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L'analisi

Se con Barack il presidenzialismo somiglia a una monarchia

Il "regno" di Obama in tre fattori chiave: lo sbilanciamento dei poteri, la burocrazia e le prerogative esagerate

Barack Obama

Barack Obama

di Marco Bassani

Un po’ di anni fa Silvio Berlusconi raccontava la sua non passeggera esperienza di governo come un viaggio alla ricerca di una «stanza dei bottoni», nel quale però aveva forse trovato una stanza, ma di «bottoni» neanche l’ombra. Gli italiani condividono questa sensazione nei confronti della politica, l’unico bottone che sembra funzionare è quello con la scritta «tasse». La politica costa moltissimo, non produce decisioni e se le produce queste son frutto di alchimie parlamentari, cene fra sotto-segretari, accordi sottobanco fra sindacalisti, imprenditori e ministri.   Vista con gli occhiali della politica italiana, dunque, la corsa alla Casa Bianca può  apparire quasi inutile, o quantomeno solo una parte di una storia ben più ampia e complicata. Il che è abbastanza vero: il Congresso avrà il suo peso, ma l’ufficio della presidenza è qualcosa che non ha paragoni non solo in Italia, ma anche in Paesi democratici meno timorosi della leadership politica.

SBILANCIAMENTO DEI POTERI
Costituzione e storia americana hanno reso il presidente il perno del sistema politico. Il capo dell’esecutivo (un ruolo confezionato a misura del saggio George Washington in una piccola repubblica di contadini) è diventato nel corso del tempo l’ufficio politico più importante del mondo non solo per la nazione che comanda, ma anche per la natura del comando. Il presidente non è infatti semplicemente il vertice del potere esecutivo, è tutto l’esecutivo, perché non esistono ministri, visto che i segretari sono semplici collaboratori. Non ha bisogno di nessun’altra fiducia se non di quella della maggioranza del popolo (dei vari Stati). 

Nell’ultimo secolo lo «sbilanciamento dei poteri» a vantaggio dell’esecutivo ha subito un’accelerazione che molti ritengono pericolosa. La «presidenza imperiale» è il culmine di un lungo processo di usurpazione del potere: della politica nei confronti della società e dell’esecutivo nei confronti del legislativo. Mentre l’America costruiva il suo impero, o forse era forzata a farlo dall’harakiri dell’Europa, attraverso due guerre calde e una fredda il presidente diventava il centro nevralgico del sistema. Ma, se della politica estera è il dominus incontrastato, quali sono i suoi reali poteri in politica interna? Al di là del controllo sulla legislazione federale, cruciale è l’egemonia su altri enti: le agenzie federali e la Corte Suprema in particolare.

BUROCRAZIA
La «burocrazia federale» è totalmente nelle mani del presidente, sottomessa com’è a tutti i livelli al potere. L’intera popolazione americana è certamente meno tassata di quella europea, ma subisce vessazioni addirittura maggiori sotto il profilo della regolamentazione burocratica. I vertici della burocrazia illuminata, in grado di regolamentare minuziosamente la vita di cittadini e imprese, sono dal presidente direttamente nominati e si muovono sempre in sintonia con lui. Il presidente fornisce un impulso decisivo alla pletora di agenzie federali che interagiscono con le imprese grandi e piccole. Ossia, un generale clima favorevole al mercato o contrario all’iniziativa privata è direttamente imputabile al comandante in capo e non deriva dalla retorica politica, ma da comportamenti concreti. 

Per quanto riguarda i giudici della Corte Suprema, in grado di decidere sulle libertà fondamentali dei cittadini, sono ancor più importanti. I giudici sono nove compreso il capo, e decisioni anche fondamentali vengono prese a maggioranza. Al presidente spetta la nomina dei giudici stessi, scelti a vita sia pur non eterni (quattro di loro sono nati negli anni Trenta). Barack Obama ha già nominato due donne, nate nel 1954 e 1960, e se avesse un altro mandato potrebbe sigillare una Corte Suprema «di sinistra» per decenni (quella attuale ha già stabilito la costituzionalità della sua riforma sanitaria). 

PREROGATIVE ESAGERATE
In effetti Barack Obama, negli ultimi anni, ha davvero spinto oltre il punto di rottura le prerogative presidenziali. Non solo non ha quasi mai cercato il consenso del Congresso, certo complicato dopo il 2010, ma ha riconosciuto pubblicamente di aver agito contro di esso. Dal canto loro i repubblicani, che dominano la Camera, hanno provato a contrastare la tendenza, ma i loro progetti di legge si infrangono sul muro di un Senato a maggioranza democratica.  Nella repubblica delle origini la concentrazione del potere era il maggior timore. Il sistema di pesi e contrappesi è però ormai saltato e i poteri del presidente di oggi spaventerebbero i costituenti del 1787. Solo la sanzione popolare e il limite temporale fanno sì che l’ufficio più importante del mondo sia diverso da una monarchia assoluta. 

Insomma, il presidente americano guadagna un bel po’ di meno di un Fiorito qualunque, ma se è vero quel detto siciliano un po’ volgare - «cumannare è megghiu ca futtere» - ecco,  sotto il profilo del «comando» non esiste al mondo una posizione paragonabile.

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