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Giustiziati

Quarant’anni in Tribunale
Così l’eredità diventa debito

Raccontateci le vostre storie da "giustiziati", ossia cittadini con la vita stravolta dai bizantinismi della giustizia

Quarant’anni in Tribunale
Così l’eredità diventa debito

 

Prosegue la campagna di Libero sui «giustiziati», cittadini che  si sono trovati con la vita stravolta a causa di lungaggini burocratiche e bizantinismi della giustizia italiana. In redazione sono pervenute decine di storie. Oggi pubblichiamo l’odissea toccata a due fratelli che, dal ’65, sono intestatari di nove ettari di terreno adibito a pascolo nel comune di Pachino (Siracusa). Terre acquistate dal padre tramite atto pubblico. Oggi, a distanza di 37 anni, non si ritrovano in tasca né i terreni - la Regione Siciliana ha inserito la metà dei lotti nella fascia di protezione assoluta - né la possibilità di cederli o eventualmente di costruirci. Il motivo? Una serie di processi veri o inventati - il primo di questi, durato 35 anni, era per dimostrare la veridicità dell’atto di compravendita - hanno fatto spendere loro un mare di tempo e di soldi. Per nulla. Mandate le vostre storie a giustiziati@liberoquotidiano.it

 

Il mio è un caso di giustizia civile lentissima e farraginosa condita da menefreghismo, permissivismo procedurale con giudizi mai univoci accompagnata da abusi di potere  ed inefficienza delle forze predisposte alla sorveglianza dell’ordine.

Nel 1965 mio padre acquistò tramite atto pubblico, intestandone  a me e mio fratello la proprietà, tre lotti di terreno per circa nove ettari adibito a pascolo nel Comune di Pachino che dal retroterra  arrivavano fino alla zona del demanio marittimo prima di essere attraversati dalla strada litoranea Marzamemi – Portopalo (Capo Passero).

Nel 1975 (dieci anni dopo) la persona che ci vendette il terreno fallì e il curatore fallimentare si inventò di chiamarci in giudizio (causa civile) presso il Tribunale di Siracusa, per simulazione d’atto pubblico di compravendita.

Senza entrare nei particolari cito soltanto che a giustificazione della simulazione si producevano delle fotocopie di scritture private che avrebbero dovuto giustificare l’intenzione della simulazione.

Al procedimento inoltre venivano ammesse persone e testi impropri che  avrebbero dovuto rimanerne fuori e avvennero anche molte altre cose che produssero un allungamento dei tempi, non ultima la morte del venditore fallito (erano passati tanti anni), vari cambi di avvocati e di giudici etc. etc…Moltissime udienze andate deserte per varie e strane motivazioni. Anni per interrogare testimoni varie volte, ma soprattutto il processo di primo grado subì un’infinità di pause, interruzioni, rinvii per latitanza di testimoni, avvocati, giudici, al punto che alla fine anche mio padre morì e la causa non potè più essere seguita produttivamente da noi figli che, nel frattempo, eravamo diventati anziani e che per motivi di lavoro e familiari ci trovavamo lontani da quei luoghi. Io personalmente, ad esempio, mi trovavo a Padova.

Per farla breve, il giudizio di primo grado fu emesso dal tribunale di Siracusa solo nel 2003 e cioè dopo 28 anni dall’inizio del procedimento. Inoltre  fu un giudizio a noi negativo che dichiarò l’inefficacia dell’atto di compravendita.

Naturalmente tutto ciò ci parve una drammatica beffa e, nonostante le non indifferenti spese già sostenute, dovemmo farci ancora forza e ricorrere alla Corte d’Appello di Catania.

Quest’ultima ribaltò completamente il verdetto emettendo la sentenza a noi favorevole nell’aprile del 2010 e cioè dopo altri sette anni.

Nel complesso questo procedimento  - due gradi di giudizio - è durato trentacinque (35!) anni duranti i quali molte persone sono morte, altre hanno cambiato ruoli, noi siamo diventati settantenni. Nel frattempo, quei terreni non sono potuti essere stati utilizzati commercialmente mentre durante tutti questi anni abbiamo dovuto continuare a denunziarli come nostri pagandone le tasse e adesso anche l’Imu.

