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"Non sapevo niente di calcio, ho fatto tv solo per il cognome"

È stato per 5 anni uno degli opinionisti fissi a "Quelli che il calcio" di Fazio. «Ero il giapponese più famoso d’Italia, ma sono contento di essere tornato a fare il designer»

5 Marzo 2012

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"Non sapevo niente di calcio, ho fatto tv solo per il  cognome"
Takahide Sano - sguardo simpatico e ahahahaha risata contagiosa - ci ha fatto compagnia per cinque anni (dal ’96) a “Quelli che il calcio” con gag, battute strampalate e commenti bizzarri. Era uno degli opinionisti fissi della banda di Fabio Fazio. Indimenticabile. Poi è sparito dalla tv per tornare a fare il suo vero lavoro: il designer.



Takahide Sano buongiorno. Come mai fissa con tanto interesse quella lampada?
«Mi intriga. Sa, questioni professionali».
Già, lei è designer.
«Ho uno studio mio. Lavoro con prodotti industriali di qualsiasi tipo, studiamo i materiali e poi riproduciamo. Facciamo di tutto, da specchi a sedie, altoparlanti e televisori. Fare il designer è il mio mestiere da sempre. Da 35 anni».
E la gente la riconosce? Che le dice?
«C’è chi mi guarda e mi indica. Poi: “Sei tu?”. Mi ricordano dai tempi della tv e mi fa piacere. Anzi, la parentesi a “Quelli che il calcio” mi ha aiutato nella professione. Farsi conoscere ed entrare in certi ambienti, per uno straniero, non è sempre facile».
La domanda più ricorrente che le fanno?
«“Perché non vai più in tv?”».
Che risponde?
«Che facevo parte del gruppo di Fazio. Quando se ne è andato lui ce ne siamo andati anche noi. È normale».
Le manca la televisione?
«No, il mio lavoro è un altro. Mi manca quel gruppo però. Eravamo molto affiatati, stavamo bene».
La tv la guarda?
«Poco, quasi niente. “Quelli che il calcio” l’ho visto solo qualche volta con la Ventura. Ma era brutto, non mi piaceva».
Takahide, parliamo di calcio.
«Hem hem...».
Che c’è?
«Non sono mai stato un esperto. È questo che piaceva a Fazio. Ahahahaha».
Beh, con il tempo però. Per chi tifa?
«Non l’ho mai potuto dire, ai tempi. Ora lo confesso, mi piace il Milan».
Quindi è contento della posizione in classifica dei rossoneri?
«Come sono messi?».
Vabbè, lasciamo perdere. Il suo giocatore preferito?
«Roberto Baggio. Gli ho consegnato un premio a Vicenza. Simpatico».
Sa, vero, che Baggio non gioca più?
«Ahahahaha. Sì, però conosco anche Paolo Rossi. Era famoso quando stavo in Giappone».
Altro ex. Takahide, parliamo di lei. Dove vive?
«A Meda. Sono sposato da 13 anni con Francesca. Abbiamo due figli: Eita di 12 anni e Lulù di 10. Mia moglie ora lavora con me».
Vi siete conosciuti qui a Milano?
«A Mosca».
Cioè?
«Scalo di un volo per il Giappone. Io tornavo a casa, lei lavorava per una multinazionale. Era l’8 agosto del 1988. 8-8-88. Per me i numeri sono importanti».
Quindi è preoccupato per il 21-12-2012?
«No, non ho paura della profezia dei Maya. Per noi giapponesi è importante il numero 8, il cui ideogramma ha due linee che vanno verso l’esterno. Le Olimpiadi di Pechino sono state inaugurate l’8-8-2008. La montagna Fuji, la più alta del Giappone, ha una forma che sembra un otto».
Takahide, a proposito di numeri e date. Lei quando nasce? Torniamo indietro nel tempo.
«Il 6 febbraio 1958 a Tokio. Papà è dipendente alla zecca dello Stato, mamma casalinga».
Che bambino è?
«Curioso. Mi portano spesso ai grandi magazzini e mi viene la mania degli oggetti strani. A 11 anni prendo un tubo catodico e costruisco una piccola radio. Mi piace ideare, pensare, montare».
Quando la prima invenzione?
«A 8 anni. Un salvadanaio che si illumina quando entra la moneta».
Scuole?
«Liceo e poi diploma in Design Industriale alla Hongo High School di Tokyo nel 1976. Quindi inizio a lavorare per la Toshiba, specializzandomi in design di prodotti audio-video e tv».
Il Giappone, da sempre, è avanti nella tecnologia rispetto a noi occidentali. Qualche esempio?
«Nel ’76 in azienda abbiamo un prototipo del fax per fogli a formato A3. Quelli grandi. Il problema è che non possiamo utilizzarlo perché nessuno è in grado di ricevere. Poi, nel 1983, mi capita tra le mani il progetto industriale della tv a cristalli liquidi».
Cioè?
«Quella a schermo piatto. I televisori che disegno io in quegli anni, però, sono ancora a tubo catodico: tra i tanti che realizzo uno ha particolare successo e compare nelle scenografie di molti film».
Takahide, come mai quello sguardo?
«Altra mia invenzione, nel 1981, è il telecomando di gomma. Non un rivestimento come quello conosciuto qui in Italia, ma un telecomando sottile vero e proprio, in silicone».
A proposito di Italia. Quando viene da noi la prima volta?
