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Riscatti salati

Italiani rapiti, per liberarli spesi in dodici anni 75 milioni di euro

Le prime furono le due Simona: Pari e Torretta. Fu il loro il primo caso di italiani rapiti e poi liberati tramite riscatto. Era il settembre 2004. Un anno prima c'era stato l'intervento americano in Iraq. C'era Al Qaeda al suo massimo fulgore, mentre l'Isis e lo Stato islamico erano cose ancora nemmeno immaginabili. Le due cooperanti italiane furono sequestrate per 22 giorni e poi liberate dietro il pagamento di una somma che è stata stimata in un paio di milioni di euro. Da allora, contando anche loro, secondo un articolo che appare oggi sul quotidiano "Il Tempo", sono stati 19 i cittadini italiani per liberare i quali l'Italia ha pagato un riscatto. Per un conto totale di circa 75 milioni di euro in dodici anni. Soldi, certo, che sono serviti a salvare vite umane, ma che sono finiti nelle tasche delle organizzazioni terroristiche che stanno insanguinando Medio Oriente ed Europa.

Dopo Torretta e Pari, i casi più eclatanti di liberazioni tramite riscatto sono stati quelli della giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, libera dopo 30 giorni dietro il pagamento di 4,6 milioni di euro (e la sua liberazione costò pure la vita dello 007 Nicola Calipari); per Rossella Urru, la cooperante rapita in Algeria nell'ottobre 2011 si sono sborsati 5 milioni di euro; per l'inviato de "La Stampa" Domenico Quirico sequestrato in Siria nell'aprile 2013 4 milioni; 9 milioni per Daniele Mastrogiacomo, giornalista rapito in Afghanistan nel marzo 2007; 12 milioni se ne sono andati per la liberazione di Salvatore Stefio, Umberto Cupertino e Maurizio Agliana, i contractors rapiti in Iraq nel 2004 insieme a Fabrizio Quattrocchi, che invece fu ucciso e morì dicendo "Vi faccio vedere come muore un italiano". E via contando, fino all'ultimo caso di Greta e Vanessa, le due ragazzine partite per la Siria praticamente da sole, rapite e tenute prigioniere prima di essere liberate in cambio di 12 milioni di euro.

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Commenti all'articolo

  • carlozani

    05 Marzo 2016 - 09:09

    Basta pagare riscatti con i soldi dei cittadini e gli altri guadagnanoSe un'azienda va a fare lavori in posti dove c'è la guerra ,vuol dire che c'è la convenienza,,quindi deve provvedere alla protezione dei propri dipendenti ,o coon guardie armate o con assicurazioni che coprano i riscatti altrimenti rinuncino al profitto.

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  • marari

    05 Marzo 2016 - 08:08

    Sta proprio qui la follia, quando lo Stato non fa lo Stato, ma sposa il ruolo di crocerossina. Chi va in zone ad alto rischio, lo fa per motivi personali (di lavoro, vacanza, ecc.) ed è conscio del pericolo che corre, quindi non può pretendere che intervenga lo Stato per salvarlo. Ci sono tante persone che scelgono di suicidarsi, ma non mi risulta che lo Stato intervenga per salvarle.

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  • andresboli

    05 Marzo 2016 - 08:08

    non metterei sullo stesso piano chi va in mezzo ai mussulmani per lavoro e dovrebbe essere protetto, e due ragazzette filosofe a caccia di santità..

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  • Margia

    05 Marzo 2016 - 08:08

    Non confondiamo l'India con questi. In India paghiamo il fatto di avere avuto un governo di fifoni. Nei paesi islamici paghiamo in pochi casi il fatto di avere cittadini che lavorano all'estero nella massima parte di avere cittadini idioti dai quali dovremmo farci restituire il costo della liberazione.

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