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Repubblica Centrafricana

Bangui, il reportage dalla capitale sotto l'assedio dei colpi di machete

Ci sono troppe crisi umanitarie in giro per il mondo e quella in Repubblica Centrafricana non riesce a finire sotto i riflettori dei media per essere adeguatamente sostenuta. A livello economico. Perché a livello umanitario le braccia e le teste non mancano. E la componente militare internazionale sta facendo letteralmente da leva. Solo nella capitale, Bangui, sono una cinquantina le associazioni non governative presenti. Tutte lavorano a strettissimo contatto con la missione militare europea, Eufor Rca. Che fa da collante e stimolo. Condividendo sia attività prettamente in uniforme, sia quelle che vanno sotto la responsabilità del Cimic (cooperazione civile e militare, ndr).

"Abbiamo sostenuto la riaperture di diverse piccole cliniche dislocate nei quartieri di nostra competenza", spiega a Libero l’ufficiale finlandese Kalle Sepala, responsabile del Cimic, "lavoriamo a stretto contatto con anche con l’organizzazione internazionale dei profughi e sosteniamo dall’esterno il campo profughi che si è sviluppato attorno all’aeroporto internazionale M’poko". Rispetto a fine 2013 la vita di chi si è rifugiato "letteralmente attorno alla pista è migliorata infinitamente", ci spiega Margot, una cooperante francese del Puam, associazione responsabile del campo, "tanto che ora il numero dei presenti è sceso da 120 mila a poco meno di 20 mila. Fatta eccezione per le prime settimane di ottobre, quando sono ripresi gli scontri, il trend del deflusso è stato costante".

Le organizzazioni internazionali hanno offerto strutture sanitarie, docce e gabinetti e soprattutto tetti sotto cui svolgere attività scolastiche in attesa che le scuole vere riaprano. "Teoricamente", prosegue la cooperante, "dovrebbero riaprire i battenti questo mese di novembre, ma non ci sono certezze". E d’altronde non ce ne possono essere in una situazione come quella che sta vivendo Bangui. Quando l’anno scorso le milizie Seleka sono calate dal Nord e hanno invaso la capitale e poi si sono ritirate sotto i colpi dalla fazione anti-balaka dei cristiani-animisti, lo Stato si è letteralmente dissolto. I ministeri sono stati sprangati. Le caserme dell’esercito svuotate di tutte le armi. I commissariati di polizia chiusi. Nessuna autorità per mesi. L’unica forza militare in grado di fermare i colpi di machete era Sangaris, la missione francese già presente nel Paese. Per questo il campo profughi si è formato attorno all’aeroporto e alla base militare francese. Poi c’è stato l’intervento internazionale. Eufor Rca made in Ue, ma anche la trasformazione dei caschi verdi di Misca in caschi blu Minusca sotto l’egida dell’Onu. La scorsa estate c’era una necessità impellente: evitare che l’intera nazione potesse finire sotto il controllo di forze islamiste radicali provenienti dagli Stati confinanti del nord. Il rischio è stato sventato. Ma le tensioni sono rimaste.

Quando visitiamo il campo profughi di M’poko ci viene sconsigliato di accedere alla parte più meridionale, perché ospita centinaia di miliziani anti-balaka e soprattutto le loro armi. L’incertezza sta qui. Ora che la guerra civile è tornata a essere interetnica e spinta solo dalla politica locale a poche settimane dagli accordi di Brazzaville, appare chiaro che lo stallo potrà durare a lungo. Nessuna delle due parti può essere disarmata. Tutti tengono i fucili sotto le panche per essere pronti a difendersi e quando un signore della guerra locale vuole fare pressione sulla presidente in carica scatena una manciata di miliziani per mezza giornata. Poi li rimette in stato di quiescienza. E lo scacchiere è alquanto variegato. Ci sono gli ex Seleka. Miliziani a prevalenza musulmana con cellule composte da stranieri provenienti dal Chad e dal Sudan. E’ però da talmente tanto tempo che stanno in Centrafrica che ormai sono stati assimilati. Alcuni non possono rientrare in patria perché non graditi. Molti chadiani anno partecipato al tentato golpe di sei anni fa. Poi ci sono gli anti balaka divisi tra di loro. Alcuni non riconoscono gli accordi di Brazzaville e quindi sono pronti a mettere mano alle armi appena la situazione torna instabile. Altri pur riconoscendo gli accordi sono intensione perché temono di essere estromessi dai tavoli governativi e di perdere in poche parole poltrone o seggi. Infine ci sono le milizie musulmane di auto protezione nate nell’ultimo periodo per difendere i cittadini del terzo distretto dagli attacchi dei cristiani animisti.

"In otto mesi", spiega a Libero Said Adam, "ho contribuito a sventare 54 attacchi. Del mio gruppo di una trentina di ragazzi, metà sono morti e gli altri non mi rivolgono più la parola. Ho deciso infatti di lasciare la milizia. Alcune persone mi hanno aiutato a disintossicarsi dalle anfetamine che i capi ci davano quotidianamente. Ho capito che eravamo manipolati da chi inizialmente ci aveva ingaggiato per salvare gli altri musulmani e poi aveva cominciato a usarci a piacimento". Saadi sostiene di non avere ricordi di quei dieci mesi per via della droga. Ma evidentemente non può permettersi di confessare quanto visto o quanto fatto. Delle milizie di autodifesa si dice che siano state e siano ancora feroci quanto gli altri gruppi armati. E se Said ha lasciato, un centinaio di plotoni da 30 ragazzi ciascuno è ancora pronto a impugnare granate o machete.

A pattugliare le strade della città in tale guazzabuglio politico ci sono anche gli italiani. Tra i circa 750 uomini di Eufor Rca i nostri concittadini sono 51. Il numero più grande dopo francesi, spagnoli e georgiani. La stragrande maggioranza viene dal reggimento genio della Brigata Folgore. Ci sono anche i guastatori, purtroppo famosi per avere lasciato un pesante tributo di sangue in Afganistan. Qui nel centro del continente africano sono incaricati di costruire ponti, gettare passerelle, drenare canali e più in generale ricostituire la mobilità perduta. Bangui è una serie di quartieri divisi da loro. Non solo da barriere mentali e ideologiche, ma anche fisiche. Fasce di centinaia di metri divenute terre di nessuno. Strade interrotte che impongono ai cittadini deviazioni anche di ore. E soprattutto il vuoto lasciato da un governo dissolto e da una classe politica, anche quella attuale, che non presta ascolto a nessuno necessità quotidiana. Gli abitanti di Bangui vedono nei nostri militari non solo uno scudo dai colpi di machete, ma anche la speranza che un giorno torni a esserci il mattino e la sera e non un tempo confuso dettato solo dalla necessità di scappare

di Claudio Antonelli

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Commenti all'articolo

  • contenextus

    05 Novembre 2014 - 17:05

    Io li lascerei al loro miserabile destino. Si arrangino. Usino il machete. Io , una volta chiusi i confini, e tenuti sotto controllo gli sbarchi clandestini tramite un puro respingimento, non mi preoccuperei oltre. Basta missioni, basta soldi, basta medici, basta tutto. Si arrangino.

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    • dostiun

      06 Novembre 2014 - 07:07

      concordo, basta aiuti basta missioni ecc. lasciamoli al loro destino e alle loro credenze, senza però piu neanche sfruttare le loro ricchezze.non andiamoci proprio più, mettiamo un santo muro fra noi e loro. stiano a casa loro con i loro problemi e vivremo tutti piu felici e contenti.che si facciano il loro mondo e noi il nostro

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