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"Ero il campione delle 7 note, ma Sarabanda mi ha tolto 7 vite"

Talento nel riconoscere le canzoni e simpatia, ha conquistato gli italiani vincendo 80 puntate della trasmissione di Papi. "Ma alla fine non ce la facevo più"

3 Ottobre 2011

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"Ero il campione delle 7 note, ma Sarabanda mi ha tolto 7 vite"
L’Uomo Gatto - miaooo - aveva il sorriso timido e improbabili camicie colorate, memoria prodigiosa e orecchio raffinato. Gli facevi sentire un paio di note e azzeccava subito il titolo della canzone, tra gli sguardi invidiosi degli avversari e le (simpatiche) prese per il culo di Enrico Papi. Concorrente storico di “Sarabanda” - quiz musicale su Italia 1 dal 1997 al 2004 - l’Uomo Gatto (Gabriele Sbattella il vero nome) è stato campione per 80 puntate. Ora fa l’interprete e il giornalista.



Gabriele Sbattella, subito un giochino. Ascolti la radio, chi è?
«Whitney Houston, “I Wanna Dance With Somebody”. Anno 1987».
Complimenti, allora è proprio l’Uomo Gatto. A proposito, come preferisce essere chiamato?
«Va bene il soprannome. Spesso, quando vengo riconosciuto, mi presento così: “Il mio nome è Gatto... Uomo Gatto”. Alla James Bond. Dei poveri».
Buona questa. Ma è esperto anche di calcio? La sua t-shirt è dedicata al Bayern.
«Me l’hanno regalata per la vittoria della Champions del 2001. Il football tedesco mi ha conquistato nel ’74, quando la Germania ha trionfato nel Mondiale. Tifo Bayern e Milan, ma quando giocano contro divento solo rossonero».
Scusi, come mai tanto feeling con la Germania?
«Ci vado spesso per trovare amici e per lavoro, qualche settimana fa ero a Friederichsafen».
Che fa?
«Sono interprete traduttore dal 1998. Le mie lingue sono inglese e tedesco, ma parlo anche francese, spagnolo e portoghese. Faccio il free lance. Come traduttore e come giornalista».
Critico musicale?
«Niente musica! Seguo principalmente il calcio».
La gente la riconosce?
«Mi dimostra affetto. Anche se purtroppo, vivendo in un posto piccolo come Porto San Giorgio, c’è anche chi è invidioso e cattivo. Io me ne frego».
Domanda più frequente?
«“Uomo Gatto, perché non fanno più Sarabanda?”. Come se dipendesse da me! Io spiego che la tv è commercializzata e se non ci sono percentuali alte di ascolto, i programmi chiudono».
Sssssttttt. Senta la radio. Questo chi è?
«Quel genio di Santana, “Smooth”. Anno 2000».
Torniamo a lei. Serate ne fa ancora?
«Nessuna ospitata in tv, basta. Mi divertivano molto, ma non mi mancano. Un sogno però l’avrei: andare a un reality».
L’hanno mai invitata?
«Una volta mi chiamarono a “La Talpa”, ma per fortuna se ne fece nulla: vedendo le prime puntate ho capito che essere sottoposti a certe prove non avrebbe fatto per me. L’ideale sarebbe stato qualcosa tipo “Music Farm”. Non sono un cantante, ma ho amato la musica fin da piccolo».
Già, facciamo un salto indietro nel tempo e raccontiamo il Bambino Gatto.
«Nasco a Sant’Elpidio a Mare il 7 novembre 1971. Figlio unico, monello e attratto dal juke box di mio zio. Ascolto canzoni tutto il giorno e le memorizzo: ecco perché nella musica tra gli anni ’60 e ’80 sono ferrato».
Curiosità. Ma lei sa suonare? Cantare?
«Hem hem».
Cioè?
«Mai avuto pazienza di imparare il solfeggio. Nel ’79 però partecipo alle selezioni regionali de “Lo Zecchino d’oro” con “Capitan Harlock”. Passo il turno, ma perdo in finale».
Scuole?
«Perito aziendale corrispondente lingue estere e poi laurea in traduzione ed interpretariato. A 25 anni cerco lavoro come interprete, ma la risposta tipica, da presa in giro, è “Le faremo sapere”. Finché, su un giornale...».
Cosa legge?
«L’annuncio in cui cercano un animatore per villaggio turistico. Stage in un hotel della Marmolada e vengo preso».
Villaggio turistico significa divertimento, feste, travestimenti. Un momento che non dimenticherà?
«Mi sta per scadere il contratto, temo di non essere confermato. Scommetto con Debora, la capo animatrice: “Se resto, tingo i capelli!”.
Le rinnovano il contratto?
«Già, divento biondo. Ma quella, per me, è anche la sera peggiore».
Perché?
«La data 26 maggio 1999 le dice niente? Champions League...».
Urca. Finalissima Bayern-Manchester con gli inglesi che vincono 2-1 ribaltando il risultato nei tre minuti di recupero. Brutta botta per un tifoso come lei. Gabriele, ascolti ancora la radio. Che canzone è?
«George Harrison, “Give me love”. Anno 1973».
Andiamo avanti. Quando il contatto con Sarabanda?
«A casa, con i miei, ogni sera in quel periodo si guarda la trasmissione condotta da Papi. E ogni volta azzecco le canzoni ad alta voce prima dei concorrenti. “La so!”. “La so!”».
Si iscrive ai provini.
«Il primo è a Roma, indovino 18 brani su 20. Mi richiamano qualche tempo dopo e conosco Papi. Diventandogli subito simpatico».
Come?
