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"Ero il re del mezzofondo ma oggi mi batte anche Linus"

Vinceva in volata ed è entrato nella storia conquistando l’oro sui 10mila metri a Europei, Mondiali e Olimpiadi. "La mia forza era la testa. Ora motivo i manager"

30 Gennaio 2012

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"Ero il re del mezzofondo ma oggi mi batte anche Linus"
Alberto Cova, ma lei è sempre uguale. Baffi a parte.
«Negli Anni ’80 erano di moda. Li ho tagliati una mattina nel ’98, avevo voglia di un cambiamento. E non li ho più fatti ricrescere».
Fisicamente è ancora in forma. Quanto corre?
«Poco, pochissimo ormai».
Già, ma poco per lei significa sicuramente tanto per noi.
«Un paio di uscite settimanali da 40 minuti a passo lento. Per un lungo periodo però, dopo la fine della carriera, non ho fatto nulla. Poi...».
Poi?
«A 40 anni pesavo 82 kg, troppo. Un amico mi ha stuzzicato e ho accettato la sfida: correre la Maratona di New York in meno di tre ore».
Come è andata?
«Due ore, 59 minuti e 56 secondi».
Quasi da presa in giro. Tempo gestito o tempo limite?
«Gestito, chiaro. Non per niente mi chiamavano il “ragioniere”».
Cova, lei ha partecipato a una Maratona anche pochi anni fa. Nel 2009.
«Mi hanno chiamato come testimonial per una associazione benefica. Alcune settimane prima di partire ho scoperto che Bergomi, l’altro sportivo immagine, si stava allenando. Non mi andava di sfigurare e ho fatto una preparazione rapida».
Risultato?
«Bergomi ha impiegato quattro ore. Io tre  ore e 45».
Già, però lei è arrivato dopo Linus che ci ha messo 3 ore e 34. L’ha infastidita?
«Nooo. Linus ha sposato il mondo della corsa, è allenato e preparato. Ha scoperto questo sport quando non era più ragazzino, si è appassionato e continua a migliorare. La corsa è una malattia, una sanissima malattia. Io ci sono passato in altri tempi e sto attento a non avere una ricaduta. Basta allenamenti, non ne ho più voglia. Di km ne ho già fatti tantissimi».
Appunto. Quanti?
«In 11 anni di professionismo ho corso più o meno 90mila km».
Cova, che fa ora che non corre quasi più?
«Formazione manageriale aziendale. Lavoro alla Leader-group di Vimodrone e mi occupo dell’aspetto commerciale. Ma anche della leadership personale dei dirigenti con il programma “Momenti di gloria”, lavorando sulla metafora sportiva e sui miei risultati».
Lei è sempre stato forte mentalmente. E un gran tattico.
«Capacità innate e poi coltivate grazie all’allenatore Giorgio Rondelli.  Le gare le ho sempre vinte prima di entrare allo stadio, cioè con la testa piuttosto che con le gambe».
Poi approfondiamo. Restiamo al presente: dove vive?
«A Mortara perché ho cambiato vita da poco. Sono separato e ho una nuova compagna».
Figli?
«Elisa ha 22 anni, Alice ne ha 26».
Due atlete?
«Elisa gareggia nei 1500 e nei 300 siepi con la Pro Patria. È brava, ma la lascio libera di scegliere e decidere quello che preferisce».
Torniamo a lei. Ha ancora molti tifosi?
«I manager con cui lavoro hanno più o meno la mia età e si informano, chiedono».
La domanda più frequente?
«“Cova, cosa si prova a vincere un’Olimpiade?”».
Che risponde?
«Spiegare un momento così è quasi impossibile. Io ci provo raccontando che dentro ogni atleta c’è una specie di barile di polvere da sparo costituita dalla fatica, dagli allenamenti, dagli infortuni, dai sogni, dall’impegno, dalla costanza. Il traguardo di una grande manifestazione è la miccia. Se sei primo l’esplosione è devastante».
Bel paragone, funziona.
«È così. E quando si viene travolti dallo scoppio si perde razionalità reagendo in modi diversi. Io, quando mi rivedo nelle immagini del giro d’onore, non mi riconosco».
In che senso?
«Gesticolo, saluto tutti, esulto, saltello. Sono brevissimi momenti di pazzia incontrollata, gesti che mai avrei fatto a mente lucida. Attimi di pura emozione paragonabili solo al quando sei sul podio con l’inno nazionale».
Ecco, già che ci siamo proviamo a descrivere anche quell’istante.
«Ti senti padrone del mondo, hai un senso di potere fortissimo».
L’atletica italiana ultimamente ne vive sempre meno di momenti così.
«Ci sono situazioni federali gestite male. Siamo rimasti a metà anni ’90 e non ci siamo più evoluti. Lo sport continua ad attendere nuovi talenti e non fa niente per cercarli. Anche la società in cui viviamo, però, è cambiata. Le nuove generazioni sono più sedentarie. Io da bambino correvo tutto il giorno nei boschi, ora i ragazzini giocano tutto il giorno alla Playstation».
Facciamo una corsa all’indietro. Al piccolo Alberto Cova.
«Nasco a Inverigo, provincia di Como, l’1 dicembre 1958. Papà Pietro è operaio e fa il pendolare a Milano, mamma Liliana è sarta».
Quando scopre l’atletica?
«A scuola. Mi tesserano per la Mariano Comense, sono il più leggero e mingherlino e vengo dirottato sulla corsa».
Va forte.
«Vinco il titolo italiano giovanile e passo alla Pro Patria, poi mi diplomo in ragioneria e vado agli europei giovanili di Donetsk, in Russia. Arrivo quinto e capisco che potrei provare a fare sul serio».
C’è da scegliere: atletica o un posto in banca?
«Non ho voglia di studiare, ma i miei sono perplessi. Io decido che voglio provare a vincere le Olimpiadi, è il sogno di tutti. E il presidente della Pro Patria trova la via d’uscita: mi assume part-time in azienda, così lavoro e contemporaneamente mi alleno sui 10mila metri, la mia specialità».
Nel 1980 la  prima vittoria al meeting di Tokyo.
«Sto bene, ma soprattutto sono preparato grazie agli allenamenti tattici di Giorgio Rondelli».
Cioè?
«Studia a tavolino tutti gli avversari, sa perfettamente come corrono, come e quando attaccano, che passo hanno, quali punti deboli. È maniacale. E prima di ogni competizione mi spiega tutto, in modo che in gara poi possa scegliere la tattica migliore prevedendo gli altri».
Interessante. Ma in gara si pensa?
«Sempre e ci sono cinque fasi differenti. Nel pre-gara ci si concentra, ci si ascolta, ci si riscalda fino ad arrivare alla sensazione di star bene. Alla partenza ci si conosce, si verificano le proprie condizioni. Nei primi giri si cerca di capire le tattiche degli altri, chi tirerà, chi aspetterà. Nella parte centrale della gara l’attenzione va sulle proprie energie, per capire come ci si sta gestendo. Poi c’è la fase finale».
La sua forza.
«Un occhio al cronometro e uno al contagiri, bisogna avere tutto sotto controllo. Ed essere pronti a decidere che fare in base a cosa fanno gli altri».
Cova, tre curiosità. Prima. Mai sbagliato a leggere il contagiri?
«Gara sulle due miglia, voglio provare a battere il record italiano. Sono nei tempi previsti, aspetto il suono della campana dell’ultimo giro. Che non arriva. E scopro che di giri ne mancano due...».
Seconda. Tra avversari in gara vi parlate?
«No, ma ci sono piccoli gesti e situazioni di sfida. La cosa più importante è prendere posizione ed essere decisi ad ogni spostamento, bisogna difendersi con i gomiti. Poi c’è da fare grande attenzione a chi ti sta davanti, se con la suola chiodata delle scarpe ti prende lo stinco, sono dolori».
