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Fino all'8 febbraio a Palazzo Sciarra

Norman Rockwell, in mostra a Roma il sogno dell'America perfetta

Il bambino - un bimbo alla Mark Twain - guarda tranquillo il poliziotto che gli siede accanto, al bancone della tavola calda, ai piedi dello sgabello un fagottino rosso legato al bastone. E, in mezzo a loro, dall’altra parte del bancone, il barista che osserva divertito la silenziosa conversazione di sguardi. Nel quadro - famosissimo - di Norman Rockwell, vi è la cifra di tutta la sua pittora ed è probabilmente per questo che è stato scelto per reclamizzare la mostra American Chronicles: the art of Norman Rockwell, presentata ieri a Roma alla stampa, che resterà aperta da oggi fino all’8 febbraio 2015, presso la Fondazione Roma Museo- Palazzo Sciarra. Perché nel quadro «Il fuggiasco» c’è il senso dell’avventura, la fiducia nelle istituzioni, il senso della comunità e dell’essere insieme nella costruzione della vita di tutti i giorni. Qualità e modus vivendi dell’uomo americano, anzi dell’«american dream», del sogno americano intramontabile, che la pittura e l’opera di Rockwell interpretano fino in fondo. 






La mostra, per la prima volta in Italia, è una retrospettiva davvero ampia ed esaustiva (più di cento tra dipinti, fotografie, fotografie e la raccolta completa dell 323 copertine originali del magazine The Saturday Evening Post, a cui l’artista ha lungamente collaborato) sul percorso dell’artista, nato nel 1894 e morto nel 1978, le cui opere hanno descritto per più di cinquant’anni (dagli anni Dieci ai Settanta) sogni, speranze e ideali degli americani del XX secolo e non solo. Sfilano, nella mostra romana, sala dopo sala, le decine e decine di copertine dei settimanali illustrati da Rockwell e i suoi grandi quadri, che creano un mondo popolato da ragazze sognanti davanti agli specchi, vecchi pescatori che guardano verso l’orizzonte marino tenendo per mano un bambino, intrepidi boy scout che salvano bimbi e gatti, famiglie riunite intorno al tavolo intente a pregare aspettando il momento di gustare un tipico pranzo domenicale o natalizio. E il Natale, il Natale di Rockwell, com’è festoso, smagliante, colorato, fervido, capace di coniugare Dickens e la Nuova Frontiera, Frank Capra e Walt Disney...

Tutto questo piccolo, grande mondo brulicante di vita sprigiona un senso di fiducia e di ottimismo a cui è difficile resistere. E non si tratta solo di uno sguardo divertito che scorre e indugia sulle infinite storie intrecciate e vissute nelle campagne e nelle piccole città della sterminata provincia americana, che Rockwell ha sempre amato più della metropoli New York e della mondana Los Angeles. Anche la Storia con i suoi tormenti e le sue tragedie fa il suo ingresso drammatico: dalle Guerre Mondiali al problema della segregazione razziale, a cui dedica due grandi tele, The problem We All Live With e Murder in Mississippi, opera nella quale, per rendere in tutta la sua brutalità l’assassinio di tre attivisti per i diritti civili, l’artista si dedica completamente all’opera, al punto di bloccare ogni commessa ricevuta in quel periodo, nel 1965. Ne nasce un’opera di grande tensione, concepita quasi con gli schemi classici di una Pietà, in cui la vittima del razzismo assassino diventa simbolo dell’eterna violenza commessa contro gli innocenti e gli uomini di buona volontà.

In realtà la «facilità» della pittura e del disegno di Rockwell nascondono un lungo lavoro di preparazione e una solida cultura artistica: le numerose foto, esposte nella mostra, testimoniano come l’artista preparasse minuziosamente i dipinti. E il tema dell’autoritratto, magistralmente messo in scena nel Triple Self-Portrait del 1959, il triplice autoritratto, appunto, dichiara apertamente le proprie ascendenze in Picasso, Van Gogh, e su su lungo i secoli, fino alla lezione di Rembrandt e di Durer. La mostra è curata da Danilo Eccher (direttore della GAM di Torino) e da Stephanie Plunkett (capo curatore del Norman Rockwell Museum), promossa dalla Fondazione Roma, con una capillare organizzazione che ha messo insieme istituzioni italiane e statunitensi.

di Caterina Maniaci

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