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"Sono la reincarnazione di un batterista nero"

Ha fatto il boom a inizio anni ’80 cantando “Vincenzo io ti ammazzerò” e “Vi odio a voi romani” . «Fui accusato di razzismo e inserito nel libro nero della Rai»

5 Dicembre 2011

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"Sono la reincarnazione di un batterista nero"
Alberto Fortis ci ha conquistati a inizio Anni ’80 con la sua musica coraggiosa (“A voi romani” e “Milano e Vincenzo”) e raffinata (“Il duomo di notte”, “La sedia di lillà” e “Settembre”). Poi, dopo il boom, si è trasferito negli Usa. Ora vive a Milano, ha 56 anni, è impegnato nel sociale (testimonial nazionale Aism e dei City Angels e ambasciatore Unicef per bambini nativi americani) e continua a comporre e cantare. Anche se ha meno visibilità.



«Alessandro, ecco due cd per lei».
Grazie. Sono gli ultimi suoi lavori?
«Non gli ultimissimi. “Fiori sullo schermo futuro” è l’album realizzato in occasione della reunion con la band storica. Questo invece è “In viaggio”, scritto dopo il reality cui ho partecipato nel 2006».
Già, “Music Farm”.
«Un momento anomalo della mia carriera. Non lo rifarei più».
Esperienza negativa?
«Bella a livello umano. Ma quel tipo di televisione non mi appartiene. Il problema è che per essere visibili, ora, bisogna passare da San- remo o da un reality. Spazi in tv non ce ne sono granché».
Il ricordo più bello?
«L’amicizia con Califano. Grande artista, provocatore, attore. Un poeta maledetto. Capace di farti vivere momenti di divertimento, ma anche di emozione  con le confessioni della sua vita».
Torniamo ai cd. Ultimo lavoro?
«“Annapolis”, doppio album live che ora sto portando in tournée con 40 date in tutta Italia. E poi...».
...poi?
«Ho un progetto interessante».
Si può dire?
«Sì, anche se...».
Su, annunciamolo in anteprima.
«Sanremo».
Urca. Lei non ci è mai andato!
«Siamo pochissimi cantautori a non aver mai partecipato al Festival. Ho presentato un pezzo, vedremo. Il problema è che a Sanremo valutano lo spettacolo più che la qualità dei brani. E molte decisioni vengono prese in base alle pressioni politiche e alle raccomandazioni».
Lei dove sta?
«Storicamente sono di centrosinistra, ma ora sono per la terza via. Il mio idolo è Gandhi».
Alberto, torniamo alla sua carriera. La seguono tanti  fan?
«Faccio anche concerti da 4000 persone. I più distratti pensano sia sparito, ma sto lavorando più ora di dieci anni fa».
 Questione di visibilità?
«Se ti chiami Zucchero ogni cosa che fai viene pubblicizzata. Altrimenti è dura».
La musica è in crisi?
«È drammaticamente cambiata con l’avvento di Internet, che ha decimato le vendite. Una volta facevi 300 mila copie. Ora nemmeno la Pausini vende così e con 7mila dischi sei tra i primi dieci in classifica.  Il problema è che spesso i dati che vengono divulgati non sono veritieri».
 In che senso?
«Vengono pompati per questioni di immagine. E se non sei gestito da uno di quei feudi di potere, i rilevamenti sono pilotati».
Fortis, di questa crisi quante responsabilità hanno i discografici?
«Molta. Sono stati loro che 15 anni fa hanno consegnato il potere alle radio. Il risultato è che se non sei appoggiato dai tre network principali i tuoi lavori  rischiano di essere buttati. Ecco perché io continuo a lavorare anche con l’estero».
Ha un nuovo progetto?
«Un musical a Broadway con Tom Kitt, Premio Pulitzer 2010. Ho scritto musica e storia, è un lavoro da 5 milioni di dollari».
