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"Branduardi ci ha ispirati, Canale 5 ci ha dato il successo"

«Il primo pezzo diventò la sigla dei programmi della rete, andava in onda 6 volte al giorno e tutti lo impararono. Ogni concerto è una notte d’amore»

4 Gennaio 2012

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"Branduardi ci ha ispirati, Canale 5 ci ha dato il successo"
I “Rondò Veneziano” - indimenticabili con parrucche e abiti d’epoca - ci hanno fatto scoprire una musica nuova a inizio Anni ’80. Barocca e pop insieme, orchestra da camera e strumenti moderni. “La Serenissima”, “Casanova”, “Rondò Veneziano” (sigla di apertura di Canale 5 nell’80), “Sinfonia per un addio”, tutti brani entrati nella storia. I “Rondò Veneziano” sono Gian Piero Reverberi, ideatore del gruppo, compositore, pianista. Dopo il boom, in Italia sono spariti. Ora si sono trasferiti in Svizzera e fanno concerti solo all’estero.



Gian Piero Reverberi, questa più che la casa di un musicista sembra la casa di un pittore.
«I riconoscimenti per i “Rondò Veneziano” e i dischi d’oro sono impolverati da qualche parte. Preferisco i quadri, sono appassionato d’arte e  collezionista».
C’è un collegamento tra un bel dipinto e una buona musica?
«La pittura si esprime nello spazio, la musica nel tempo. Il resto, però, si può  mettere in correlazione: le fasce armoniche con i colori, per esempio. Picasso e Stravinskij non sono così differenti. Anzi».
Interessante. Lei dipinge?
«Non ci penso nemmeno».
Il quadro cui è più legato?
«Quello laggiù è un Afro del ’54, ha girato il mondo più lui di me. Acquistare dipinti è il mio hobby da 30 anni. In ogni tournée, prima di farmi portare in albergo, mi sono sempre fatto portare nei musei».
Mai provato a comporre una musica ispirandosi a un quadro?
«No, sarebbe auto limitare la creatività. Cosa che detesto. Ecco perché sono un pessimo musicista di colonne sonore. Belìn, se ho un’idea seguo lo sviluppo dell’idea e non quello della scena. Le cose belle in questo campo le ho fatte quando hanno adattato le scene alle mie musiche».
Reverberi, l’accento genovese si sente ancora. Ma vive qui?
«No, sono cittadino svizzero da quando il marchio “Rondò Veneziano” è stato ceduto a una società di Galgenen».
Già, addio Italia. Siete spariti.
«Ci esibiamo all’estero perché qui non ci sono strutture. Nell’800 la musica italiana si è sviluppata con l’opera, non con la sinfonia. I teatri non sono adeguati».
Solo questo il motivo?
«In realtà non ce lo chiedono nemmeno più, ma difficilmente accetteremmo. In Italia imperversano i falsi».
Cosa intende?
«Almeno cinque o sei gruppi si spacciano per i “Rondò Veneziano” senza esserlo, ci rovinano l’immagine. Per far capire che  siamo quelli veri servirebbe un lavoro pubblicitario troppo costoso».
I concerti in Italia le mancano?
«Frega nulla. Ho superato la sindrome dell’emigrante».
Facciamo un aggiornamento sui “Rondò Veneziano”. Quanti siete?
«Trenta, gran parte italiani. Io dirigo e suono. Per ogni musicista ci sono due alternative da poter chiamare in caso di emergenza. I solisti in costume d’epoca sono nove, l’orchestra è in frac».
Dove provate?
«Ci basta il giorno prima dell’esibizione. Il repertorio lo sappiamo a memoria, sa quante volte è andata via la luce durante i concerti e siamo andanti avanti al buio senza problemi?».
Fan italiani ne sono rimasti?
«Molti e vengono a tutti i concerti all’estero. C’è un tizio di San Benedetto che sa tutto di noi, ci segue fin dall’inizio».
Torniamoci, all’inizio dei “Rondò Veneziano”. Anzi, partiamo ancora più indietro. Dal piccolo Gian Piero.
«Nasco a Genova il 29 luglio 1939. A tre anni conosco a memoria i valzer di Strauss e faccio il deejay alle feste in casa: i miei canticchiano le  quattro note iniziali dei pezzi di musica classica e io metto il 78 giri giusto».
Urca.  Primo strumento?
«A sei anni strimpello il pianoforte, poi vado a lezioni da un’insegnante. Nel ’58 e nel ’63 mi diplomo al Conservatorio Paganini di Genova in pianoforte e composizione».
Con il sogno di diventare musicista o compositore?
«Compositore classico».
Curiosità. In Italia ora si parla molto di Giovanni Allevi.
«Ha qualità, è un buon pianista e in Italia non ce ne sono tanti come lui visto che  c’è il vuoto totale. Ma ha grandi limiti come orchestratore, è troppo elementare. E...».
...e?
«Se è vero che si è paragonato a Chopin, dimostra che non lo conosce abbastanza».
Torniamo a lei. Eravamo rimasti al sogno della musica classica.
«Poi inizio ad aiutare mio fratello Gian Franco, di cinque anni più grande, che lavora alla Ricordi. E scrivo arrangiamenti per Luigi, Bruno, Gino, Fabrizio».
Che sarebbero Tenco, Lauzi, Paoli e De André. Grandi talenti.
«Sì, ma musicalmente analfabeti. Nessuno in grado di mettere per scritto la musica».
