Cerca

Lettere al Direttore

USCIRE DALL'EURO

Se vogliamo dare lavoro ai nostri figli e riuscire a pagare le pensioni nei prossimi anni bisogna rilanciare l'economia, non, come dice Grillo, rinegoziando l'euro, cosa che non ci consentirebbe alcun tipo di politica monetaria, ma semplicemente uscendone. Una moneta comune a più Stati è come un vestito (in prestito), di una sola taglia per tutti, che a qualcuno starà stretto e a qualcun altro starà largo. Il vestito bisogna invece confezionarselo della misura giusta. Dicevo dell’uscita dall’euro. La cosa più semplice è mantenere per la nuova moneta al momento dell'uscita la parità con l'euro, per facilitare tutti i conti successivi. Una frazione di secondo dopo aver ufficializzato l'uscita, ci si aspetta ovviamente un congruo deprezzamento della nuova valuta (che io chiamerei lira, non trovando motivi per cambiarne il nome). La perdita di potere d’acquisto sulle materie prime di importazione non deve spaventare, perché il loro costo incide in misura minima sul costo finale dei prodotti, che invece verrebbero rilanciati sul mercato estero per il loro prezzo “scontato”. E’ un “déjà vu”, basta ripassarsi la storia economica degli anni Settanta, ai tempi della crisi petrolifera, quando il prezzo del greggio quadruplicò nel giro di un mese. La perdita di potere d’acquisto si farebbe sentire molto di più sui beni finiti di importazione, come, per fare un esempio, tutti quelli della tecnologia informatica. Da una parte, tuttavia, i Paesi produttori sarebbero indotti ad abbassarne i prezzi per cercare di non perdere il mercato italiano, e dall’altra parte, diventerebbe più conveniente produrre tali beni in Italia, rilanciando così l’industria e l’occupazione negli specifici settori. I computer e altri prodotti a elevata tecnologia prodotti in Italia acquisterebbero allora maggiori quote di mercato. I nostri ingegneri elettronici e informatici, come molti altri laureati, avrebbero quindi molte più probabilità di trovare lavoro nel loro Paese d’origine, anziché dover emigrare all’estero dopo aver consumato ingenti risorse per la propria preparazione a un lavoro qualificato. Con l’adozione di una moneta straniera, cioè l’euro, ci è stata imposta una camicia di forza che ci ha impedito qualsiasi forma di politica monetaria, quale invece era stata fatta in tutto il secondo dopoguerra come ovvio ed efficace rimedio alle crisi economiche. Ciò ha avuto come conseguenza la delocalizzazione delle industrie italiane all’estero (che, a prescindere dall’euro, si sarebbe dovuto comunque impedire per legge, ma una legge in tal senso ancora non esiste). Il catastrofico risultato è stato lo smantellamento scientifico e sistematico di oltre un terzo di tutto il patrimonio industriale italiano, con relativa perdita di centinaia e centinaia di migliaia di posti di lavoro, qualificati e non, che ora si vorrebbero recuperare con manovrine il cui risultato non è ragionevolmente collocabile lontano dallo zero. La parità della lira con l’euro verrà a cessare immediatamente dopo la nascita della nuova moneta nazionale e ciò che ci si aspetta, come già ho detto, è una consistente svalutazione. Ciò che può apparire come un fatto negativo rappresenta invece un mezzo per il rilancio dell’economia reale. Come ci spiegano i trattati di economia, se lo scopo è quello di rilanciare l’industria autoctona e recuperare i posti di lavoro perduti, un deprezzamento della moneta è ciò che serve a una economia asfittica quale è in questo momento l’economia italiana, in tutto simile a un motore che sta per grippare. Saremo infatti costretti a produrre di più in Italia e le aumentate esportazioni rappresenteranno il volano della ripresa economica. I nostri figli forse non dovranno scappare tutti all’estero, ma qualcuno di loro troverà impiego all’interno di un sistema industriale che dovrà essere ricostruito. Il punto di partenza sarà il pagamento dei debiti contratti dallo Stato verso i privati. L’immissione di liquidità ottenuta stampando moneta, come hanno fatto di recente gli Stati Uniti, il Giappone, il Regno Unito e altri per rimediare agli effetti delle perturbazioni finanziarie innescate dai cosiddetti “derivati”, bloccherà i fallimenti che attualmente si contano a decine e decine di migliaia, fermando così anche l’emorragia di posti di lavoro. Il rilancio delle esportazioni comporterà nuove assunzioni. Prima di concludere voglio rispondere a una “vexata quaestio”, che è quella del costo dell’energia e delle materie prime, che, come comunemente si pensa, con la lira salirebbe in modo esorbitante. Intanto va chiarito che il costo del greggio incide solo per circa il 17% sul costo finale della benzina, mentre la restante percentuale è rappresentata dai costi della trasformazione nei centri di raffinazione (comunque operanti in Italia) e da tasse. Il costo del prodotto raffinato rappresenta peraltro solo circa 40% del prezzo finale, che per il 60% è dovuto alle tasse governative. Sul prezzo al consumo di 1,796 euro per un litro di benzina 1,040 euro sono rappresentati da imposte. Non potendo spiegare in una lettera tutti i motivi per cui il rilancio della nostra economia passa attraverso la riappropriazione di una moneta nazionale, l’attuazione di una politica monetaria, e quindi attraverso l’uscita dall’euro, consiglio a chi voglia approfondire questo argomento, che è importante per noi, ma soprattutto per i nostri figli, la lettura di due illuminanti documenti gratuitamente reperibili in Rete in forma digitale (in formato pdf): “Il tramonto dell’euro” e “Crisi finanziaria e governo dell’economia” del Prof. Alberto Bagnai, scritti in forma chiara e rigorosa, ma pure brillante e accattivante. Non costano nulla, il rischio che si corre a leggerli è pari a zero e valgono un corso di economia politica. Interessante anche il libercolo, poco impegnativo, di Claudio Borghi Aquilini "Basta euro". Buona lettura. Con i più cordiali saluti. Omar Valentini

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog