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"La vita la sarà pure bèla, ma io resto sempre un precario"

Lo storico partner di Pozzetto: «Una cassiera una volta mi ha dato per morto. Mai avuto lunghi contratti, adesso facciamo teatro. Il nostro fan più convinto? Eco»

21 Novembre 2011

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"La vita la sarà pure bèla, ma io resto sempre un precario"
Cochi, chi sono quei bimbi in  fotografia?
«I miei nipotini. Ne ho quattro, due maschi e due femmine».
Che nonno è?
«Non mi sento nonno. Con loro mi comporto come se fossi un coetaneo. Sì, mi sa che ho qualche disturbo mentale...».
Meglio come padre?
«Ho quattro figlie. Eleonora ha 43 anni. Federica  39. Benedetta 35. E Vera 17».
Si sente coetaneo anche con lei?
«Adoro stare con i ragazzi di quella età. Quando vengono i suoi amici mi diverto con loro. E parlo come loro».
Tipo?
«“Bella lì”. “Preso bene”. “Mi sciallo”».
A proposito, sa che è appena uscito un film intitolato “Scialla”?
«Andrò a vederlo con Vera. Voglio guardare anche i “Soliti idioti”, Renato me ne parla bene».
Li ha mai seguiti in tv?
«Non li conosco, ma mi incuriosiscono. Il loro modo di lavorare è differente dal nostro, curano il trucco, preparano tutto. Noi improvvisavamo e non avevamo scenografie. Anche ora manteniamo le stesse abitudini».
Appunto, parliamo di adesso. Cochi e Renato si esibiscono ancora?
«Siamo in tournée con lo spettacolo “Fin che c’è la salute (e la tosse)”».
Titolo divertente.
«Era una canzone che avevamo proposto a Sanremo nel 2007, ma Baudo l’ha bocciata».
Che tipo di pubblico vi segue?
«Giovani, ragazzi. Curiosi di vedere in scena due vecchietti in età da pensione».
Domande più ricorrenti?
«“Perché non andate più in tv”?».
Appunto, perché?
«La televisione è un mezzo affascinante, ma è difficile farla in libertà».
Cosa intende?
«L’ultima esperienza è stata cinque anni fa con “Stiamo lavorando per noi” e abbiamo avuto grossi problemi con i funzionari Rai. Ci hanno imposto il cast, non abbiamo potuto scegliere chi volevamo».
Due comici famosi e potenti come voi che non decidono i compagni di lavoro? Sembra impossibile.
«Guardi che io e Renato siamo stati quasi sempre boicottati anche ai tempi d’oro. Chi decideva non ci ha mai capiti, ci credeva due deficienti. Ora riempiamo i teatri, ma facciamo comunque fatica a vendere lo spettacolo».
La tv la guarda? Che guarda?
«Vecchi film Anni ’50, telegiornali. Evito i talk show, non sopporto più le urla».
Spettacoli comici?
«Ogni tanto “Zelig”».
I giovani riescono a farla ridere?
«C’è molta volgarità inutile. I cabarettisti sono legati alle banalità, raccontano la loro vita o semplici barzellette senza rischiare nulla. Sono pochi quelli che sanno volare più in alto».
Qualcuno che le piace?
«Aldo Giovanni e Giacomo. Maurizio Milani, che si è inventato un suo linguaggio. Guzzanti e sua sorella. Max Paiella. E sono molto bravi quelli che,  alla radio, fanno “Il ruggito del coniglio”, hanno grandi capacità di fare battute. Ho sempre amato questo genere di talento fin dagli inizi».
Torniamoci, agli inizi. Ai suoi.
«Nasco a Milano l’11 marzo 1941, terzo figlio dopo Flavia e Luciana».
Curiosità. Cochi è il suo vero nome?
«Mi chiamo Aurelio. Sul “Corriere dei Piccoli” però, in quegli anni, tra i personaggi c’è il neonato Cochi. Mamma dice che gli somiglio e mi dà quel soprannome».
Come è il piccolo Aurelio? Ops, Cochi?
«Sensibile, tranquillo. Amante della musica, in famiglia c’è una grande tradizione».
Cioè?
«Nonno è cantante lirico, racconta che si è esibito in “Va’ pensiero” ai funerali di Verdi e mi fa crescere leggendo i libretti d’opera. Da parte di papà invece...».
Altri artisti?
