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"Il mondo mi conosce per le foto, solo l'Italia è ferma a Sanremo"

Da adolescente è stata una dei protagonisti del film "Sapore di mare" e ha cantato tre volte al Festival. Poi ha cambiato vita. «Quell’ambiente non mi apparteneva»

14 Novembre 2011

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"Il mondo mi conosce  per le foto, solo l'Italia è ferma a Sanremo"
Giorgia Fiorio è stata cantante (voce roca, Festival di Sanremo ’83, ’84 e ’88) e attrice (“Sapore di mare” 1 e 2 e “Yesterday”). Poi è sparita, dalla tv e dall’Italia. Perché ha scelto di cambiare vita ed è diventata un grande fotografo di livello internazionale. Ora ha 44 anni e vive e lavora tra Venezia, Parigi e New York.



Giorgia Fiorio, che impresa starle dietro. È sempre in giro.
«Sono una fotografo - termine neutro in inglese e francese - e questo significa vivere in sospensione e in un ottovolante di spostamenti».
Riassumiamo quelli di ottobre.
«Una settimana a Lugano per “Reflexions Masterclass”, il seminario internazionale per la fotografia contemporanea fondato da me a Parigi nel 2002. Due settimane in Grecia per il nuovo progetto “Cumfinis  - opere in evoluzione” e per l’avvio del progetto “Humanum” al Museo Archeologico Nazionale di Atene. Poi dieci giorni a New York, dove tengo ogni anno un corso all’International Center of Photography».
Impegnativo e...
«...non è finita.  Toccata e fuga a Venezia, dove abito e ho l’atelier, e poi a Parigi, dove  sono in mostra i primi scatti di “Cumfinis”» .
Da quando vive a Venezia?
«Dal 2006. Dopo 15 anni a Parigi, dove sono ancora residente, ho riportato il mio archivio in Italia perché mi mancava il rintocco delle campane. Ero in dubbio tra Napoli e Venezia, poi un tassista napoletano mi ha detto: «Non venga qui altrimenti quando vuole andare a Napoli, dove va?”. Mi sono arresa  a questa verità assoluta».
È sposata?
«Da 5 anni. Gian Carlo è però il mio Signore da ormai 20 anni».
Scusi, Giorgia. L’abbiamo lasciata donna dello spettacolo, la ritroviamo professionista della fotografia. Da quando questa nuova professione? E perché?
«Nella vita precedente facevo qualcosa che non aveva niente a che fare col guardare. Anzi, la musica fa parte di un mondo che ti guarda. Ho sempre avuto difficoltà a identificarmi con la cultura dell’apparire. In quarta Liceo, così, ho deciso».
Cosa?
«Un giorno, a 17 anni, ho scritto a biro su un pannello della scuola: “Tra due anni cambio vita”. Così è stato».
È sempre stata appassionata di foto?
«Stavo dall’altra parte: facendo servizi con fotografi importanti come Toscani, Ferri e Gastel sono stata colpita dalla fascinazione dello sguardo dell’obiettivo su di me. Mi sono detta: voglio essere quello che guarda».
C’è un momento preciso in cui ha capito che era la strada giusta?
«Un viaggio in Himalaya nel 1989 e un incontro per caso col Dalai Lama. Ma nulla è per caso...».
In che senso?
«Nell’udienza che concede agli stranieri chiedo: “Sua Santità, dobbiamo vivere secondo spirito o secondo ragione?”».
Risposta?
«Mi chiede che cosa faccio nella vita. Senza pensarci un attimo dico: “Vorrei essere fotografo, raccontare il mondo”. E lui: “La fotografia è uno strumento di comunicazione potentissimo. È una grande responsabilità, se ne ricordi sempre”».
E decide che quello sarà il suo mestiere.
«Al ritorno in Italia divento assistente di un fotografo. In realtà portaborse, non sapendo fare nulla. Intanto faccio il concorso per entrare all’International Center of Photography. Qualche mese dopo mi trasferisco a New York, dove alla fine del mio corso di studi do inizio al primo lavoro a lungo termine sul pugilato».
Come mai proprio la boxe?