Parliamo di lei. Ora vive a New York o Milano?
«Sono tornato in Italia 10 anni fa».
È sposato?
«No, ma ho una relazione».
Figli?
«No. Anzi sì, un bambino adottivo. Alvin ha 7 anni e sta in India, vive in un istituto di suore laiche ed è orfano di padre. Non ci siamo mai incontrati, ma voglio fare un viaggio per conoscerlo al più presto».
Noi ora viaggiamo nel tempo fino al piccolo Alberto Fortis.
«Nasco a Domodossola il 3 giugno ’55. Ultimo di tre figli, sono un bambino vivace. Papà Giulio è medico cardiologo, mamma Anna casalinga. Anche lei legata alla medicina: suo cugino Angelo De Gasperis nell’aprile 1956 ha eseguito il primo intervento a “cuore aperto” su una bambina di 18 mesi. All’ospedale Niguarda di Milano gli è dedicata una fondazione».
Restiamo al baby Alberto. Scuole?
«Frequento medie e Classico al collegio dei rosminiani da esterno, molta severità e tanta disciplina».
Primo contatto con la musica?
«A 5 anni chiedo una batteria a Babbo Natale. Ed è come se la sapessi suonare da sempre».
In che senso?
«Io credo nella vita dopo la vita. Nella migrazione delle anime. Se vuole le racconto».
Assolutamente.
«Da bambino cresco con la fissa della batteria, della musica black e della “Queen Mary”».
La nave rinominata, ai tempi della prima guerra mondiale, “Fantasma grigio”. Quella poi avvolta da misteri paranormali.
«Un sogno ricorrente nella mia vita: la vedo che se ne va nel buio, tra la nebbia. A metà anni ’90, quando vivo a Los Angeles, decido di andarla a visitare. Appena salgo, mi sembra di essere a casa. Mi muovo come se conoscessi tutti gli angoli, ho una familiarità sconvolgente».
Urca.
«Incuriosito, mi documento e scopro che nel ’54 tre musicisti di colore sono caduti in mare. Morti».
Lei è nato un anno dopo! Con la passione per la musica black...
«E da quel momento non ho più fatto quel sogno».
Altri segnali o cose del genere?
«Quando ho 18 anni muore mia madre. Mi iscrivo a Medicina a Genova e vado a vivere da solo a Diano Marina, in una nostra casetta di famiglia, per staccare da tutto. Una sera, svestendomi, scopro che il pullover che indosso ha un buco. Lo appoggio sulla sedia e mi addormento. Sogno mamma che lo rammenda, è un visione precisa e tridimensionale. Mi sveglio inquieto e come prima cosa vado a controllare il maglione».
E...?
«È perfetto, nessun buco!».
Incredibile. Alberto, torniamo alla musica. Quando la prima band?
«“I raccomandati” a 16 anni. A 18 poi accade una cosa strana».
Un’altra? Quale?
«Dopo aver suonato sempre e solo la batteria, mi metto per la prima volta, d’istinto, a un pianoforte. E compongo i brani che, più avanti, diventeranno “Tra demonio e santità”, il mio secondo album».
E l’università?
«Mi trasferisco a Milano, ma la musica ormai mi assorbe del tutto. E mollo. Nel frattempo firmo il primo contratto con la RCA, casa discografica di Roma. Quella di Vincenzo Micocci,  scopritore di Venditti e De Gregori».
Quando il primo brano?
«Mai. Mi tengono bloccato per due anni e mezzo senza far niente. E alla fine sbotto».
Che fa?
«Riunione in programma ogni tre mesi, i boss della RCA chiedono se ho qualcosa di nuovo. “Sì, ma è roba forte!”. Uno fa lo spiritoso: “A noi piacciono le cose Fortis”».
Cosa canta?
«Due brani appena composti in un momento di rabbia. Inizio con “A voi romani”».
Il cui testo dice “E vi odio voi romani/ io vi odio tutti quanti/brutta banda di ruffiani e di intriganti/camuffati bene o male/da intellettuali e santi/io vi odio a voi romani tutti quanti”.