«Mi chiede: “Gabriele che lavoro fai?”. “Traduttore-animatore”. “Descrivi il lavoro di animatore”. Sorrido ripensando a una vecchia barzelletta. “Enrico, sai che differenza c’è tra un animatore e un ginecologo?”. “No”. “Nessuna, che tutti e due lavorano dove gli altri si divertono!”».
Reazione di Papi?
«Non la capisce subito. Poi ride di gusto».
Altre domande?
«Mi chiede se so chi è il campione in carica e rispondo Valentina, la ragazza non vedente. “Che ne pensi?”. “È fortissima”. “Se dovessi sfidarla?”. “Sarebbe come giocare contro il Real, perderei di goleada”».
La prendono.
«Passano un po’ di mesi e nel novembre 2002, a sorpresa,  ricevo una telefonata. “Domani devi venire a Roma che sei in trasmissione”. Panico. E notte insonne».
Primo impatto con Sarabanda?
«Sono in sala trucco,  arriva uno degli autori. “Sei tu l’animatore? Ecco, comportati da animatore anche davanti alle telecamere”. Passo dal costumista e  scelgo  camicia e cravatta colorate».
E il passaggio da Gabriele Sbattella a Uomo Gatto quando avviene?
«Parlando del mio lavoro racconto che una volta, in villaggio, ho interpretato “Old Deuteronomy”, il dio dei gatti, nel musical “Cats”. L’idea piace e così nasce il soprannome “Uomo Gatto”».
E pure la sigla  “Gatto Gatto Man”.
«Ispirata alle note di “Macho Man” dei Village People».
 A quante puntate ha partecipato?
«Ottanta, registrandone due o tre al giorno».
Soldi vinti?
«Solo un gettone d’oro  ogni  presenza».
Valore?
«Duecento euro, ma non li ho mai cambiati. Li tengo ancora e ogni tanto me li guardo».
Prima puntata dell’Uomo Gatto, 12 novembre 2002.
«Sono preoccupato, ma arrivo fino al gioco “7x30” contro il campione Max, uno dei più forti. Penso che già essere lì sia un grande successo. Lui, però, va nel pallone e vinco a sorpresa. Ancora oggi non capisco come possa essere successo».
E si gode il trionfo.
«Mica troppo, temo che il pubblico, affezionato a Max, si metta a protestare».
Invece l’Uomo Gatto funziona.
«Un giorno Papi mi raggiunge al trucco. “Gabriele, non immagini cosa ho sentito oggi”. “Cosa?”. “Fiorello alla radio ha parlato di te!”. Quasi svengo dall’emozione».
Già, Papi. Parliamone. La prendeva spesso in giro.
«Ma scherzando. Solo di una cosa mi rimproverava sempre».
Ops. Cosa?
«Guardavo troppo le ragazze! E rispondevo: “Mica posso mettere i paraocchi”».
Rapporto con gli altri concorrenti? A volte le loro battute erano un po’ pesanti.
«Alcuni esageravano, vero. In albergo, però, chiedevano scusa».
Uno che  non sopportava?
«In generale quelli che, per copiarmi, si travestivano e prendevano le sembianze animalesche. Li trovavo di cattivo gusto».
Domanda scomoda e secca. Il gioco era vero o c’erano aiutini?
«Scherza? Il notaio controllava tutto!».
Il momento più difficile?
«Ad un certo punto non sono più contento, sono stanco, scoraggiato. Penso di lasciare tutto e ne parlo con i miei genitori. L’idea è di mollare con un colpo a sorpresa, sbagliando apposta una domanda facile nel gioco “7x30”».
Ma non lo fa.
«Ricevo una lettera con la foto di un gatto che spunta da una coppa di champagne. Arriva da un carcere campano, la scrivono i detenuti: “Aspettiamo con ansia le 20 di sera, perché con te entra nella nostra cella un raggio di sole”. La leggo e...».
...e?
«Scusi, mi commuovo ancora... Leggo e come per magia ritrovo l’entusiasmo per andare avanti».
Vince ancora, vince sempre fino alla puntata del 19 febbraio 2003, che fa un record di ascolti: quasi sette milioni di spettatori.
«Da qualche giorno non ce la faccio più, sono stanco e stressato mentalmente. Perdo contro Tiramisù. Ma senza sbagliare, nel senso che le due canzoni proprio non le so. Fossi stato più lucido, la partita sarebbe stata più avvincente».
Perde e che fa?
«Tiro un sospiro di sollievo, è come una liberazione. Stringo la mano al nuovo campione e cerco di uscire da una quinta, in punta di piedi. Un autore, però, mi vede e mi obbliga ad andare verso i ragazzi del coro. E mi accorgo che alcuni piangono».
E a casa?
«Non dico niente fino al giorno in cui trasmettono la puntata registrata. Quando sta per andare in onda spengo cellulare, stacco il telefono di casa e mi isolo da tutti».
Scusi, e perché?
«Per evitare la gente cattiva che mi avrebbe sicuramente chiamato per prendermi in giro».
Uomo Gatto, ultime domande veloci. 1) Musica preferita?
«L’album “The Köln Concert” di Keith Jarrett (1975). A “A blue Shadow” di Berto Pisano (1974). ».
2) Mai posseduto un gatto?
«Da bambino. Si chiamava Briciola».
3) Qualcuno che le piacerebbe sfidare a indovinare canzoni?
«Paolo Limiti nella specialità sigle tv».
4) Rapporto con la religione?
«Credo in Dio, ma non pratico».
5) Un film nel quale vorrebbe vivere una settimana?
«“Romanzo Criminale”».
Ultimissima. Ascolti la radio.
«Mmmmm. È qualcosa di Fabri Fibra. Ma questa no, non la riconosco...».



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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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