Nel ’63 compone “Se mi vuoi lasciare” per Michele. Ed è un grande successo.
«Così abbandono la musica classico ed entro nel mondo pop».
Un ricordo di questi grandi artisti?
«Ero loro amico finché non ci lavoravo insieme. Poi ognuno ha seguito la propria strada».
Beh, almeno qualche aneddoto.
«Le racconto questo su De André. Concerto a Monaco con i “Rondò Veneziano”. Vado a cena e come sottofondo musicale, al ristorante, c’è una canzone di Fabrizio. Dico alla proprietaria: “Allora lei conosce l’italiano!”. Risposta: “No, nemmeno una parola”. La guardo stupito: “De André è famoso soprattutto per i testi!”. E lei: “Ah! Per me con quella voce potrebbe cantare anche l’elenco del telefono”».
Battisti?
«Preferisco non parlarne per non distruggere un mito».
Addirittura?
«Musicalmente un genio, ma umanamente non andavamo molto d’accordo».
Tenco?
«Gran talento. Non dico altro. Parlare solo della sua morte, in tutti questi anni, è stato deleterio per il ricordo della sua musica».
Reverberi, lei in quegli anni lavora per Mina, la Vanoni, Dalla, Endrigo, Patty Pravo. E produce, tra gli altri, i New Trolls e Le Orme. Poi che succede?
«Nel ’79 sono a tavola con Freddy Naggiar, proprietario della Baby Records. Mi chiede: “Secondo te si può fare un Branduardi strumentale?”. Rispondo che le filastrocche, se togli i testi, diventano ripetitive e noiose. Freddy è convinto che sul mercato manchi un prodotto italiano con il gusto internazionale. E mi chiede di rifletterci».
Lei ha l’intuizione vincente.
«Penso che, nella storia della musica, il periodo italiano più europeo è il barocco. Ci lavoro su, mescolando classico e pop, compongo quattro pezzi di prova e li faccio suonare ad amici dell’orchestra di Genova. Funziona».
Il passaggio successivo?
«Io e Freddy programmiamo  tutto a tavolino. Per essere un gruppo credibile decidiamo che servono sette donne per il classico e due uomini per basso e batteria. L’abbigliamento deve essere rigorosamente d’epoca».
Il nome come nasce?
«Il primo pezzo inciso è titolato “Rondò Veneziano”, nome immediato e senza bisogno di traduzione. Quello giusto per chiamare il gruppo».
Vi rendete conto che state per fare un boom?
«No. Mi aspetto di andare da nessuna parte. Ma Freddy è geniale».
Cioè?
«Il primo disco è pronto nel Natale del ’79, ma lui dice che per lanciarlo è meglio aspettare: per le feste è tardi, poi c’è Sanremo e poi ancora l’estate. Difficile vendere in quei periodi».
E che fate?
«Freddy fa ascoltare il disco a Berlusconi, che nel gennaio ’80 parte con Canale 5. Sono gli anni dei Village People, Donna Summer e della musica computerizzata, tutto l’opposto di noi. Il Cavaliere resta affascinato e il nostro pezzo diventa la sigla di inizio trasmissione dei programmi: va in onda sei volte al giorno e tutti lo imparano».
Ma senza sapere chi siete.
«Così quando, a dicembre, veniamo invitati a “Domenica In” per il lancio del disco, la nostra musica è già conosciuta. Ed è un successo».
Vendete 25 milioni di dischi in tutto il mondo. A fine anni ’80, però, gli affari calano.
«Freddy decide di cedere tutto e io chiedo, per noi, di trovare una casa discografica che garantisca concerti, perché voglio provare a fare esibizioni dal vivo».
Nel ’90 il marchio viene venduto in Svizzera.
«Ci trasferiamo là e inizia la serie di tournée in tutta Europa».
Prossimo concerto?
«Il 25 gennaio a Monaco».
Reverberi, ultime domande veloci. 1) I più grandi compositori?
«Bach, Beethoven, Mozart, Wagner e Stravinskij».
2) Riesce ad abbinare un pittore a ognuno di loro?
«Bach-Giotto. Beethoven-Michelangelo. Mozart-Caravaggio. Wagner-Turner. Stravinskij-Picasso».
3) Artista pop preferito?
«Elton John».
4) Rapporto con la religione?
«Credo in Dio».
5) Paura della morte?
«No, assolutamente».
6) Ha un sogno?
«Si sono avverati quasi tutti. Mi piacerebbe che venisse eseguito il requiem che ho scritto».
7) Rapporto con il sesso?
«Buono».
8) C’è legame tra sesso e musica?
«Certo. La musica, più delle altre forme d’arte, è fisica. Una mia conoscente si eccita al suono degli ottoni di Wagner. E poi...».
Continui.
«Qualsiasi uomo, se facesse sesso seguendo esattamente i ritmi della Settima di Beethoven, soddisferebbe la sua donna».
9) Qualcuno ha mai composto pensando al sesso?
«Ravel. Mentre il balletto Dafni e Cloe è un bellissimo atto d’amore, il Bolero è quasi pornografia: non è sentimento, ma atto sessuale privo di amore. Lo disse anche lui: “Ho scritto solo un capolavoro, peccato che non sia musica”».
Ultimissima. Lei come vive il rapporto musica-sesso?
«Ogni concerto dei “Rondò Veneziano”, per me, è una notte d’amore».



C’è qualche personaggio sparito che vi piacerebbe riscoprire?

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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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