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"Gulasch, allucinazioni e puzza. I miei sette giorni da extraterrestre" (prima parte)

È stato il primo astronauta italiano ad andare nello spazio. E vent’anni dopo racconta segreti e dettagli inediti della missione con lo Shuttle

5 Novembre 2011

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"Gulasch, allucinazioni e puzza. I miei sette giorni da extraterrestre" (prima parte)

Franco Malerba è stato il primo astronauta italiano ad andare nello spazio. Era il 1992, ormai venti anni fa, e partecipò alla missione STS-46 che prevedeva di lanciare un satellite (fabbricato in Italia) dalla stiva dello Shuttle e poi tenerlo legato a un filo, un cavo conduttore, e farlo diventare una dinamo nello spazio. Malerba restò nello spazio per sette giorni e 23 ore. Terminata la missione e tornato in Italia, l'astronauta si è dato alla politica ed è stato europarlamentare. Ora ha 65 anni, vive e lavora a Parigi.

Franco Malerba, un italiano nello spazio: guarda le foto / 1

La terra vista dallo spazio (e da Malerba): guarda le foto / 2

 

Di seguito l'intervista a Franco Malerba
in versione ampliata rispetto a quella pubblicata
su Libero domenica 6 novembre

 

La seconda parte dell'intervista

«Piacere, Franco Malerba. Benvenuto a Parigi, come è andato il volo?».
Beh, sì, come dire... E' quasi imbarazzante ammetterlo di fronte a lei. TGV. Treno.
«Paura dell'aereo, eh? Eppure le statistiche la dovrebbero aiutare: dicono che sia il mezzo più sicuro».
Lei quante ore di volo ha all'attivo?
«Non molte, più a centinaia che a migliaia. Ho il brevetto per i piccoli aerei privati, ma da quando non sono più negli Usa ho smesso di pilotare. Qui costa troppo. E poi bisogna volare spesso, se lo fai una volta ogni tanto non ne vale la pena»».
E quante ore come passeggero?
«Molte. Se poi contiamo anche la missione spaziale...».
Contiamola.
«Sette giorni, 23 ore e 15 minuti. Centosessanta orbite. Ogni orbita sono 40mila km. Faccia lei il totale».
Sei milioni e 400mila km!
«Ci fosse uno di quei premi per le miglia accumulate in volo, viaggerei sempre gratis».
Buona questa. Torniamo a terra, Malerba. Da quanto tempo vive a Parigi?
«Dal 2001. Ho lavorato come delegato di Alenia Spazio per le relazioni europee. Ora, da 5 anni, sono consigliere scientifico alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economici) e l’ESA (Agenzia Spaziale Europea)».
Torna spesso in Italia?
«Meno di una volta al mese, ma devo dire che la gente mi ricorda ancora con affetto».
Quale è la domanda classica che le viene fatta?
«“Come si sta nello spazio?”».
Che risponde?
«Leggeri. Lassù non è la Terra e il modo di vivere è differente, non c’è la forza peso che qui ci tiene ancorati al suolo».
Poi approfondiamo.
«I ragazzi, invece, si informano su come si fa a diventare astronauta. Purtroppo non esiste una scuola vera e propria; ogni tot anni si fa una selezione».
Lei ha figli?
«Michele ha 24 anni e tra poche settimane si laurea alla Bocconi. Ha un rapporto conflittuale con la matematica e non è particolarmente appassionato allo spazio».
Lei invece è sempre stato portato per i numeri? Decolliamo nel tempo e raccontiamo di quando era bambino.
«Nasco nella stazione di Busalla, provincia di Genova, il 10 ottobre 1946».
In che senso in stazione?
«Papà Carmelo è ferroviere e abitiamo lì, sopra i binari. Forse si spiega così la mia passione per i viaggi».
Come è il giovane Malerba?
«Vorrei fare tutto, ma sono protetto e coccolato da mamma Benedetta. Che è eccessivamente timorosa perché da piccino mi sono malato di enterite e ho rischiato la vita».
Cresce con lo sguardo all'insù  sognando le stelle? Bambino con la testa tra nuvole?
«Macché. Mi appassiona il meccano, sono molto pratico. L'unico rapporto con l'aria è per l'aeromodellismo: ai tempi del liceo mi diverto a fabbricare e far volare piccoli aeroplani».
A proposito di Liceo, parliamo di studi.
«Maturità classica, laurea in Ingegneria elettronica con specializzazione nel campo delle telecomunicazioni (110/110 cum laude) e comincio a collaborare con il Laboratorio del CNW di Cibernetica e biofisica. Dopo due anni di ricerca negli USA a Bethesda, nel ‘74, mi laureo anche in Fisica».
Tanto studio, ma anche tanto sport?
«Quando mi libero dal giogo familiare provo tutte le discipline più avventurose. Faccio scalate, sono sommozzatore. E nel ’73, mentre sono negli Usa, prendo il brevetto di pilota ».
