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Lettere al Direttore

Caro Matteo,alla scuola serve una svolta radicale meritocratica.

Le prime dichiarazioni del Presidente del Consiglio Matteo Renzi pongono la scuola tra le priorità del nuovo governo, evidenziando anche una grande attenzione nei confronti dei docenti. A questo proposito nel suo intervento alla Camera Renzi afferma: “Bisogna valorizzare il ruolo degli insegnanti che vuol dire intervenire non soltanto sul fattore economico, ma sulla mancanza di prestigio sociale che abbiamo sottratto a un valore come l’insegnamento". Il nuovo premier ha inoltre il merito di aver criticato l'atteggiamento di molti genitori che si schierano contro i docenti per difendere i figli. Il progressivo decadimento della scuola potrà arrestarsi solo in presenza di una svolta radicale in grado di rappresentare una reale alternativa alla situazione esistente, ripristinando l'autorità dei docenti in un adeguato contesto normativo. La maggiore responsabilità del fallimento delle politiche scolastiche deve addebitarsi prevalentemente a quell'area culturale e pedagogica trasversale che ha coniugato il permissivismo post-sessantottino con l'aziendalismo, considerando l'allievo un cliente da soddisfare secondo logiche di mercato. I sostenitori di questa linea ritengono che qualsiasi azione tendente a responsabilizzare i ragazzi con premi e sanzioni non tenga in dovuta considerazione le problematiche adolescenziali, partendo dal presupposto, dimostratosi fallimentare, che l’educazione e l’apprendimento siano un processo ludico e non impegnativo, essendo possibile imparare senza sforzo e con la minima attenzione. Lo studio quindi può essere in larga parte sostituito da offerte extracurricolari con l’adozione della "didattica innovativa" che considera nozionismo la necessità di conoscere l’ortografia, la sintassi, le tabelline e la storia. I docenti sono spesso schiacciati tra la colpevole complicità delle famiglie con il ribellismo dei figli e il rifiuto da parte di diversi capi d’istituto ad assumere provvedimenti disciplinari nei confronti degli alunni, per timore delle reazioni dei genitori. Con queste premesse, pensare di valutare gli insegnanti in relazione alla preparazione degli allievi significa attuare una forma di aziendalismo “d'accatto” che non associa la responsabilità dei risultati ai mezzi per ottenerli. In tale situazione le famiglie interessate a garantire per i loro figli un percorso formativo che valorizzi il merito e l’impegno, si trovano in difficoltà ad individuare scuole che rispondano a questi requisiti. La soluzione si potrebbe ricercare, come avviene in molti Paesi europei, all’interno di un sistema che preveda un pluralismo di strutture finanziate e rigidamente controllate dallo Stato, ma con ampia autonomia pedagogica. Concludo con le parole di Giorgio Israel (docente universitario ed editorialista): "Una preghiera: cessiamo di scaricare sulla scuola una massa di compiti di gestione e assistenza sociale che debbono essere ripartiti tra tutte le istituzioni della società. La scuola deve avere come compito primario quello di formare giovani colti, competenti, capaci di muoversi autonomamente, il suo terreno istituzionale deve restare quello dell’istruzione.Abbandoniamo l’idea perniciosa di fare della scuola un grande centro di assistenza e di iniziative di ogni sorta, in cui la formazione di competenze disciplinari diventa l’ultimo dei problemi. Si parla tanto di riqualificare la funzione dell’insegnante e di rivalutarne lo stipendio legandoli a valutazioni di merito. Benissimo: ma la valutazione di merito non può che essere sulle competenze disciplinari e sulle capacità educative dell’insegnante e non sulle sue qualità come assistente sociale". BRUNO CASSINARI (Piacenza)

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