Terza. Ascoltava musica correndo?
«Mai, mi avrebbe solo distratto».
Alberto, lei dopo la vittoria di Tokyo si fa conoscere con il primo vero successo importante: medaglia d’oro agli Europei di Atene del 1982.
«Al settimo km restiamo in quattro: io, Lopes, Vainio e Schildhauer. All’ultimo giro Lopes molla e restiamo in tre. E sul rettilineo vinco in volata».
Il capolavoro però arriva l’anno dopo. Mondiali di Helsinki. Guardi qui il video e ci porti in pista con lei, riviviamo insieme quegli attimi di storia. Al suono della campana siete i tre del podio di Atene, più Shahanga e Kunze. Lei a questo punto ha già previsto tutto?
«Macché, scherza? Mi aspetto che Schildhauer parta in volata a 300 metri dalla fine. A sorpresa, invece, parte quando ne mancano 600. Va forte, crea un buco di 30 metri e temo di non riuscire più a prenderlo».
Mancano 100 metri ed è quinto. Che fa?
«Mi concentro sugli altri tre che restano in mezzo. Sono fondamentali, perché mi permettono di recuperare, sono dei punti di riferimento. Quando esco dalla curva sono vicini. E ne prendo uno alla volta».
Quarto.
«A 80 metri dal traguardo mi accorgo che Schildhauer non è così lontano, è solo 6 metri davanti a me. Mi dico: forse non vinco, ma vado di sicuro sul podio».
 Terzo. Secondo, mentre il telecronista  sta già urlando per la terza volta “Covaa!”.
«In questo preciso istante capisco che il bronzo può diventare oro».
E vince accompagnato dalla meravigliosa colonna sonora di Rosi. “Cova. Cova. Covaa. Covaaaa. Covaaaa. Covaaaaaaaa! Cova. Magnifico”.
«Rosi trasmette emozione. Io credo che lui credesse nella mia vittoria anche quando ero dietro, ma avesse paura a sbilanciarsi. Così, quando si accorge che sto veramente recuperando, vive il momento anche come una sua soddisfazione».
Oro agli Europei di Atene 1982. Oro ai Mondiali di Helsinki 1983. Poi conquisterà l’oro alle Olimpiadi di Los Angeles 1984. È l’unico della storia, nei 10mila metri, ad essere riuscito in un’impresa simile.
«Tre successi preparati a tavolino. La gara di Helsinki è la gara perfetta in tutto. Le Olimpiadi sono uniche come ambiente e significato».
Cova, di cosa si prova mentre si corre, sul traguardo e sul podio ne abbiamo parlato. Ma che succede dopo? Sotto la doccia?
«Poco alla volta ti rendi conto di aver fatto qualcosa di grande. Te lo godi, ma non a lungo. Ti chiedi: e ora che faccio? E scegli subito un obiettivo nuovo».
Dopo le Olimpiadi di Seul, nel 1988, lei si ritira.
«A 30 anni ormai sono in fase calante. Capisco che non posso più competere a certi livelli e preferisco lasciare».
Alberto, ultime domande veloci. 1) Il miglior mezzofondista di adesso?
«Haile Gebrselassie, ha portato un cambiamento nel modo di correre».
2) Un altro sport che le sarebbe piaciuto praticare?
«Mi ha sempre affascinato il basket».
3) Segue il calcio?
«Tifo Milan».
4) Lei nel 1994 è stato parlamentare per il Polo delle Libertà. Differenza tra atletica e politica?
«Nello sport sai che puoi dare il cento per cento di te stesso. In politica non riesci».
5) Paura della morte?
«No. È ancora lontana: ho programmato di vivere fino a 100 anni».
Ultima. Cova ha un sogno da realizzare?
«Portare la mia esperienza professionale nelle Università».



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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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