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"Gli preferivo Topolino e Goldrake mi ha distrutto"

Era la voce delle sigle di “Ufo Robot” e “Capitan Harlock” e ha venduto 2 milioni e mezzo di dischi. «Ma i cartoni animati mi hanno rovinato la carriera di cantante»

20 Dicembre 2011

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"Gli preferivo Topolino e Goldrake mi ha distrutto"
Lame rotanti, alabarda spaziale, un razzomissile con circuiti di mille valvole. Già, Goldrake. Che meraviglia, per noi che negli anni ’70 eravamo bambini, ma anche per chi era più grande. A farci sognare con le sigle del cartone animato più moderno di quei tempi era Alberto Tadini, che si esibiva con tanto di tuta da Atlas. Alberto ha cantato anche Capitan Harlock, ma poi è stato distrutto proprio dai suoi personaggi. Ora ha 61 anni e gestisce un’agenzia immobiliare.



Nessuna alabarda spaziale. Niente lame rotanti. Zero libri di cibernetica né insalate di matematica. Alberto Tadini, ma qui nel suo ufficio non c’è proprio traccia di Goldrake?
«Guardi bene. Vede quel quadro laggiù?».
Cosa è?
«Il disco d’oro vinto con la sigla!».
Vero. Conquistato quando lei faceva ancora il cantante. Ora di cosa si occupa?
«Ho un’agenzia immobiliare, vendo case. Sono in proprio da 10 anni».
E Goldrake l’aiuta a trovare clienti?
«In questo tempo di crisi riesce a far poco anche lui».
Ma la gente la riconosce?
«Sì, c’è un notaio che spesso svela chi sono prima di firmare il rogito. E un po’ mi imbarazza».
Addirittura?
«Per me quello è un capitolo chiuso. Ne parlo poco ed è da tempo che non faccio interviste».
Nostalgia?
«No, è che ripensare alla carriera interrotta mi infastidisce. Ho fatto fatica a smettere. Per anni non sono riuscito a guardare Sanremo».
Ora non canta proprio più?
«Mi hanno proposto un’esibizione in Calabria e ho rifiutato. Troppo lontano. L’ultima serata l’ho fatta qualche anno fa a Venezia, era dedicata agli Anni ’70 e ’80. Grande successo».
La musica di oggi le piace?
«Non c’è niente di nuovo. Se togli Vasco e Zucchero chi altro c’è da ascoltare? Non esiste ricambio, solo tante cose rifatte del passato. Se si ritirano loro c’è il vuoto. La musica è un po’ come la politica: non si vede la luce in fondo al tunnel».
E in discoteca capita spesso di ascoltare Ufo Robot...
«Perché è un evergreen. Una canzone trasversale a livello di  generazioni. Pensi che ci sono ragazzi nati 10 anni dopo Goldrake che conoscono benissimo cartone animato e sigla».
Alberto, trasformiamoci in razzo-missili e viaggiamo nel tempo. Torniamo ai suoi inizi.
«Nasco qui a Caravaggio l’1 febbraio 1950. Figlio unico, un discolo».
Scuole?
«Liceo artistico a Bergamo, ma studio poco perché sono attratto dalla musica. E non mi diplomo».
Idoli giovanili?
«I Beatles e Battisti, il numero uno dei cantautori».
Primo gruppo musicale?
«All’oratorio, quando ho 15 anni. Ci chiamiamo “Le corde felici”, siamo in cinque amici che hanno voglia di fare casino. Guardi questa fotografia, io sono il cantante. Riconosce il chitarrista?»
No, chi è?
«L’onorevole Ettore Pirovano, presidente della Provincia di Bergamo!».
Urca. Quando il grande salto?
«A 21 anni. Concorso a Milano, interpreto un pezzo di Battisti e uno di Mina. I discografici della RCA sentono, mi fanno fare un provino e mi mettono sotto contratto».
Con tutta la band?
«No, da solo perché i “I Gens”, gruppo musicale che sta per andare a Sanremo, ha bisogno di una voce».
Già, il Festival del 1971. Lei partecipa con “I Gens” e cantate “Lo schiaffo”.
«È l’edizione in cui si esegue lo stesso brano in due. Siamo accoppiati con gli “Middle Of The Road” e veniamo eliminati subito».
Vince Nicola Di Bari con “Il cuore è uno zingaro”. Al sesto posto Carmen Villani e Domenico Modugno con “Come stai?”. Come mai quel sorriso?
«Modugno, la sera dopo l’esibizione, lo incontro al Casinò, che gioca e perde soldi. Ma al fa gnac ’na piega, non fa una piega».
Buona questa. Atmosfera di Sanremo?
«Beh, arrivo da Caravaggio - un paese - e ho solo 21 anni, mi sembra di essere in un altro mondo. Gran parte del tempo lo passo facendo shopping. Pantaloni a zampa di elefante, vestiti colorati, tutta roba stile beat».
“I Gens” però, dopo il Festival, non hanno il successo sperato.
«Concerto a Orzinuovi, vicino a Brescia. Decidiamo di venire a mangiare la pizza qui a Caravaggio. Il chitarrista e il bassista hanno auto potenti, una Porsche e una Austin 3000. Vanno veloci, si sfidano. Gilberto Bruno perde il controllo e va fuori strada. Lo soccorriamo, lo estraggo io dalla macchina, ma non c’è niente da fare. Morto sul colpo a soli 22 anni».
