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"Le mie 5 vite psichedeliche da pop star a monaco induista"

Era il mito della musica underground degli anni ’70, ma a un passo dal grande successo è sparito per diventare Hare Krishna. «Ho fatto voto di castità per 15 anni»

23 Gennaio 2012

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"Le mie 5 vite psichedeliche da pop star a monaco induista"
Per chi non la conoscesse, chi è Claudio Rocchi?
«Un cantastorie visionario e un menestrello psichedelico».
Bella definizione. Per chi la conosce, invece, lei è un mito della musica di nicchia Anni ’70 .
«Sì, ma ora voglio snicchiarmi. È  la prospettiva della mia quinta vita».
In che senso quinta vita?
«Finora ne ho vissute quattro».
Intrigante. Diamo il titolo ad ognuna, poi approfondiremo.
 «Dalla nascita ai 15 anni “studente”. Dai 15 ai 29 “aspirante pop star”. Dai 29 ai 49 “aspirante santo”. Dai 49 a oggi  “ritorno nel mondo”. La prossima è  “aspirante artista di grande successo”».
Come pensa di arrivarci, al grande successo?
«Smettendola di avere la puzza sotto il naso e di considerare non degne le occasioni».
Un esempio, grazie.
«L’anno prossimo voglio andare al Festival di Sanremo. L’unica volta che mi hanno invitato, in passato, non ho nemmeno risposto. Crescendo, le stoltezze giovanili si ridimensionano».
Claudio, torniamo a lei e facciamo un aggiornamento. Dove abita?
«Mi sono trasferito nel Far West della  Sardegna sei anni fa, a sud di Oristano. Vivo tra gli animali a vista mare. È lì che ho scritto l’ultimo album “In alto”. L’ingresso nella quinta vita».
Noi invece facciamo un salto all’indietro. Alla prima vita. Titolo: “Studente”.
«Nasco a Milano l’8 gennaio 1951, il più piccolo di due fratelli, coccolato e viziato. E stravagante».
Cioè?
«A 5 anni ho la percezione di una  vita precedente. Seduto in camera da letto resto come imbambolato, mi vedo davanti a una catena di monti, con il cielo sereno. Scrivo di getto: “Niente mi attende al di là dei monti, niente mi attende al di là del mare. Niente, sempre niente”».
Precoce.
«I miei genitori, preoccupati, mi portano dallo psicologo. Il quale spiega che è il ricordo di un’altra vita. Da quel momento credo nella reincarnazione».
Quando il primo impatto con la musica?
«A 12 anni, in tv, vedo un concerto dei Beatles. Atmosfera pazzesca, ragazzine in estasi  che urlano e tirano sul palco mutandine e reggiseno. Resto folgorato dall’esibizione e decido che nella vita voglio fare il musicista».
Folgorato dalla musica o dalle ragazzine?
«Cinquanta e cinquanta».
Scuole?
«Medie, Liceo Scientifico e poi  Filosofia. Al Liceo suono il basso e canto con “Gli sconosciuti”. Partecipiamo a un concorso nazionale, mi notano e vengo invitato a fare un provino per la RCA a Roma».
Come va?
«Cacciato all’istante perché pazzo furioso».
Che combina?
«Mi presento improvvisando una talking song, una canzone parlata. Deliri visionari, un proto rap un po’ più cantato».
Nel 1968 però entra negli “Stormy Six” che sono agli esordi.
«Ci esibiamo nelle feste brianzole, circuito di super alta borghesia. Poi incidiamo l’album “Le idee di oggi per la musica di domani”».
Ma lei se ne va. Perché loro vogliono trattare temi politici, mentre lei aspira a testi più spirituali.
«Non solo. In realtà mi viene offerto un contratto come autore da una casa discografica».
Inizia la seconda vita. Titolo: “Aspirante pop star”. Nel ’70 esordisce come solista con “Viaggio”.
«L’album va bene e mi chiamano a lavorare alla radio nella trasmissione “Per voi giovani” ideata da Arbore. La notorietà mi permette di lanciare il secondo disco “Volo magico n.1”».