«Un’attrazione per un mondo che non conosco e che appartiene alla memoria dell’immaginario. Mi affascina la dimensione corporea della figura maschile. Inizio dal “Gleason’s Gym”, storica palestra di  Brooklyn, e dalla brutalità dello scontro fisico l’attenzione si sposta alla dimensione tragica di un mondo di cui mi sfugge e attira la complessità. È l’inizio di una ricerca che si protrae per nove mesi».
Scatti importanti?
«Guardi questa fotografia. Tyson a 25 centimetri dal mio obiettivo».
Meravigliosa. Dove e quando l’ha realizzata?
«Otto dicembre ’90, sei di mattina. Non ho accrediti e soldi per andare al match con Alex Stewart, l’unica possibilità per avvicinarlo è al peso. Mi infilo tra altri fotografi, passando tra le gambe, e mi ritrovo sotto il palco a qualche centimetro da Tyson in mutande rosse e bianche. È un attimo - tre scatti - poi la sicurezza mi scopre. E mi caccia».
La sua ricerca continua.
«Altre palestre ogni giorno, notte, Bronx, Harlem, Queens e a Philadelphia».
E si appassiona.
«Capisco lentamente qual è la portata del dramma, quanto è elevato il prezzo per uscire dalla strada e diventare  pugile. Da quel momento, senza rendermene conto, il fuoco della mia percezione si sposta».
Come?
«Dopo un anno di lavoro torno in Italia. Un Paese cambiato. Cerco qualcosa di ancora intatto, sospeso nel tempo, e decido di lavorare per un anno sull’esercito italiano. E pubblico il libro: “Soldati”».
Interessante. Continuiamo.
«È un lavoro formalmente più evoluto rispetto a quello della boxe, ma forse con meno pathos. Mi chiedo perché. Che cosa manca? Leggo allora sull’Herald Tribune di un grande sciopero di minatori di carbone in Ucraina. Si tratta di un’altra comunità maschile chiusa e sento che è il posto dove potrei ritrovare la stessa tragedia. Così studio il  russo e parto».
Urca. Va davvero in Russia?
«Otto volte nell’arco di un anno. Minatori, poi lavoro con la marina militare, con i ballerini classici e nelle prigioni».
Raccontiamo i minatori.
«Sto due mesi in una famiglia  a Donetsk, nel Donbass. Al primo incontro chiedo a quanti metri di profondità scendono. Risposta: “600/700 di media”. Spero di avere capito male e me lo faccio scrivere...».
Li segue?
«Quasi tutti i giorni, quando non ci sono tracce di grisou (miscela gassosa composta essenzialmente da metano) che il  flash potrebbe attivare, e scendo fino a 1300 m».
Vita massacrante quella del minatore?
«Nove ore di lavoro al giorno, al buio, con una piccola torcia sulla fronte. Capisco all’improvviso che, se la boxe è una scelta, la loro è la dignità della rassegnazione».
Quegli scatti le fanno vincere molti premi e daranno vita al libro sugli uomini...
«...in quel tempo non l’ho ancora capito. Finché incontro, nel ’94, il grande fotografo francese Jean-Loup Sieff. Mi chiede: “Che farai dopo?”. Dico per la prima volta: “Legionari, i torero, i pompieri, i marinai...”. E lui “Questo un giorno sarà un unico grande progetto: Des Hommes”».
Che si realizza.
«Dopo 7 monografie pubblico l’antologia “Des Hommes” nel 2003. Alla fine 2012 l’editore francese Actes Sud ripubblicherà “Des Hommes” con una nuova rilettura alla quale sto lavorando in questi mesi».
Nel 2009 è uscito un altro libro - “Il Dono”- che ha ricevuto il Patrocinio dell’Unesco.
«A fine anni ’90 la conclusione del lavoro sugli uomini mi conduce da una dimensione sociale a interrogare l’essere umano  “in un senso tutto”. Avvio una ricerca sulle espressioni della spiritualità nel mondo. Mi dico che credere è un dono e  nomino il “Dono” il  progetto che inizia nel gennaio 2000 e si conclude nel 2009».
Torniamo a lei. Ha vissuto due vite.
«Il mondo dello spettacolo è una parentesi giovanile, cinque anni in cui ero ancora così piccola... Non mi identifico in quella Giorgia Fiorio».
Molti, però, lo fanno. Le dà fastidio?
«Ho girato 58 Paesi, 5 deserti, attraversato l’Oceano 2 volte, sono salita sino a 6.600 metri su l’Himalaya e a 5.400 m sulle Ande, sono scesa a -1.300 m sotto terra, ho passato 2 mesi nelle miniere e 10 nella legione straniera, ho pubblicato 9 libri. Ma qui in Italia per tanti sono rimasta quella di quel tempo lontano».
Come mai?
«È la cultura della società dell’apparenza, che si sovrappone e sostituisce la rappresentazione alla realtà. All’estero, per fortuna, sono conosciuta per quello che faccio e  non per ciò che sono stata».
La gente la riconosce?
«Anche solo dalla voce. Ieri chiamo il servizio informazioni e l’operatore, appena parlo, mi interrompe: “Lei cantava?”».
Riavvolgiamo il rullino e torniamo alle immagini della baby Giorgia.
«Nasco a Torino il 23 luglio 1967. Ho due fratelli, Alex e Cristiano, e cresco con loro. Sono un po’ maschiaccio e capo banda».
Suo papà è Cesare Fiorio, che nel 1989 diventerà ds della Ferrari.
«Ottimo padre, mai protettivo. La nostra è una famiglia tradizionale».
La piccola Giorgia ha subito la passione per la macchina fotografica?
«Non esattamente. Mi piace la musica, classica e jazz, e studio canto. Formo una  band e poi tutto accelera».
In che senso?
«Nel 1982 incido il brano “Bimbo” e vinco il concorso “Tre voci per Sanremo”».
E ottiene il diritto di partecipare al Festival del 1983 con “Avrò”.
«Ormai sono in un vortice che non controllo e in un mondo che mi spaventa».
In quel Sanremo c’è anche Vasco con “Vita spericolata”. Penultimo.
«Timidissimo.  Diciamo che me ne innamoro».
Davvero?
«Vabbé, un po’ come tutte allora! Ma non succede nulla e diventiamo molto amici».
Nel frattempo, nel 1983, debutta anche al cinema in “Sapore di Mare”. Poi farà anche “Sapore di mare 2” e  “Yesterday” .
«Tre film, ma da lì a esser attrice ne corre».
Parliamo ancora di musica. Lei partecipa anche al Sanremo ’84 con  “Se ti spogli”. Eliminata dopo il primo ascolto.
«Me ne vado e dico a mia mamma: “Non farò mai più nulla che non voglio fare”».
Però nel 1988 ci torna.
«Lavoro con Mauro Paoluzzi, produttore di Gianna Nannini, e con lui realizzo un disco che va in classifica in Germania. Al Festival canto “Io con te”. Quell’estate in tournée con Cristiano De Andrè, però...».
Che succede?
«Prima del bis annuncio ai ragazzi della band: “Questa è l’ultima volta che salgo sul palco e che canto”».
E lo fa davvero.
«Assolutamente! E chiedo all’avvocato di chiudere tutti i contratti».
Dovesse rappresentare questa sua parentesi con una foto, che scatto farebbe?
«Un concerto, un’immagine da dietro, da sopra il palco, guardando quelli che mi guardano».
A colori?
«Vedo in bianco e nero».
Ultime domande. 1) Con quali macchine lavora?
«Hasselblad SWC e Linhof Technorama 6x12».
2) Quante foto ha scattato nella sua vita?
«Circa 600 pellicole da 24 foto all’anno. Per 20 anni. Faccia lei il conto».
Duecentottantottomila! 3) Quali sono stati i suoi fotografi di riferimento?
«Nei primi dieci anni Sebastiao Salgado. Negli ultimi dieci Mimmo Jodice, Edward Burtinsky, Gusrky, Spencer Tunick».
4) Mai frequentato l’ambiente della F.1 con suo padre? Perché ride?
«Un anno un’agenzia francese mi accredita a Imola per un servizio tra i box. Dopo pochi giorni scoppia uno scandalo: vengo accusata di spionaggio industriale a favore di mio padre! Sono stata usata dalla mia stessa agenzia e per smentire interviene, per fortuna,  Williams in persona».
Ultimissima. Giorgia Fiorio ha un sogno?
«“Humanum”, il progetto al quale lavoro da ormai due anni».



C’è qualche personaggio sparito che vi piacerebbe riscoprire?

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Commenti all'articolo

  • Mentalist

    21 Novembre 2011 - 18:06

    si è guadagnata la sua posizione. Per fortuna che c'è lei con le sue interviste a dare spazio a queste persone e a queste storie. c'è bisogno che ci disintossichiamo da tutto quanto è successo negli ultimi anni. Magari riusciamo come paese a riprendere un sano senso della realtà in tempi brevi.

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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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