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Bilancio amaro

Festa dell'Unità a Porta Venezia. Guarda come il Pd ha ridotto i giardini Montanelli

Parco Montanelli il giorno dopo la fine della festa dell’Unità ha un’aria un po’ sdrucita, da mattina al rallentatore causa abbondante bevuta notturna. I vialetti che lo attraversano sono ancora ingombri dei tubi di ferro che reggevano le tensostrutture, i muletti, non sempre guidati a velocità ragionevoli dai pochi addetti allo smontaggio, trasportano materiale da un punto all’altro del parco smuovendo la ghiaia e creando solchi che andranno in qualche modo ripianati. Pena le maledizioni dei runners che su quelle stradine ci corrono a tutte le ore e vorrebbero tutelare caviglie e legamenti. Qualche estintore accatastato aspetta di essere portato via, così come fornelli, tendoni, parti di cucina e qualche sacchetto dei rifiuti lasciato lì sul ciglio in attesa che qualcuno se ne occupi.
Il peggio però lo s’incontra mano a mano che ci si avvicina alla zona del palco e dei grandi tendoni che in questi giorni hanno ospitato i vip democratici. È qui che si è consumato lo scempio del verde pubblico di uno dei principali parchi storici di Milano. Le due porzioni di verde prospicenti il palco sono desolatamente marroni. L’erba, se di erba si può ancora parlare, la si deve cercare con molta pazienza e attenzione. Al suo posto (come si può vedere nelle foto pubblicate qui sopra) una distesa marroncino chiaro frutto di insistenti e ripetuti passaggi di suole di scarpe. Stessa cosa se ci si allontana un pochino verso il centro del parco: qui il fenomeno si nota meno, ma ad inchiodare il Pd e i suoi sostenitori sono i fili d’erba superstiti schiacciati al terreno che cozzano col verde rigoglioso dei prati lì intorno. Una cosa del tutto prevedibile soprattutto dopo il pienone di domenica per l’arrivo del premier-segretario Matteo Renzi.
Tutta da valutare, invece, è la condizione dell’erba e del terreno nelle zone che ancora ieri erano coperte dal mega palco e da alcuni tendoni. Per sapere l’entità del danno in quei punti basterà pazientare una mezza giornata o due, giusto il tempo che gli ultimi orpelli della festa dell’Unità vengano rimossi (compreso il cartello gigante che ancora capeggiava sull’ingresso principale dei Giardini).
Il bilancio della festa, quello egologico almeno, dunque non raggiunge il pareggio. I timori della vigilia si sono puntualmente verificati, così come puntuali sono fioccate le polemiche di chi, Riccardo De Corato e Fabrizio De Pasquale in primis, aveva avvisato per tempo dei rischi che un parco storico in pieno centro a Milano poteva correre. «Abbiamo fotografato tutto: l’erba che non c’è più, i rami spezzati, l’immodizia abbandonata - spiegava ieri De Corato di Fdi -. Adesso andrò fino in fondo, mandando le immagini del “prima”, del “durante” e del “dopo” alla magistratura. Vorrei chiedere anche se è previsto un sopralluogo della soprintendenza con tecnici (esterni al Comune ovviamente) che valutino i danni».
Duro anche il forzista De Pasquale: «Fino a domenica è andata meglio del previsto, anche perché la partecipazione è stata scarsa. Poi con l’arrivo di Renzi i nostri timori si sono avverati. Per questo continuo a dire - racconta il consigliere azzurro - che è sbagliatissimo utilizzare aree di verde monumentale per organizzare eventi di massa. Analogo problema si verificherà anche per il “Milano Film Festival” che si terrà al Parco Sempione. Ma si sa - chiude amaro De Pasquale - anche per queste cose, se a chiedere i permessi sono amici della sinistra, da Palazzo Marino usano due pesi e due misure».
Cosa succederà ora? È possibile che parte della cauzione (50mila euro) versata dal Pd al Comune di Milano non venga restituita al partito, ma utilizzata per rivitalizzare quelle aree del parco che oggi di verde non hanno nemmeno parte dello sfondo del simbolo del Pd.
In conclusione, la festa Dem per il Parco Montanelli ha avuto lo stesso effetto delle campagne di conquista di Attila, l’ultimo sovrano degli Unni, quello che dove passava «non cresceva più l’erba». O se si preferisce rimanere tra i confini cittadini e dirla in musica si può sempre citare il «molleggiato» e milanesissimo Adriano Celentano: ne “Il ragazzo della via Gluck” erano i costruttori cattivi e la voglia sfrenata di modernità; tra i renziani, invece, è la voglia di darsi un tono e farsi la festa tra grattaceli e cemento. L’unica cosa che non varia è il refrain: «Non lasciano l’erba... non lasciano l’erba...».
Ps: Anche gli immigrati che nei mesi scorsi dormivano nel parco e che durante la festa si erano ridotti di numero, hanno fatto ritorno sulle panchine e sotto l’ombra degli alberi secolari.

di Fabio Rubini

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