Nel frattempo, però, viene bacchettato dagli “Stormy Six”. Che le dedicano il brano “Fratello”: “Quando l’ultimo sfruttatore/l’ultimo corruttore/l’ultimo carrierista/l’ultimo ipocrita/l’ultimo borghese/saranno scomparsi/da questa terra/allora sarà giunto/il vostro momento/di parlarci/d’amore/Ma forse tu/ma forse tu/fratello/non ci sarai più”.
«L’intento non è certo amichevole e all’inizio mi dà fastidio. Sono gli anni del movimento studentesco alla statale di Milano e gli “Stormy Six” fanno musica impegnata, mentre io viaggio con altri intenti. Il risultato è che quelli di sinistra mi considerano di destra, quelli di destra mi considerano di sinistra».
A proposito di canzoni con dedica. Anche la PFM, più avanti, canterà “Per un amico”. Scritta per lei.
«In risposta alle mie critiche nei loro confronti. Li vedevo come ragionieri che arrivavano nei camerini eleganti, si cambiavano e si trasformavano per il concerto. Quasi come fosse un lavoro. Per me invece suonare è sempre stata una missione. In quel periodo ero convinto che la musica potesse cambiare il mondo in positivo».
L’ha cambiato?
«La cultura giovanile del decennio ’63-’73 ha modificato molte cose. Ha lasciato il segno. I giovani ora danno tutto per scontato, ma le cose sono cambiate grazie al lavoro che ha fatto la gioventù di allora».
Facciamo un esempio.
«Se adesso vai in giro con i capelli lunghi e gli stivali di due colori differenti nessuno  dice niente. Quando lo facevo io negli anni ’70 mi chiamavano culattone».
Restiamo a lei e alle  stravaganze. Una da ricordare?
«Raduno nazionale di Gioventù Comunista a Ravenna. Salgo sul palco e tutti si aspettano un inizio classico con musica e canzoni. Invece mi presento con un registratore a bobine Revox che collego agli amplificatori a tutto volume. Pum pum pum, parte un ritmo strano. È il battito cardiaco del feto di mia figlia che ho registrato giorni prima con strumenti elettromedicali. L’atmosfera diventa immediatamente straordinaria».
A 29 anni lei entra nella terza vita. Titolo: “Aspirante santo”.
«Sono popolare, ho soldi e successo. Ho inciso nove dischi, ma sento che mi serve altro. Voglio capire come utilizzare il 98 per cento della zona cerebrale che non usiamo. E divento monaco induista».
Un passo alla volta. Quando l’avvicinamento all’India?
«Nel ’71, dopo che esce “Volo Magico”, vado in vacanza per quattro mesi a Goa, nell’India dei fricchettoni. Un villaggio totale, psichedelico, tutti mezzi nudi, anarchia, si fuma la canapa e si sperimentano allucinogeni al calar della luna».
Ambiente all’opposto di quello spirituale.
«Appunto. È lì che, però, resto incantato di fronte a un personaggio incredibile: capelli lunghi bianchi, barba candida. È un Baba, uno di quei vecchi saggi che rinunciano alla vita normale per prepararsi a morire e che si mettono a disposizione della comunità perché ne sanno di più. In cambio di un dono, rispondono a qualsiasi domanda».
Lei che offre?
«Un barattolo di marmellata. Mi guarda: “È per me?”. “Sì, un regalo”. “Cosa dovrei farne?”. “La assaggi!”. Il Baba prende il barattolo e lo lecca da fuori. Sorride. “Non è molto saporita!”. “Beh, se lecca il vetro...”. Sorride ancora: “Credi che così possa sentire il gusto della la marmellata?”. “No!”. E me ne vado, con il dubbio che mi stia prendendo in giro. Dopo tre giorni capisco».
Cosa?
«Il messaggio è semplice. Se vuoi capire qualcosa devi entrarci. Se vuoi capire una filosofia non basta leggerla, bisogna viverla».
Dicevamo della terza vita.
«Da giornalista, per la radio, vado a intervistare i grandi guru di passaggio in Italia. Ma divento  critico verso quel mondo. A conquistarmi, invece, è un testo degli   Hare Krishna, la “Bhagavad Gita”».