Appunto, il volo. Il cielo. L’universo. Quelli sono i periodi delle prime grandi missioni spaziali.
«Che seguo con passione dalla tv in bianco e nero. C'è un'escalation di avvenimenti, ogni sei mesi una novità. Indimenticabile l'impresa di Apollo 8 che, nel dicembre 1968, per primo circumnaviga la luna osservando la faccia sconosciuta».
Sei mesi dopo, il 16 luglio 1969, ci sarà addirittura lo sbarco. Malerba, subito una domanda fastidiosa: in molti sostengono che fosse tutta una bufala. Una messinscena.
«Guardi, io ho conosciuto bene John Young, che partecipò alla missione di Apollo 16 e fu il nono uomo a mettere piede sulla Luna il 20 aprile 1972. E' uno di poche parole, tutto tranne che un attore, uno che non si presterebbe mai a una finzione. Avrebbero scelto i personaggi sbagliati».
E quelle strane ombre nelle fotografie?
«Effetti luminosi inattesi. Fuori dall'atmosfera non c'è la diffusione della luce nell’aria: o è terribilmente luminoso, oppure terribilmente buio».
Torniamo a lei. Completa gli studi negli Usa, poi rientra in Italia nel '74.
«Militare in Marina. Insegno fisica e meccanica razionale ai cadetti e per due mesi mi imbarcano sulla nave San Giorgio. Al ritorno trovo un lavoro in una grande azienda informatica».
Scusi, e lo spazio?
«Un giorno - e siamo nel '77 - arriva un collega con il ritaglio di un giornale britannico, c'è un concorso per astronauti. Il profilo sembra perfetto per me, si richiedono competenze di ingegneria e di scienza, più una buona manualità. Mando il curriculum e dopo un po' mi arriva un telegramma per le prime selezioni a Roma. Durissime».
Tipo?
«Esami medici, prove di aeronautica, la centrifuga, poi test psichiatrici e psicologici».
Lei è tra i 5 italiani selezionati.
«Lo annunciano con un comunicato stampa e mi mettono nei guai».
In che senso?
«Avevo fatto tutto di nascosto per non essere considerato un mezzo matto. Così mi tocca rivelarlo ai genitori e ai colleghi».
Va alle selezioni europee ed è tra i quattro scelti,  unico rappresentante italiano.
«La Nasa, però, all'ultimo momento vuole solo due europei, l'ESA si accorda su tre: c'è da fare un taglio».
Tocca a lei.
«Siamo nell'aprile del '78, in Italia si ricerca il cadavere di Aldo Moro, lo Stato è in difficoltà. E questa cosa pesa. Resto fuori e mi offrono di lavorare nel centro tecnico e scientifico dell'ESA in Olanda. Accetto e ci sto due anni: è lì che imparo tutto sulla scienza e ingegneria dello spazio. Poi torno ancora a lavorare nell’informatica a Ginevra e che conosco mia moglie Marie-Aude, francese. L'idea fissa di quel momento, però, è quella di diventare davvero astronauta».
Curiosità: quando lo si diventa ufficialmente? Avete un patentino o qualcosa del genere?
«Non mi risulta che esista un diploma, un documento ufficiale. Io considero astronauta vero solo chi ha volato nello spazio. Siamo circa 450 ad averlo fatto, due/terzi sono americani e russi. Europei siamo una cinquantina, di cui 5 italiani».
Restiamo a lei e alla sua voglia di riprovarci. Quando le si presenta la seconda occasione?
«Nel 1989. Ai test ci vado come per concludere qualcosa lasciato in sospeso, rifaccio tutte le prove a Roma e le supero. Restiamo in 7 italiani e la scelta definitiva questa volta la fanno a San Francisco, in terreno americano. C'è da sostenere un colloquio con i ricercatori che partecipano con le loro apparecchiature scientifiche alla missione spaziale; sono in parte italiani e in parte americani, ma il gradimento americano è particolarmente importante perché lo Shuttle su cui viaggeremo è una nave americana. Ci spiegano che il risultato delle interviste e quindi la classifica lo renderanno pubblica immediatamente per evitare di ricevere eventuali telefonate diplomatiche..».
Tradotto, le solite raccomandazioni. Vince lei. Franco Malerba è il primo astronauta italiano ad andare nello spazio e per di più con una missione (la STS-46)  di alto profilo internazionale  Quando il trasferimento negli Usa?
«Nel ’90 e si sente ancora la tensione per l’incidente dello Shuttle Challenger del 1986. Mi sottopongo a due anni e mezzo di addestramenti scolastici per imparare a vivere e lavorare nello Shuttle, conoscere l’uso di tutti gli interruttori, che sono a migliaia. Poi la stesura delle operazioni di volo, le simulazioni e la preparazione del satellite Tethered».


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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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