«Vacanza nel 1978. Arrivo a Milano e la prima sensazione è di trovarmi in una piccola e vecchia città. Mi guardo in giro e mi chiedo: ma dove è la gente? È tutto deserto! Ahahahah».
Poca gente, ma meno smog di Tokyo.
«Nooooo. Guardi che ora Milano è molto più inquinata».
Addirittura?
«Negli anni ’70, in Giappone, c’è stato un programma di disinquinamento. Quando lo smog era troppo alto suonavano le sirene e ci si doveva chiudere in casa. Sono stati messi filtri ovunque. E ora l’aria è pulita».
Se ripensa alla sua infanzia che immagine vede?
«La campagna, le case in legno. E i tram. Ora non ci sono più, c’è la metropolitana con 20 linee».
Continuiamo con la sua vita. Quando la decisione di trasferirsi in Italia. E perché?
«Nel 1988, a Tokyo, vedo una mostra di design italiano. Mi innamoro dello specchio “Ultrafragola” di Ettore Sottsass. E decido che il mio futuro è in Italia. A Milano, perché il vero design è solo a Milano».
Trova subito lavoro?
«Dopo poche ore, incredibile! Ahahahah. Un amico mi porta ad una sorta di “Design Pub” e conosco molta gente. Un tizio mi dice: “Ieri se ne è andata in pensione una collega, sto cercando qualcuno per sostituirla”. E vengo assunto allo “Studio Bonetto”. Poi, dopo un anno, divento assistente dell’artista Marcello Morandini e nel 1990 mi metto in proprio come “Studio Sano”».
Takahide, e il contatto con la tv come avviene? Perché ride?
«Nel ’96 ricevo una telefonata dalla redazione di “Quelli che il calcio”, trasmissione che non conosco. “La vorremmo invitare in studio”. “Non so nulla di calcio e non capisco bene l’italiano”. “Non importa”. Ci penso su e alla fine mi convince mia suocera, grande tifosa milanista».
Scusi, ma perché chiamano proprio lei?
«Ahahahaha. Vuole sapere la verità?».
Dica.
«In quel periodo a “Quelli che il calcio” fanno trasmissioni a tema partendo dai proverbi. E sul detto “quando c’è la salute c’è tutto” organizzano una puntata chiamando a caso persone che abbiano il cognome con riferimento a questo».
Noooo. Quindi sta dicendo che, cercando sulla guida del telefono, arrivano a lei perché si chiama Sano?
«Proprio così. Non sanno che sono straniero».
Primo impatto con le telecamere?
«Sono emozionatissimo e non capisco bene l’italiano. Fazio mi fa subito una domanda difficile e ci resto male, rispondo in qualche modo. Tutti ridono, risulto simpatico. E mi invitano per la trasmissione successiva».
Così diventa ospite fisso. Lo sarà per cinque stagioni.
«E sono il primo giapponese a diventare personaggio televisivo in Italia. In quel momento sono addirittura più famoso del calciatore Nakata».
Parliamo degli altri protagonisti di “Quelli che il calcio”. Partiamo da Teocoli.
«Geniale, bravissimo imitatore: che ridere quando faceva Maldini, “Vai, vai vai, vai Pa-Paolino”. Una volta, a Bologna, siamo io, lui e Mazzone. Mi presenta come Trakeide, nuovo acquisto della squadra. Mi guarda e dice: “Cambiati e metti i mutandoni”, intendendo i pantaloncini da calcio. Io non capisco e resto in mutande!».
Buscemi.
«Scaramantico su tutto. Incredibile».
Sassi.
«Un signore».
Peter Wan Wood.
«Simpatico. E quando nasce la squadra Atletico Van Goof, il logo della società lo preparo io».
Idris.
«Era sempre incazzato».
Fazio?
«Meraviglioso. Capace di tenere tutti uniti e di improvvisare sempre. Mai avuto un copione».
Quando se ne va lui, nel 2001, ve ne andate tutti.
«Normale e giusto così».
Ha guadagnato molto in quei cinque anni?
«Abbastanza. Soprattutto, ho guadagnato divertendomi».
Dopo “Quelli che il calcio” che ha fatto?
«Sono tornato alla mia vita normale. Al mio lavoro. Ai miei oggetti. Alle mie idee. E ho collaborato con la Honda, nel campo delle motociclette. Ma non posso dire per cosa, c’è il segreto professionale».
Takahide, ultime domande veloci. 1) Designer preferito?
«Richard Sapper».
2) Un oggetto che le sarebbe piaciuto ideare?
«Qualcosa per il mondo spaziale, per gli astronauti».
3) Trasmissione tv preferita?
«Quella del cuoco “Gordon Ramsay” su Real Time».
4) A proposito, lei sa cucinare?
«Sì, ma non ho mai tempo».
5) Il piatto preferito?
«In Italia gli spaghetti ai frutti di mare. In Giappone il tonkatsu, cotoletta di maiale».
6) Rapporto con la religione?
«Sono scintoista».
7) Paura della morte?
«No, ma vorrei morire di colpo».
8) Rapporto con il sesso?
«Piacevole».
9) Un film nel quale le piacerebbe vivere una settimana?
«“Star Trek”».
Ultima. L’oggetto più strano che ha in casa il designer Takahide Sano?
«Una lampada a forma di conchiglia fatta a spirale, tipo un tornado al contrario. Grande e ingombrante, impossibile non inciamparci. Un incubo. Ma ci segue in ogni trasloco. Ahahahaha».



C’è qualche personaggio sparito che vi piacerebbe riscoprire?

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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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