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La verità del Freddo

Ior, la Orlandi, Pecorelli: l'Italia in nero di Maurizio Abbatino

10 Maggio 2018

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"Non so dire quante volte ho ucciso, ma ricordo i nomi di tutte le vittime. La cosa strana è che non riesco a contarle. Eppure davanti a me sono fermi e chiari gli ultimi istanti delle vite che ho interrotto. Ricordo dov'eravamo. Come ho ucciso e perché l’ho fatto.. Ricordo tutto. Tranne il numero”. È un incipit folgorante quello che Maurizio Abbatino (“solo le guardie mi chiamano così. Per tutti gli altri sono il Freddo”), uno dei capi storici della Banda della Magliana, affida alla giornalista Raffaella Fanelli. Che lo incontra nel suo “regno”, alla Magliana, per raccoglierne la testimonianza – diventata un poderoso libro (“La verità del Freddo”, Chiarelettere, nelle librerie dal 10 maggio) - su eventi che hanno segnato la storia criminale dell’Italia. Dai primi rapimenti a scopo di estorsione degli anni ’70, al delitto Pasolini, passando per i sequestri di Aldo Moro e di Emanuela Orlandi, incrociando la massoneria, la P2 e i servizi segreti, fino ad arrivare alla strage di Bologna, all'omicidio Pecorelli e alle ultime vicende dell’inchiesta “Mondo di Mezzo”, che il 4 dicembre 2014 ha terremotato la capitale con un’ondata di arresti tra politici, imprenditori e dirigenti comunali schiacciati da una pesantissima accusa di mafia. Mafia capitale.
All'età di 63 anni, afflitto da un male incurabile, nel 2015 – proprio mentre prende corpo la maxi inchiesta dove, secondo quanto dichiara il procuratore capo Giuseppe Pignatone, “ritornano dei cognomi, si rivede un metodo” – Abbatino (in questo filmato mentre in aula minaccia l'avvocato Taormina) viene inspiegabilmente estromesso dal programma di protezione che tutela i collaboratori di giustizia. Con l’assenso della Procura di Roma, che forse ha sottovalutato le ricadute di un segnale così foriero di (nefaste) conseguenze sugli stessi testimoni poi chiamati in tribunale ad accusare personaggi chiave della presunta associazione mafiosa romana, in primis Massimo Carminati. Super testimoni, come “lo skipper della droga” Roberto Grilli, che si sono presentati in Aula. Ma per ritrattare. “Abbatino è homo sacer: uccidibile, cioè, ma non sacrificabile” scrive nella postfazione al volume Otello Lupacchini. Il magistrato (oggi procuratore generale di Catanzaro, ndr) protagonista dell’Operazione Colosseo che nel 93 decapitò la Banda e a cui il Freddo consegnò, dopo una latitanza di cinque anni in Venezuela, la confessione di tutti i più efferati delitti commessi “dai bravi ragazzi della Magliana” e dai loro sponsor e fiancheggiatori. Illuminando volti, mandanti e moventi. Così i nomi di Carminati, Pernasetti, Colafigli, Senese, Nicoletti, Calò, Diotallevi, ricorrono nelle chiamate in correità di delitti e misfatti eccellenti, spesso rimasti impuniti. Abbatino ricostruisce i ruoli della banda nelle principali stragi, rapine, sequestri, incluso l’interessamento per rintracciare il covo di Aldo Moro, preceduti dai rapimenti “per fare cassa” del duca Grazioli (che non farà mai ritorno a casa, nonostante un riscatto di due miliardi di lire) e di Roberto Giansanti. Come svela l’omicidio, rimasto insoluto, di un clochard la cui presenza dava fastidio a un boss di Trastevere, ucciso nella sua incerata dopo che i suoi aguzzini l’avevano picchiato e gli avevano urinato addosso. “Non ho mai avuto scheletri nell'armadio, né ho mai subito prepotenze. I miei conti li ho sempre saldati da solo” ribadisce oggi il Freddo, soprannominato Crispino per via della sua capigliatura. Una somiglianza schiacciante, nelle foto da ragazzo, con l’attore Vinicio Marchioni, che lo interpreta nella fiction “Romanzo criminale”: “Solo che io non mi sono mai fatto canne e non mi sarei mai permesso di toccare la ragazza di mio fratello, come appare nelle serie”. Vera anche la sua amicizia con il Nero: “Massimo Carminati ha negato i suoi rapporti con noi della Magliana, “quelli che spacciavano droga”. Lui invece è più onesto: ha fatto i soldi con gli immigrati”. Ma è il Cecato, racconta ancora, che gli insegnò a fabbricare le bombe, “sperimentate” subito in una bisca della Magliana.
In un’udienza del processo Mafia capitale, quella del 3 aprile 2017, Carminati suggerisce che ci sia Abbatino dietro a un presunto complotto ai suoi danni. Perpetrato attraverso le dichiarazioni rilasciate dal pentito Grilli al suo avvocato, poi revocato, già storico difensore del Freddo. “Abbatino non è mai scappato, nemmeno davanti alle responsabilità che ha attribuito a Carminati. Nel libro riconferma tutte le accuse depositate in fiumi di verbali e nei processi: l’omicidio Pecorelli, il depistaggio della strage di Bologna, i regolamenti con i rivali della banda” spiega l’autrice, “Per un anno ho cercato riscontri e tutto il materiale confluito nel libro è stato registrato e fornito all'editore. Abbatino è l’unico, tra i “sodali” della Banda, che sta scontando ancora 13 anni di carcere ai domiciliari per quelle vicende. Tutti gli altri, a partire da Carminati assolto dalla corte di Perugia per l’omicidio Pecorelli, sono sempre stati scagionati dai reati più gravi e oggi sono liberi”.
Il paradosso di Abbatino, privato persino della sua identità di copertura – un vantaggio, secondo la Commissione ministeriale, per consentirgli di reinserirsi appieno nella società col suo nome vero e il suo curriculum lavorativo – è di essere stato l’unico partecipe di un sodalizio spietato e sanguinario, la Banda della Magliana, di cui sarebbe stato anche l’unico associato, essendo stati assolti tutti i coimputati. “C’è mezza Roma che vorrebbe farmela pagare e l’altra mezza che, per ritagliarsi un ruolo sulla piazza, soprattutto dopo l’arresto di Carminati, mi farebbe fuori volentieri. Anche gratis” dichiara Abbatino nel libro. Dove rievoca anche momenti di vita privata: la disperazione per l’omicidio del fratello Roberto e il rapporto di fratellanza con Franco Giuseppucci di cui accetta, dopo varie resistenze, di battezzare il figlio, che porta il suo nome. “Togliere a un collaboratore di giustizia il nome di copertura è farne un bersaglio, ed è assurdo perché questo non ha alcun costo per lo Stato” conclude Fanelli, che per il capitatolo dedicato al “caso Orlandi” ha intervistato anche Pietro Orlandi, il cui destino si è involontariamente incrociato con i boss della Magliana e i poteri oscuri dello Stato e del Vaticano. “Ritengo attendibili le dichiarazioni di Abbatino sulla scomparsa di mia sorella Emanuela, secondo lui collegata agli omicidi di Sindona e di Calvi e al denaro finito nei conti dello Ior e mai restituito alla mafia. Per questo il nostro avvocato ha chiesto un incontro, nel carcere di Opera a Milano, all'ex boss Pippo Calò, che ha accettato”. Dal carcere di Opera, dove per gli strani giri del destino è recluso oggi anche Carminati, potrebbero essere svelati nuovi misteri.

di Beatrice Nencha

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