Siamo stati anche molto fortunati poichè il curatore fallimentare (credo che dopo tutti questi anni della massa del fallimento siano rimaste briciole) non sia ricorso (aveva tempo un anno) alla Corte di Cassazione per un terzo giudizio.

Forte della sentenza della Corte d’Appello che ci restituiva ufficialmente la proprietà, nel 2010 andai a visitare i terreni per rendermi conto del loro stato. 

A dir la verità c’ero stato anche qualche anno prima, ma adesso ci erano stati chiesti in vendita.

Con mia grande sorpresa trovai che circa venticinquemila metri quadrati (25.000) di nostro terreno era stato abusivamente recintato ed annesso alla proprietà di un vicino: un noto commercialista del luogo che, in parte, ne aveva fatto galoppatoio per i propri cavalli.

Chiamai immediatamente una ditta di movimento terra per far togliere le recinzioni dal mio terreno e poiché per lavoro dovevo subito rientrare fornii la ditta, oltre dell’autorizzazione scritta per eseguire il lavoro anche di tutte le carte catastali e di mappa che chiaramente indicavano la nostra proprietà.

Il commercialista e i figli, con minacce rese più credidili dalla presenza di grossi cani, impedirono agli operai di rimuovere le recinzioni.

I carabinieri, da me chiamati (anche via fax) per ristabilire l’ordine e per far lavorare proteggendo gli operai sul mio terreno, intervennero soltanto per acquisire i dati e dopo, rientrati in caserma, mi fecero sapere che loro non erano tecnici e che io non potevo rimuovere le recinzioni ma avrei dovuto iniziare una causa.

L’indomani  il titolare della ditta da me incaricata per i lavori di rimozione, mi raccontò che la moglie del commercialista, medico dipendente Asl per la sanità pubblica, si era recata al cantiere per controllare la situazione sanitaria del cantiere e dei dipendenti e gli aveva comminato una multa di 2mila euro.

Abbiamo subito denunciato in Procura la sottrazione del terreno tramite recinzioni e abbiamo dovuto anche iniziare procedimento civile d’urgenza per lo sgombero dei terreni già nel 2010. 

Procedimento (d’urgenza), nel quale sebbene le recinzioni siano là solo da circa tre anni e il commercialista invoca l’uso capione, ahimè non è ancora concluso sempre per le solite lungaggini principalmente dovute alla nomina di Ctu, tempo per fare perizie, ai rinvii delle udienze per l’assenza o malattia dei giudici e scioperi vari..

Sicchè, dopo  trentasette anni, dopo aver speso una fortuna in spese varie e legali, non siamo ancora ritornati padroni della proprietà che nel frattempo un piano paesaggistico approvato dalla Regione Sicilia ha per metà inserito nella fascia di protezione assoluta dove non si può non soltanto costruire, ma non si può fare nulla (neanche impianti sportivi etc…) e peraltro neanche fruttabile dal punto di vista agrario perché parzialmente roccioso e adibito a pascolo.

Tutto ciò non sarebbe successo se la giustizia fosse stata più rapida nelle sentenze.

Chi mai ci risarcirà del tempo e del denaro speso inutilmente in tanti anni?

E poi fantastichiamo anche che dall’estero dovrebbero venire in Italia ad investire? Forse non in Sicilia.

Alcune società anche straniere a suo tempo ci avevano chiesto i terreni per farci degli impianti turistici, ma quando hanno capito che era tutto in mano della giustizia italiana se la sono svignata e anche in gran fretta. 

Salvatore Morello

Abano Terme (Padova)

 

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Commenti all'articolo

  • perfido

    23 Giugno 2012 - 18:06

    Sono meridionale anch'io. Voglio dirTi : "meglio -secondo- ad Abano Terme che -primo- a Pachino". Ho lavorato anch'io per 5 anni in Sicilia. Per quanto concerne la giustizia, devi solo sperare in quella Divina. Saluti.

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