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La corsa alla nomination

Romney trionfa in cinque stati
repubblicani uniti contro Obama

Il candidato mormone moderato vince con oltre il 50% delle preferenze, dopo l'abbandono di Santorum. Il partito non è mai stato così coeso

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In corsa

Mitt Romney è stato governatore del Massachussets

Tutte le polemiche sul GOP che non sapeva scegliere il suo nominato, che era insoddisfatto di Mitt Romney, e che sarebbe arrivato alla Convention d’agosto in Florida diviso tra i “duri e puri conservatori” e il “moderato e non convincente” mormone milionario si sono sgonfiate in poche settimane. Martedì 24 erano in calendario cinque primarie contemporanee in Pennsylvania, Rhode Island, New York, Delaware e Connecticut, e Romney se le è facilmente, anzi ovviamente, aggiudicate tutte con più del 50% e con larghissimo margine sugli avversari superstiti, dopo il formale addio di Rick Santorum. E siamo ancora in aprile, una sorta di record di tempestività dell’elettorato repubblicano, se si pensa che Barack dovette aspettare fino a giugno nel 2008 per la resa di Hillary. Oggi Newt Gingrich ha fatto sapere a Romney che si ritirerà ufficialmente dalla gara tra qualche giorno con un evento pubblico a Washington, durante il quale darà il suo appoggio al vincitore. Formalmente rimane in lizza solo Ron Paul, che con la sua bandiera libertaria punta però solo a conquistare un po’ di delegati per ritagliarsi lo spazio di un comizio importante a Tampa, nei giorni della Convention.

Sono andati così delusi coloro che avevano sperato – i democratici e i giornali come il New York Times che li fiancheggiano - che i Tea Party avrebbero messo i bastoni tra le ruote a Romney con il loro radicalismo, e che i cristiani fondamentalisti avrebbero alzato le barricate contro il moderato mormone. Ci sono stati momenti e Stati che, nei primi due o tre mesi delle primarie, hanno tenuto viva l’illusione della “implosione” nel campo repubblicano. Ma si trattava del fisiologico e sano confronto tra posizioni e tra leader, che è ciò che assicura una selezione darwiniana per il meglio, sempre che non  porti alla frattura inconciliabile tra sfidanti fin sulla soglia dei mesi finali della campagna generale, a settembre o ottobre. Non è successo, e ora Romney ha sei mesi e mezzo di tempo utile per sferrare l’attacco diretto ad Obama, per ricompattare le file del suo partito, per riconciliarsi con gli “ex nemici”. I quali, peraltro, hanno già rilasciato dichiarazioni di lealtà e di impegno a fianco del vincitore. Persino Santorum, che oggi aprirà le consultazioni con membri dello staff di Romney dopo gli scambi feroci delle settimane passate. E sicuramente Gingrich, che non ha mai nascosto di avere un obiettivo su tutti, la cacciata di Barack.

Le 5 vittorie di ieri hanno dato entusiasmo a Mitt, che ha fatto un discorso di programma ispirato e spavaldo. Ha preso a prestito la battuta del 1992 di Bill Clinton contro Bush il Vecchio - “E’ l’economia, stupido”- e l’ha riadattata contro Obama: “E’ ancora tutto legato alla economia…., e noi non siamo stupidi”, ha detto Mitt, con la convinzione di cavalcare la preoccupazione principale oggi tra gli americani, tra alta disoccupazione, debito pesantissimo e crescita asfittica. E ha anche direttamente attaccato la politica delle tasse più alte e della redistribuzione socialista della ricchezza che è quella su cui basa la sua campagna Obama:  “Quelli che cercano di spargere la ricchezza in giro ottengono solo di spargere in giro la povertà”, ha detto Romney.

La sfida tra due modelli di società è partita, e gli americani avranno da scegliere tra due programmi nettamente diversi per il rilancio della loro economia. E’ quanto non sta succedendo in Francia, dove Hollande fa l’Obama ma Sarko non è certo Romney. E che è un sogno, visto l’attuale livello delle forze politiche e dei partiti nostrani, che si potrà mai verificare in Italia quando ci sarà la prossima consultazione elettorale.

di Glauco Maggi

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