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Giustiziati

Il paradosso di Gela:
c'è un tribunale abusivo

Raccontateci le vostre storie da "giustiziati", ossia cittadini con la vita stravolta dai bizantinismi della giustizia

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Il paradosso di Gela:
c'è un tribunale abusivo

Prosegue la nostra campagna sui «giustiziati», cittadini che si sono ritrovati con la vita stravolta a causa di lungaggini burocratiche e bizantinismi della giustizia italiana. In redazione sono pervenute (all’indirizzo e-mail giustiziati@liberoquotidiano.it) decine di storie. Oggi pubblichiamo quella del tribunale di Gela, il primo Palazzo di Giustizia in Italia realizzato abusivamente su una proprietà privata di oltre due ettari. I proprietari sono in causa col Comune da anni.

Nella città di Gela, la “città della legalità” che combatte il malaffare e la mafia, la costruzione del nuovo palazzo di Giustizia è stata realizzata abusivamente su una proprietà privata, oltre due ettari, appartenente alla mia famiglia, i Calafiore. 

Abbiamo sulla via Generale Cascino un fabbricato di nostra proprietà da generazioni; ci facevamo il vino, si vendeva la frutta, lì c’è il sangue dei miei antenati. Nel 2003 il Comune ci espropria l’area. Il problema è che vuole pagarlo come terreno agricolo, ma sul piano regolatore l’area è registrata col massimo indice di edificabilità. Da qui nasce un contenzioso che diventerà un incubo. Entriamo in causa col Comune che sbaglia subito le procedure dell’esproprio. E per due volte sia il TAR che il CGA (l’equivalente del Consiglio di Stato Regionale siciliano, l’ultimo grado di giudizio amministrativo) ci danno ragione. 

Il Comune s’impunta. E si fa forte della cosiddetta “acquisizione sanante”, ossia quella procedura ex art. 43 della legge sull’esproprio per mezzo della quale si consente agli enti pubblici di sanare gli errori fatti, e di riproporre l’esproprio daccapo. Ciononostante, il Comune di Gela sbaglia ancora le procedure, perché usa degli atti dichiarati  precedentemente nulli dai tribunali. Noi torniamo alla carica con gli avvocati. Nel 2009 passano all’azione di forza: ci demoliscono il fabbricato che ritenevano abusivo ma che invece era stato condonato, andando contro la sentenza del Tar che stabiliva che quel fabbricato non poteva essere abbattuto. Si noti che a Gela ci sono 20mila case abusive e non è mai stato demolito un mattone. L’abbattimento avviene con atto di forza anche nei nostri confronti: un abuso dal parte del vicesindaco, perpetrato il 19 agosto, quando tutti gli uffici giudiziari sono chiusi e le forze dell’ordine a ranghi ridotti. 

Su quell’area il Comune fa il suo business: ci costruisce il Tribunale con annesso parcheggio.  Nel 2010 dopo sei gradi di giudizio (due più due, ex art. 43, appunto…) la sentenza del Tar ci restituisce l’area di sedime cioè la parte del suolo su cui sorgeva il fabbricato illecitamente demolito. A gennaio 2012 il CGA - con giudizio definitivo - sancisce la restituzione dell’area ai proprietari. E intanto è intervenuta l’incostituzionalità art.43, della “procedura di acquisizione sanante”, sicché  il Comune di Gela nessuna azione può più intraprendere. Io e la mia famiglia ci stiamo attivando per chiedere lo  sgombero dell’area e lo sfratto del Tribunale. Chiediamo in pratica l’esecuzione della sentenza. È il primo caso di tribunale illegittimo in Italia. Noi crediamo nella giustizia. Ma la cosa sconcertante è che, durante l’abbattimento, nell’agosto del 2009, mio marito finì in ospedale, le autorità locali e nazionali applaudirono il vicesindaco compreso il senatore Lumia e l’eurodeputato Crocetta il quale ha presieduto alle operazioni di demolizione. 

Ora nessuno parla più. Il paradosso è che il Comune dovrà pagare milioni di danni;  e tutto questo costerà alla collettività parecchio più di quanto sarebbe costato se avessero fatto le cose per bene. C’è un’altra cosa: quando il Tribunale fu progettato prima dell’euro, l’opera era stimata 35 miliardi di lire e il valore d’indennizzo dell’area d’esproprio avrebbe dovuto essere di 6 miliardi. Invece, col passare del tempo, il costo dell’opera lievitò a oltre 50 milioni di euro e l’indennizzo per l’esproprio da 6 miliardi di lire passò a poco più di 1 milione di euro e, mesi dopo, a poco più di 700mila euro. Una presa in giro. La sentenza ora obbliga il Comune o a una nuova procedura d’esproprio ma ciò è complicato e svantaggioso per le casse pubbliche; o una transazione con un atto di compravendita coi proprietari. Non ci mettessimo d’accordo, chiederemo il giudizio d’ottemperanza, e il Tribunale corre il rischio di essere buttato fuori. Il sindaco ha chiesto di essere presente compatibilmente ai suoi impegni, di fatto stanno rinviando di mese in mese. In che paese viviamo?

di Maria Rosaria Calafiore
testo raccolto da Francesco Specchia

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