Che tragedia.
«Ci crolla il mondo addosso, quando andiamo a Messina per i funerali è uno shock. Poi ripartiamo con un nuovo chitarrista, Mauro Culotta di Genova, ma ormai abbiamo perso la spinta di Sanremo».
E lei se ne va.
«Vince Tempera, che avevo conosciuto al Festival, mi propone di passare alla EMI. Accetto e faccio alcuni dischi da solista tra cui “Sbagli”».
Con il nome Michel.
«Papà non vorrebbe: “Te se ciàmet Alberto!”, ti chiami Alberto! Ma la casa discografica mi obbliga. Dopo un po’, però, mi rompo le scatole e cambio ancora».
Dove va?
«A Bologna nell’orchestra “Bobo Express”. Facciamo serate a Riccione, si lavora. Ma un giorno, nel 1978, mi chiama Tempera».
Che vuole?
«Dice  che c’è da cantare la sigla di un cartone animato che verrà trasmesso a breve sulla Rai. Accetto, solo perché mi fa comodo tirare su due lire e arrotondare».
Nasce Ufo Robot.
«Nella prima serie c’è solo la sigla iniziale. Il cartone però va benissimo e allora Tempera scrive anche la sigla finale: Goldrake».
Il cui testo è “Va, distruggi il male, Va! (goldrake!)/Va, (goldrake!)/Mille armi tu hai non arrenderti mai/perchè il bene tu sei, sei con noi/Vai, contro i mostri lanciati da Vega/Vai, che il tuo cuore nessuno lo piega/Con te, la razza umana non morirà/invincibile sei perchè Actarus c’è/che combatte con te dentro te”. É un successo strepitoso. Che dai cantautori, però, viene vissuto con un po’ d’invidia.
«A un concerto di Guccini chiedono di cantare Goldrake e lui risponde: “Che vergogna! L’intera nazione vittima di queste puttanate...”.
Il disco vende sempre di più e lei diventa un personaggio televisivo: Atlas. La chiamano a “Discoring” e si presenta con una tuta spaziale.
«Con i “Bobo Express” avevo capito che contano anche abbigliamento e coreografia, così chiedo a due vecchiette della sartoria di fare la tuta. Mi metto una calzamaglia rossa, attacco la pettorina in pelle e modifico il casco da moto di mio zio per fare il casco da Goldrake».
Che fine ha fatto quella divisa? Ce l’ha ancora?
«No, l’ho venduta ad un’asta di beneficenza per bambini down».
Atlas funziona e diventa il mito dei piccoli. Viene candidato a “L’Ambrogino d’oro” a Milano e vince il “Disco d’oro”. La domanda più ricorrente dei bimbi in quegli anni del boom?
«“Goldrake, ma l’astronave dove l’hai lasciata?”. E io: “É parcheggiata fuori”».
Lei il cartone animato lo guardava?
«Poco, solo per saper rispondere alle domande dei più curiosi».
Il disco venderà due milioni e mezzo di copie. Guadagna ancora molto in diritti d’autore?
«Nulla. Il contratto prevedeva che dopo un milione di copie rinunciassi ai diritti. Chi si immaginava di arrivare a quelle cifre?».
Dopo Goldrake lei canta anche la sigla di Capitan Harlock.
«Poi partecipo a Remì, Anna dai capelli rossi e Daitarn».
Ma ad un certo punto smette. Stop. Basta.
«I discografici mi cercano solo per canzoni per bambini. Vorrei fare altro, musica d’autore, pop, ma ormai ho quell’etichetta e non riesco più a togliermela. Così a 35 anni rinuncio e lascio il mio spazio a Cristina D’avena».
Pentito?
«No. Goldrake è stato una benedizione, ma anche una maledizione. Mi ha reso famoso, ma poi mi ha fregato».
Che ha fatto quando ha smesso?
«Rappresentante di dischi per la Fonit, poi ho aperto un negozio di dischi e videocassette a Caravaggio. Venti anni fa ho cambiato di nuovo e mi sono messo a vendere case. Ora sono in proprio».
Tadini, ultime domande veloci. 1) I suoi cartoni animati preferiti?
«Topolino, Nembo Kid e Superman».
Scusi, e il povero Goldrake?
«Ci sono affezionato, ma sono cresciuto con gli altri. Sono più legato a loro».
2) Cantante preferito?
«Freddie Mercury. L’immenso Battisti. E ora Paolo Conte».
3) Ha paura della morte?
«No, fa parte della vita».
4) Hobby particolari?
«Dipingo. Coltivo bonsai. E corro la mezza maratona».
Ultimissima. Quando ora le chiedono di cantare Goldrake che fa?
«Dico di no. Ormai Ufo Robot fa parte soltanto del mio passato».



C’è qualche personaggio sparito che vi piacerebbe riscoprire?

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Commenti all'articolo

  • Mentalist

    20 Dicembre 2011 - 16:04

    E chi se lo ricordava più. Mi permetta una confidenza Alessandro , ma lei si ricordava a memoria tutto il testo?

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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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