«No. Sono nove, tra fratelli e sorelle. E in sette sono preti o suore! Guardi questo libro, l’ha scritto zio don Carlo nel 1930 e ci sono raccolte tutte le chiese di Milano».
Lei è mai stato tentato di prendere i voti?
«Noooo, troppo attratto dalle donne».
Quando conosce Renato?
«I nostri genitori si frequentano da tempo, siamo vicini di casa d’estate a Gemonio, provincia di Varese, dove le famiglie sono state sfollate durante la guerra. Diventiamo compagni di giochi, facciamo la stessa scuola - io ragioneria e lui geometra - e ci divertiamo a suonare e cantare».
Sempre insieme.
«A 17 anni però mi trasferisco a Londra - e poi a Blackpool - per studiare inglese».
Incontri strani? Come mai sorride?
«Un amico mi porta a una festa mascherata. Ci presentiamo con naso finto e parrucca. Aprono la porta, sorpresa: sono tutti vestiti normalmente!».
Uno scherzo?
«Il proprietario della casa è John Routh, l’inventore della Candid Camera. La villa è pazzesca. Niente mobili, solo pecore imbalsamate. E sul terrazzo tanti manichini che guardano nel nulla. Renato, quando lo racconto, non ci crede ancora».
Quando torna in Italia che fa?
«Inizio a frequentare l’osteria “L’oca d’oro”, trattoria degli artisti. Lì vicino c’è “La Muffola”, galleria d’arte. Io e Renato, lì, conosciamo tutti i pittori e gli intellettuali più famosi. Tra cui Piero Manzoni».
Quello della “merda d’artista”, 90 scatole da 30 grammi messe in vendita al prezzo di altrettanti grammi d’oro ciascuna?
«Una sera, a “L’oca d’oro”, Manzoni chiama me, Renato ed Enzo (Jannacci) in un angolo. Toglie dalla tasca una strana scatoletta e ce la fa vedere in anteprima spiegandoci il progetto. Ci guardiamo: “Questo è pazzo”. Un’altra volta chiede a me e Renato di aiutarlo, e teniamo fermo un pennarello per realizzare una delle sue opere, la “Linea di 11 km”».
Altri incontri?
«A “La Muffola”, una sera, Gaber ci fa sentire per la prima volta “Cerutti Gino”. Emozionante. Sono gli inizi degli Anni ’60, ogni notte la si vive fino in fondo. C’è fermento. Cultura. Voglia di confrontarsi».
Nel frattempo, lì vicino, apre il “Cab 64”,  e voi iniziate a esibirvi.
«Prima paga, 3500 lire, ma solo se entrano almeno dieci spettatori».
E come vivete?
«Renato lavora in un’azienda di ascensori, io sono impiegato all’aeroporto di Linate. Finché, ma lo scopriremo solo più avanti, le nostre famiglie si riuniscono in summit e decidono che possiamo provare a fare i comici di mestiere».
Vi trasferite al Derby.
«Jannacci, che nel frattempo è diventato nostro amico inseparabile, ci porta con lui e nasce il “Gruppo Motore” con Toffolo, Andreasi e Lauzi».
Per voi è la svolta. Tanto che nel ’68 vi chiamano in tv ed esordite in “Quelli della domenica”.
«Cantiamo “A me mi piace il mare” e facciamo un balletto particolare. Il giorno dopo passiamo davanti a una scuola e vediamo due studenti che ripetono gli stessi passi. Capiamo che la nostra comicità funziona tra i giovani».
Ed è il boom. Nel ’72 fate “Il buono e il cattivo” e nel ’73 “Il Poeta e il Contadino”. Sketch meravigliosi e canzoni indimenticabili. Cochi, qualche curiosità sulla nascita dei vostri successi. Partiamo dal brano “La gallina”.
«In quel periodo ogni notte, aprendo la porta di casa, nel cortile  mi trovo di fronte una gallina che mi guarda. Ne resto colpito e nasce l’idea».
“Come porti i capelli bella bionda”.
«Sentiamo una vecchia canzone popolare in osteria, la cantano due tizi mentre giocano a biliardo. La rielaboriamo e poi Renato si inventa i movimenti che la rendono surreale».
“E, la vita, la vita”.
«Nasce a casa mia, una sera, parlando con Renato, Teocoli e Jannacci».
“Canzone intelligente”.
