Cerca

Lettere al Direttore

RINUNCIARE ALL’EURO PER POTER ESSERE COMPETITIVI

Con l’attuale livello di disoccupazione rinegoziare l’euro per avere più opportunità di ripresa, come qualcuno propone, è come fare un buco nell’acqua. Ottenere un cambio dell’euro più favorevole per noi, e necessariamente meno favorevole per la Germania, è un evento possibile, la cui probabilità a mio avviso non supera però quella di una nevicata in Sicilia a ferragosto. La BCE non parrebbe peraltro intenzionata a stampare moneta, e men che meno a stamparne quanta ne servirebbe all’Italia per imboccare la via delle ripresa. D’altra parte, la strada del rigore appare senza uscita, dal momento che riduce la domanda interna e non aumenta quella esterna, che potrebbe invece dare il via a un progressivo aumento dell’occupazione e del pil. L’Italia è come un paziente emorragico che si presenti in gravi condizioni al Pronto Soccorso. La terapia prevista è l’emotrasfusione, che deve essere effettuata in tempi brevi. Terapie alternative potrebbero non avere alcuna efficacia. Il paragone non è poi così peregrino, se si considera che l’”emorragia” è quella delle aziende che chiudono al ritmo di decine al giorno, lasciando senza lavoro e senza stipendio le decine, le centinaia e le migliaia di operai e impiegati. I testi di economia ci dicono che serve “infondere” valuta, cioè stampare moneta per frenare l’”emorragia” di posti di lavoro, e serve una ripresa rapida delle esportazioni, attuabile solo attraverso una valuta competitiva. Bisogna cioè svalutare. Ciò è possibile solo se lo Stato possiede una sua moneta nazionale. In altri termini, bisogna salutare l’euro e riprenderci la lira. Ciò non equivale a uscire dalla Comunità Europea, che è formata da Stati che hanno come moneta l’euro (sono 18) e da Stati che hanno una valuta nazionale (sono 10, tra cui una delle maggiori potenze economiche, rappresentata dal Regno Unito). C’è chi sostiene che in caso di uscita dall’euro la svalutazione ci annienterebbe e che bisognerebbe portarsi appresso una valigia di banconote per comprarsi un panino. Il costo delle materie prime, dell’energia e dei carburanti salirebbe alle stelle. Non è così. Per fare un esempio significativo, in caso di ritorno alla lira la svalutazione non si trasferirebbe tal quale sul costo della benzina, ma solo sul costo del greggio, che incide per circa il 17% del totale (il resto è rappresentato dai costi di raffinazione, che verrebbe però effettuata in Italia, e per oltre il 60% da tasse governative). Se la lira svalutasse del 40%, il costo della benzina salirebbe, grosso modo, del 17x0,4%, cioè del 6,8%. Questo effetto è già stato sperimentato negli anni Settanta, quando nel giro di poche settimane il costo del greggio aumentò di circa il 300% (cioè quadruplicò). L’opposto si verificò nel 2008, quando il costo del greggio diminuì di 5,6 volte, passando da 140 a 25 dollari al barile. Credo che nessuno di noi si ricordi di aver pagato la benzina in quel periodo 5 o 6 volte di meno. L’Italia importa materie prime ed esporta prodotti finiti. Il costo delle materie prime è certamente importante. Nel complesso, però, esso incide per meno del 50% sul costo del prodotto finito. Se la lira svalutasse del 40%, il prodotto finito, invece di costare 100 (di cui 50 di materie prime), verrebbe a costare 120 (di cui 70 di materie prime). All’estero il suo prezzo sarebbe però di 120 meno il 40%, cioè di 72. Con il 40% di svalutazione della lira i nostri prodotti all’estero costerebbero quindi circa il 30% in meno. Un siffatto livello di svalutazione dovremmo augurarcelo, perché le nostre industrie ripartirebbero con un “effetto turbo”. In un’ipotesi del genere non c’è tuttavia da sperare che i nostri competitori esteri stiano a guardare, incassando il danno senza battere ciglio, e in effetti, purtroppo per noi, farebbero di tutto per far risalire il valore della lira. Niente di nuovo sotto il sole, anche se pare che queste semplici cose se le ricordino in pochi. I nostri governanti, poi, legati mani e piedi alle euroregole e inchiodati a una moneta unica che non consente alcun tipo di politica monetaria autonoma, sono schiavi agli ordini della Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale), degli eurobanchieri e degli euroburocrati. Quindi queste cose nessuno se le ricorda, e soprattutto, nessuno se le deve ricordare. Quanto al debito pubblico, esso potrà essere ripagato solo se la nostra economia sarà in grado di ripartire. Ciò sarà possibile se le nostre industrie non andranno al collasso, e soprattutto se non andranno al collasso, come sta succedendo ora, per eccesso di credito. E’ una tragica barzelletta, un assurdo paradosso, che le aziende falliscano non per aver accumulato debiti, ma per avere accumulato crediti nei confronti dello Stato, crediti che lo Stato non è in grado di pagare. Il risultato è la perdita del tessuto industriale, con conseguente aumento della disoccupazione. La ricetta fornita da tutti i testi di economia per far fronte a questo tipo di emergenza è quella di stampare moneta, per pagare subito i debiti, prima che le aziende debbano chiudere. Questo è possibile solo tornando a una moneta nazionale, che può essere stampata nella quantità necessaria ai bisogni dell’economia, e, in funzione di questi bisogni, svalutata o rivalutata. La moneta unica ci sta devastando, e con essa le euroregole della Troika, nate in odio a tutte le teorie economiche conosciute. Credo che non ci sia bisogno di citare Adam Smith per individuare nel lavoro la fonte di ricchezza delle nazioni. La Troika ha invece in odio la piena occupazione, ci impone di risparmiare, e, per risparmiare, ci chiede di licenziare, sia nel pubblico che nel privato. Le sue ricette sono: risparmiare, tagliare, licenziare, tassare. Pare intenzionata a dimostrare il teorema secondo cui la disoccupazione aumenterebbe il pil. Il povero Adam Smith si rivolterebbe nella tomba. Queste sono ricette criminali, come tali riconosciute e certificate da tutti i trattati di economia. In attesa che questi vengano riscritti sulla base delle indicazioni della Troika, facciamo uno sforzo per documentarci su come funziona l’economia, che, a dispetto di quello che ci si vorrebbe far credere, ha delle sue regole e non è una costruzione fantastica fondata sulle imposture. Quanti premi Nobel per l’economia sono contro l’euro? Sette. Quanti sono convinti che l’unione monetaria, così com’è, possa funzionare? Zero. Un motivo ci sarà. Documentiamoci per evitare di castigarci da soli, e soprattutto per evitare di castigare i nostri figli. Saranno loro a pagare le nostre pensioni, ma se, in nome di una moneta sbagliata e di regole sbagliate, dovranno scappare dall’Italia a gambe levate, non aspettiamoci che siano gli euroburocrati, gli eurobanchieri e la Troika a venirci a consolare. Non potendo proseguire oltre per ovvi motivi di spazio, ricordo, per chi a costo zero voglia approfondire questi argomenti, che dalla Rete si possono gratuitamente scaricare, in formato pdf, “Il tramonto dell’euro”, di Alberto Bagnai e “Basta euro” di Claudio Borghi Aquilini. Sono testi assai meritevoli di lettura e sono pronto a dichiarare, sotto la mia personale responsabilità, che a leggerli non si diventa brutti. Con i più cordiali saluti. Omar Valentini, Salò

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog