cioè?
«Il mercato è stato avvelenato dalle multinazionali, l’unica possibilità è crearsi una propria casa discografica. Così è nata “L’Angelo azzurro edizioni musicali”».
Produce anche altri?
«Un artista che si chiama “Anima inquieta”, anche lui catanese, guardi qui. Il suo cd lo si potrà acquistare in Internet sul sito umbertobalsamo.com, che sarà attivo a fine mese, al prezzo di soli 8 euro: non voglio che i ragazzi scarichino la musica rubandola. Altra cantante che lavora con me è “Veruska Pieroni”, può diventare una delle più brave d’Italia».
Balsamo, diceva della voglia di ripartire. Ma che fine aveva fatto?
«Mi sono preso un lungo momento di riflessione. Ma non perché fossi finito come pensavano in molti. Non è così».
E come è?
«Quando negli Anni ’80 è arrivata la musica elettronica, che non mi è mai piaciuta, mi sono fatto da parte e sono andato a vivere in Brianza, lontano da tutto e tutti».
Dove?
«A Usmate. Sì, vicino a Berlusconi, che purtroppo non ho mai avuto la fortuna di incontrare».
Le piace?
«Anni fa Gigi Vesigna, direttore di “Sorrisi e Canzoni”, parlando di Silvio disse: “Umberto, questo uomo è avanti 100 anni”. Mi ha incuriosito, l’ho seguito, l’ho studiato. Ho scoperto che era vero, nessuno politicamente era in grado di stargli dietro».
E ora?
«Non è cambiato nulla, Berlusconi è ancora l’uomo del futuro!».
Schierarsi politicamente, per un artista, è rischioso?
«Non mi interessa, dico ciò che penso. Il successo che ho avuto tanto non me lo leva nessuno, che io sia di destra o di sinistra».
Torniamo a Usmate.
«Nel 1983 ho preso un appartamento e mi sono isolato. Ho traslocato là con Zea, mia moglie di allora, e i nostri due figli, Tommaso che ora ha 32 anni e Valentina che ne ha 31».
Che vita faceva?
«Ritirata in mezzo alla natura. E lavoravo. Ho scritto quattro album inediti, dal titolo “Stati d’animo”,  “Vorrei aprire il cielo” e, appena terminati ora, “Ciao ti chiamo dopo” (per Anima Inquieta) e “Avevo voglia di canzoni”».
Quanto è rimasto in Brianza?
«Nel 2000 ho affrontato un’operazione chirurgica pesante, ho riflettuto, sono andato un po’ fuori di testa. E Baudo mi ha salvato».
In che modo?
«Pippo può essere antipatico e avere 200 difetti, ma è affettuoso. Mi ha detto: “Umberto, torna a Catania, ritrova le tue radici”. Aveva ragione. Oggi sono una persona serena, mi sono tolto il marcio che avevo tra i pensieri. Vivo al mare e ho ripreso a fare musica».
A proposito, tra i cantanti di oggi c’è qualcuno che le piace?
«Tiziano Ferro, che fa cose diverse dagli altri. Per il resto, preferisco andare indietro nel tempo».
Andiamoci insieme, fino ad arrivare al piccolo Umberto Balsamo.
«Nasco a Catania il 10 marzo 1942, ultimo di 5 fratelli. Bambino timido, ma  riflessivo. A 6 anni fischietto già brani inventati».
Idolo del piccolo Umberto?
«Resto fulminato da Modugno nel film “Europa di notte”. Lui è il cantautore per eccellenza. In un ambiente brutto come quello musicale, alcuni artisti li farei santi. Lui è uno di questi».
Brano preferito?
«“L’uomo in frack”. Non tutti lo sanno, mai il testo racconta di uno che va a suicidarsi! Lo rilegga e capirà».
Vero. Torniamo a lei. Primo strumento?
«Una chitarra. La compro a 16 anni, mettendo insieme le paghette prese lavorando in un negozio di foderami».
Nel ’64 lei saluta la Sicilia e va a Milano. Ed entra in contatto con il mondo musicale lombardo.
«Mi presentano Luciano Beretta, che lavora con Celentano. La più bella persona  incontrata nel nostro ambiente. Con lui scrivo “La prima lettera d’amore”, per Orietta Berti e “Vita” per Iva Zanicchi».
Compositore, ma pure cantante.
«Non voglio esibirmi, sono  timido. Ricky Gianco insiste e nel ’68 mi convince a  incidere “Il mio cuore  riposa” con lo pseudonimo Bob Nero. Che va male».
Meglio la carriera da compositore. Scrive “Primo amore” che verrà interpretato da Milva. Poi compone “Occhi neri, occhi neri” per Mal e “Amare di meno” che diventerà la sigla di “Rischiatutto”.
«La più grande soddisfazione però arriva nel ’72, quando faccio “Domani si incomincia un’altra volta”. Modugno la sente e chiama casa. Risponde mia sorella: “Scusi Domenico, ma perché telefona qui?”. “Ho bisogno di una bella canzone, se non chiamo Umberto chi devo chiamare?”. Decide di cantarla e diventiamo amici. Modugno è stato l’artista con più carisma di tutta la musica italiana».
Balsamo, torniamo a lei. Passa dalla Ricordi alla Polydor e la riconvincono a cantare. Nel ’73 va   a Sanremo con  tre brani.
«Interpreto “Amore mio”, il pezzo più tranquillo. I più battaglieri li do agli altri: “Dolce frutto” ai Ricchi e Poveri e “Tu, nella mia vita” a Wess e Dori Ghezzi».
Ormai lei è sempre più applaudito. “Natalì”, nel ’75, diventa un successo mondiale. Ma in Italia...
«Viene censurata dalla Rai perché racconta di un triangolo amoroso, ed è la prima volta che si affronta un tema tanto scabroso. Qui mi ignorano, ma all’estero è un boom: il brano viene realizzato in più di 40 versioni, diventa lo spunto per una Telenovela in Brasile, vende più di 20 milioni di copie e un giorno...».
Che succede?
«Sono davanti alla tv per vedere l’insediamento di Reagan alla Casa Bianca. Presentano Grace Bumby e quando canta resto inchiodato alla sedia: si esibisce in “Natalì”. Non ne sapevo nulla!».
Umberto, andiamo a metà Anni ’70. Quando ormai lei è famosissimo. Come mai quello sguardo?
«Il mio carattere riservato e schivo non mi ha permesso di essere famosissimo. Il mio è stato un atteggiamento un po’ autolesionista. La gente non sapeva veramente chi fossi e non conosceva tutto ciò che facevo. Avrei dovuto essere un po’ più sfrontato. In carriera ho venduto 50 milioni di dischi e composto 500 brani, pochi altri artisti posso vantare cifre così».
Già, schivo e autolesionista: lei ha addirittura detto no a Mina!
«Questa gliela racconto bene. Nel ’76 litigo con la casa discografica, perché mi sfruttano come gallina dalle uova d’oro e intanto mandano avanti gli altri asini. Dico basta, gli do la canzone “Se” e in cambio voglio essere libero».
E poi?
«Mina sente il brano e  chiede di andarla a trovare».
Alt, si fermi. Impatto con Mina?
«Donna bellissima, da cadere giù per terra. “Umberto, mi fai sentire “Se”? E vado nel panico».
Come mai?
«Mi rendo conto che non la so suonare al piano. Mi vergogno a confessarlo: “Veramente io sarei qui per un altro brano”. E suono “Angelo Azzurro”, che ho appena finito di comporre e lo so fare».
E lei?
«Ha lo sguardo di chi pensa “Questo qui è un cretino”. È stizzita. “Bello, ma non mi interessa”. La fisso. “Bene, allora non abbiamo più niente da dirci”. E vado».
Pentito?
«Faccia lei. Spero che Mina legga questa intervista e, 34 anni dopo, capisca che quella volta si è fatta un’idea sbagliata di me».
Diceva di “Angelo azzurro”. Parliamone.
«Mollata la casa discografica decido di autoprodurmi. Vendo un appartamento a Catania e  i 20 milioni ricavati li investo nel brano».
Umberto, raccontiamo il preciso momento dell’ispirazione.
«Sono a casa con la  fidanzata di quel momento, ragazza meravigliosa. Compongo la musica, ma per il testo sono cavoli amari perché ho licenziato il paroliere. Non so che fare, chiamo Malgioglio. Ogni mattina viene a casa mia, ma capisco che non c’entra nulla con la mia sensibilità. Così scrivo tutto io, ma per il tempo e per il denaro speso firmo i testi con lui ».
E le parole?
«È sempre la fidanzata a ispirarmi, ma per rendere il pezzo più accattivante inserisco un tradimento mai avvenuto».
Scusi la domanda un po’ invadente. Con questa ragazza, poi?
«Ci lasciamo e incontro il vero amore che diventerà mia moglie».
“Angelo azzurro” vende 1 milione di copie e l’anno dopo lei scrive un altro successo strepitoso: “Balla”.
«Il brano è costruito sulla tarantella e decido di inciderlo a Londra».
Scelta buffa. Perché?
«So che se lo registrerò a Napoli, la patria della tarantella, verrà una schifezza. Farlo suonare a dei londinesi invece sarà unico».
E il testo?
«Parto da Milano che l’ho scritto a metà, arrivo all’Hotel Churchill e mi viene una febbre altissima».
Perdoni la battuta: un febbrone da cavallo! Influenza?
«Reazione psicosomatica per lo stress di dover finire, credo».
Che fa?
«Mi metto a letto ed ecco l’ispirazione, vedo un uomo innamorato come un bambino. Ricordo l’infanzia a Catania, la festa di Sant’Alfio, i carretti, i cavalli. Ho come un flash, mi appare una foto con le criniere, le trecce. E scrivo il testo».
Che tutti, di tutte le generazioni, conoscono a memoria.
«Ma molti sbagliano. Il ritornello è “Sciolgo le trecce e i cavalli corrono”, non  “Sciolgo le trecce ai cavalli corrono”!».
Giusto. Capisce subito che diventerà una hit?
«Sì, ma la Phonogram è perplessa. Dice che fare una tarantella dopo il boom di “Angelo azzurro” è degradarsi».
Complimenti agli esperti. Balsamo, dicevamo all’inizio che nel 1983 lei si ritira in Brianza. A fine anni ’80, però, riappare con un altro grande successo: “Italia”.
«Reitano è morto e Dio lo benedica, per lui avrò sempre affetto e stima. Ma quel brano voleva cantarlo e inciderlo Pavarotti».
E come finisce a Mino?
«Un amico glielo fa ascoltare. Lui in 10 giorni mi chiama 250 volte: mi si apre il cuore, glielo do».
Balsamo, perché dedicare una canzone all’Italia?
«Questa non l’ho mai raccontata. In realtà quel brano, inizialmente,  era per mio padre e per la nostra città».
Catania?
«Bravo. Provi a sostituire Italia con Catania e canticchi il ritornello. Capirà...».
Fantastico. Ultime domande flash. 1) Il cantante e l’autore più bravo?
«Paul Anka e Carlo Alberto Rossi che ha scritto “E se domani”».
2) Paura della morte?
«Quando ero giovane sì».
3) Rapporto con il sesso?
«La donna è il centro dell’universo».
4) Qualcuno che vorrebbe riabbracciare?
«Mio fratello Carmelo, morto nel ’92».
Ultima. Balsamo ha un sogno? Sciolga le trecce alla sua fantasia.
«Uno spettacolo con tutti gli artisti che hanno cantato brani miei».



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Commenti all'articolo

  • zompese.renato

    17 Dicembre 2016 - 00:12

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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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