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Le imprese Usa

Solo un ribaltone alla Casa Bianca salverà l'America dalla crisi

Più contribuenti, meno tasse, così gli Stati Uniti possono ripartire

Barack Obama

 

Facebook, l’Ipo del secolo, ha catalizzato l’attenzione da giorni dei cronisti e dei commentatori finanziari. Ciò è comprensibile, anzi un atto dovuto: è pur sempre una società di cui nessuno, nemmeno il suo fondatore, sa spiegare in che cosa consista il “business”, cioè  per quale via farà profitti in futuro tali da ripagare il prezzo record del collocamento. I tecnici dicono che il p/u (Prezzo di borsa rispetto all’Utile realizzato con l’attività è pari a 107. Che è come dire che al ritmo di guadagni del 2011 ci vorrebbero 107 anni per arrivare a fare i 104 miliardi di capitalizzazione registrata il primo giorno di quotazione. La curiosità e la copertura mediatica, quindi, sono legittime. Oggi lunedì, per esempio, si segnala a metà della prima seduta un calo del 9% del titolo FB (Facebook) sui 38 dollari dell’apertura, insomma Mark Zuckerberg e i suoi soci sono meno ricchi di venerdì. 

Ma che cosa ha a che vedere il caso FB con l’andamento generale della ripresa Usa? Che influenza ha sull’economia reale, e sui livelli occupazionali in sofferenza da quando è scoppiata la crisi, e che Obama non ha saputo guarire nei suoi quasi 4 anni al comando? Più che sull’altalena del prezzo di FB, l’America dovrebbe prestare attenzione questa settimana ad un altro evento. La celebrazione dei 100 anni della Camera di Commercio Usa (una sorta di Confindustria allargata a imprese di tutte le dimensioni) che avrà luogo a Washington, al Summit dello Small Business. Nella sala del convegno ci saranno i rappresentanti di 600 piccole aziende, ma migliaia saranno collegati online o attraverso i canali del social networking (a proposito del ruolo strategico di Facebook quale mezzo di nuova comunicazione e di motore di affari pubblicitario-digitali ancora da definire). 

“Le piccole imprese sono l’asse portante della nostra economia, sono i creatori del 60-80%  dei nuovi posti di lavoro”, ha scritto il presidente e Ceo della Camera di Commercio Thomas J. Donohue presentando il convegno su una pagina a pagamento sul Wall Street Journal. Il “piccolo è bello” che è stato lo slogan degli anni felici dell’esplosione della vitalità dell’economia del Nord Est e della Lombardia negli Anni 80 e 90 del Secondo Boom, insomma, non era una peculiarità italiana. Anche negli Stati Uniti, con l’inevitabile declino dei colossi della super occupazione e del super tesseramento sindacale dovuto all’innovazione tecnologica e alla concorrenza globale, l’imprenditoria dei numeri ridotti, e della incessante crescita di produttività, è come non mai al centro della possibile rinascita. Ma di che cosa hanno bisogno oggi, nel Veneto e nel Michigan, gli spiriti capitalistici per rimettersi in moto e macinare profitti e posti di lavoro? La ricetta di Donohue è semplice. 

“Siamo ancora 5 milioni sotto il livello di occupati da quando la recessione è ufficialmente finita nel giugno 2009, e ci serve una crescita sostanzialmente più elevata di quella attuale del 2-2,5% per creare i 20 milioni di posti di cui abbiamo bisogno in questo decennio”, è la premessa della Confindustria Usa. “Dobbiamo fare meglio, ma come? Primo, non facciamoci del male. Chiudiamo le pompe regolamentari che hanno affogato aziende grandi e piccole in un oceano di nuove, complesse e ingombranti incombenze burocratiche e legali. Le nuove regole hanno creato una massiccia incertezza tra gli imprenditori e hanno danneggiato investimenti e assunzioni. Secondo, mettiamo in ordine la nostra casa fiscale. In 4 anni il presidente e il Congresso hanno aggiunto l’impressionante cifra di 5mila miliardi di dollari al debito nazionale e c'è  un deficit federale infinito. I programmi pubblici (salute assistenza previdenza NDR) stanno gonfiando questo deficit e vanno riformati. Chi difende lo status quo su Social Security (Inps Usa), Medicare e Medicaid sta portando questi programmi, e il paese, alla bancarotta. Terzo, non dimentichiamo che cosa ha fatto di quella americana l’economia più forte del mondo: lavoratori ben preparati e formati, una robusta agenda di libero commercio, un sistema infrastrutturale di alta qualità e abbondanti fonti di energia. Dobbiamo rimettere in piedi il sistema scolastico, aprire nuovi mercati ai beni e servizi americani, fare adeguati investimenti nelle infrastrutture e aumentare di molto la produzione di energia nostrana. E ci serve un codice fiscale riformato che allarghi la base dei contribuenti e abbassi le aliquote per gli individui e le imprese, e semplifichi il modo di pagare le tasse”. 

Il Manifesto di libero mercato della Corporate Usa, per avere speranze d’essere applicato in America e dimostrare che funziona, ha bisogno del ribaltone della Casa Bianca e del parlamento il prossimo novembre. Poi la locomotiva Usa tornerà a tirare, e se l’Europa non deraglia prima di allora, poi potrà agganciarsi, come succede sempre.

di Glauco Maggi 
twitter @glaucomaggi

 

 

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