E si avvicina a loro.
«Li aiuto attivamente da fuori, poi entro a farne parte».
Quando diventa ufficialmente un monaco?
«Nel ’78 acquistiamo a San Casciano in Val di Pesa, provincia di Firenze, una villa con sette case coloniche che era appartenuta a Machiavelli. Prendo i voti e mi trasferisco lì con moglie e figlia. Quindici anni da monaco induista e nell’ultimo periodo divento padre priore: sono a capo di una struttura con 480 persone».
Look?
«Capelli rasati a parte un codino. Vestito di due pezzi, un drappeggiato sotto e sopra una camicia indiana, lunga. Vivo in una cella di tre metri per quattro con Paolo Tofani».
L’ex chitarrista degli Area?
«Lui. Insieme, in quel periodo, incidiamo “Un gusto superiore” che venderà quasi due milioni di copie porta a porta».
Parliamo dei voti.
«Per 15 anni non bevo alcolici. Non uso droghe. E non ho rapporti sessuali».
Astinenza completa? Nemmeno autoerotismo?
«Nemmeno quello. L’unica strana esperienza sessuale mi capita per un breve periodo».
Cioè?
«Ogni sera vado a letto a mezzanotte e mi sveglio alle 3.45 per la prima funzione. Verso le 6 faccio una mini pennica di 15 minuti. Un giorno, nel dormiveglia, vedo una splendida castellana, bionda, capelli lunghi, abito bianco, che è distesa a pancia in giù sopra di me e piano piano scende. Resto stupito, allibito. Ma anche eccitato. Quando arriva al punto di contatto sparisce perché è un fantasma. Ma per sette mesi, al suo arrivo, ho polluzioni nel sonno».
Claudio, come si vive senza sesso?
«Esperienza straordinaria. Secondo una definizione taoista, l’utilità è nel vuoto. Una scodella è utile quando è vuota. Ecco, se ci si toglie dalla mente tutta la sfera della sessualità, con i pensieri e l’impegno che comporta, si libera uno spazio infinito. Senza sesso si aumenta a dismisura il potenziale mentale, la castità ti fa più libero, più leggero, più accogliente».
Più difficile rinunciare al sesso, all’alcol o al tabacco?
«Dipende da quali sono le motivazioni. Diciamo che smettere di fumare per me è facilissimo, l’ho fatto un sacco di volte...».
Buona questa. Come è stata la prima volta di sesso dopo 15 anni?
«Psichedelica».
La prima birra?
«Un’euforia visionaria».
La prima canna?
«Le ho abolite. Le droghe nelle mie vite le ho provate quasi tutte. Ma come sperimentazione controllata, non come sballo».
La più strana?
«Mescalina purissima, in gocce, a 15 anni. I sensi si sono mescolati, colore, gusto, profumo, suono, tutto intrecciato».
Rocchi, nel ’99 lei abbandona tutto. Per iniziare la quarta vita. Titolo: “Ritorno nel mondo”.
«Dopo aver fondato e diretto, in Italia, Radio Krishna Centrale, vengo invitato in Nepal perché vogliono aprire la prima radio libera. Il progetto dovrebbe durare 6 mesi, ma mi fermo tre anni. Poi scoppia la guerra civile e tutto si complica. Vengo visto come un ricco occidentale e quando, un giorno, alle spalle esplode il supermercato dal quale sono appena uscito, decido di tornare in Italia».
Si trasferisce in Sardegna e riprende la carriera musicale. Ultime domande veloci. 1) L’artista che stima di più?
«Battiato. Siamo in grande sintonia».
2) Se si sveglia depresso cosa suona?
«Tom Petty».
3) Se si sveglia euforico?
«Prendo uno strumento e suono».
4) Paura della morte?
«Assolutamente no, non esiste».
5) Guadagnato molto in carriera?
«Ero un 20enne molto ricco».
Ultimissima. Come immagina la sesta vita? Titolo?
«Ha lo stesso titolo per tutti, quando si lascia il corpo: “Vita eterna”».



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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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