«Poi, a seguire, canto “Milano e Vincenzo”».
Che dice “Milano sono tutto tuo/Vincenzo no non mi rinchiude più/oh Milano sii buona almeno, almeno tu/Lui mi picchiava tutto l’anno/e mi faceva dire sì/Milano tu non trattarmi mai così/Vincenzo io ti ammazzerò/sei troppo stupido per vivere/Vincenzo io ti ammazzerò perché/ non sai decidere”.
«Finisco e cala il gelo».
Micocci capisce che è lui lo stupido?
«Certo. Tornato a Milano lo chiamo e gli dico che voglio rompere il contratto. Addio».
E poi?
«Per tre anni e mezzo cerco qualcuno che mi produca, ma tutti dicono che il materiale non è idoneo. Solo Mara Maionchi mi appoggia. Finché all’audizione alla Polygram  incontro Alain Trossat, parigino laureato alla Sorbona. La mia fortuna».
Nel ’79 pubblica “Alberto Fortis”, accompagnato dalla Premiata Forneria Marconi. È il boom.
«“Il Duomo di notte” è stata annoverata tra le 100 canzoni più belle della storia del pop moderno in una classifica internazionale. Ai primi posti ci sono “Image”, “Like a Rolling Stones” e Born to run”».
 Complimenti. “A voi romani” però scatena non poche polemiche.
«Quel pezzo mi condiziona la vita, vengo considerato nordista, razzista. Quando presento il secondo album al Piper di Roma mi lanciano le uova. Sono scomodo e - lo scoprirò anni dopo - finisco sul libro nero della Rai. Tanto che Baudo una volta mi insegue nei corridoi: “Ma chi è questo incivile?”».
La canta ancora ?
«Ho ripreso da pochi anni. Per spiegare il senso della canzone, che era contro un certo tipo di burocrazia e potere della Capitale. Non certo contro i romani».
Il rapporto con Vincenzo Micocci si è ricucito nel tempo?
«L’incontro con lui è stata una delle cose più belle della mia vita. Ho lavorato con suo figlio e quando ha scritto la sua biografia l’ha intitolata “Vincenzo io ti ammazzerò”, con una mia prefazione».
Alberto, torniamo alla carriera. Quando capisce che  sfonderà?
«Nel 1979. A Modena apro il concerto di James Brown e sono terrorizzato, inizio a cantare e all’improvviso vengo sommerso di mutandine. È il modo con cui le ragazze dimostrano gradimento».
Nel 1980 esce il suo secondo album “Tra demonio e santità” e l’anno successivo “La grande grotta” che vende 350 mila copie. Ormai è uno dei cantautori più importanti. Continuiamo a parlare di donne...
«Difficile gestirle in quegli anni. A ogni concerto resto bloccato nei camerini per ore, c’è  ressa».
Chissà quante avventure...
«No. In quel periodo sono fidanzato con Rossana Casale. Innamoratissimo».
Quanto dura la storia?
«Quattro anni e mezzo. Lei sarebbe stata disposta a sacrificare la carriera per la famiglia, io non me la sono sentita. Ed è finita».
Nel 1986 si trasferisce a New York e registra “Assolutamente tuo”.
«Poi torno negli Usa nel ’96. Altri tre album. Dal 2001 sto qui».
Alberto, ultime domande veloci. 1) Miglior cantante di sempre?
«Lennon. In Italia mi piacciono Baglioni, Zucchero e Caparezza».
2) Ha guadagnato molto?
«Non tanto. E ho sempre reinvestito su di me».
3) Paura della morte?
«Più mi avvicino, più mi agita».
4) Rapporto con il sesso?
«Armonico. Ho avuto molte donne, ma non quante Califano».
5) Ha un sogno da realizzare?
«A livello professionale il musical. Nella vita, vorrei una famiglia».



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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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