«È l’epoca dei cantautori che fanno musica impegnata. Alcuni sono geni, altri bluff. E li prendiamo in giro».
Nel ’74 la sfida più grande: “Canzonissima”. Ed è un successo con una media di 22milioni di spettatori a serata.
«Ma riceviamo anche molte critiche pesanti. Qualcuno vorrebbe che Boldi, che ci fa da spalla, venga lasciato a casa».
 Qualcuno chi?
«Raffaella Carrà, che lo odia, forse perché  troppo di rottura. Massimo esce da una credenza e dice cose strampalate, tipo “Ho giocato a tennis e ho servito così forte che mi si è incendiata l’ascella”».
Come finisce?
«Premono per cacciarlo, ci rifiutiamo: se va lui, andiamo anche noi. Confermato».
Cochi, guadagnate molto in quel periodo?
«Siamo precari con un contratto settimanale. E dopo la prima settimana rischiamo di restare a casa».
Perché?
«I funzionari Rai sono perplessi. Non ci capiscono».
E  magari, dopo il successo, passano dalla vostra parte.
«Macché, quelli sono perplessi tutt’ora! Sa chi ha capito prima di tutti il nostro modo di fare ridere? Gli intellettuali come Eco e le donne».
Cochi, giochino. Un ricordo o un aneddoto per ognuno dei suoi amici storici. Partiamo da Renato.
«Grande battutista. Io e lui nella vita siamo all’opposto. Lui preciso e vulcanico, quasi maniacale. Io più pigro».
Jannacci.
«Genio straordinario. Tra una pausa e l’altra, al cabaret, studiava per laurearsi. Enzo per noi ha scritto musiche e testi fondamentali e ci ha spronati a continuare nella direzione della comicità spontanea».
Teocoli.
«Siamo in tournée con “Saltimbanchi si muore”, è il suo debutto. Andiamo ad Arezzo, iniziamo io e Renato e nessuno ride. Strano. Tocca a Jannacci e il pubblico lancia monetine. Capiamo che ci hanno invitati a tradimento in un circolo fascista e scappiamo. Manca Teo, dove è Teo? Eccolo, in platea a scazzottarsi».
Boldi.
«Divertente, irresistibile. E amante del cinema. A fine serata metteva un lenzuolo bianco sulla parete e proiettava vecchie pellicole affittate».
Villaggio.
«Una delle persone che in assoluto mi fanno più ridere, anche nella vita».
Cochi, torniamo alla carriera. “Canzonissima” è l’ultimo programma con Renato.
«Ci offrono il cinema, ma non vogliamo diventare una coppia da film. A Renato capita l’occasione da solo e la sfrutta. Io poco dopo faccio “Cuore di cane” di Lattuada. Le strade si dividono».
Dopo un litigio?
«Noooo! Mai litigato».
Lei, oltre al cinema,  in quel periodo fa teatro di prosa.Poi torna in tv nel ’92, da solo, in “Su la testa!” di Paolo Rossi. Il quale inizia con una battuta: “Nella vita dell’uomo ci sono tre misteri: 1) Cosa ha fatto Gesù da 12 a 30 anni; 2) Cosa ha fatto Berlusconi dal 1960 al 1975; 3) Cosa ha fatto Cochi Ponzoni dal 1979 ad oggi.
«Bellissima. Lo spunto glielo do io quando gli racconto che negli anni del teatro, a Trieste, vado in un supermarket e c’è una commessa che mi fissa. Penso mi abbia riconosciuto. Ha gli occhi sbarrati, è insistente. Mi avvicino quasi intimorito. “Scusi, perché mi guarda così”. “Ma... lei... è Cochi?”. “Sì, sono Cochi”. Trema. Mi fissa:  “Ma Cochi non è morto?”».
Buona questa. Ultime domande veloci. 1) I suoi comici preferiti?
«Ollio e Stanlio».
2) Italiani?
«Sordi e Totò».
3) Paura della morte?
«Non tantissimo. Mi spaventa, di riflesso, quella degli altri».
4) Qualcuno che vorrebbe riabbracciare?
«Felice Andreasi e Lauzi. E il fratello di Renato che è morto da poco».
Ultima. Se qualcuno la ferma e le chiede una barzelletta cosa racconta?
«Niente. Quando, per strada, incontro un dentista, mica gli domando se mi fa un’otturazione!».



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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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