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Lettere al Direttore

USCITA DALL'EURO E MUTUI DA PAGARE

Egregio Direttore, ci si lamenta per il fatto che in seguito all'introduzione dell'euro il potere d'acquisto delle persone a reddito fisso si sia notevolmente ridotto. All'inizio ciò era imputabile alla gestione interna dell'euro, cioè al fatto che commercianti e liberi professionisti abbiano approfittato dell'occasione per “arrotondare” nei prezzi le vecchie mille lire a un euro. L'euro in sé era perciò esente da colpe in tal senso. Poi però nel corso degli anni gli effetti di una moneta troppo forte si sono fatti sentire e a farne le spese sono state le industrie e i posti di lavoro. Produrre in Italia diventava sempre meno conveniente e così nel giro di pochi anni circa un terzo del tessuto industriale è scomparso come neve al sole. Se l'euro è innocente per ciò che attiene ai rincari della prima ora, frutto solo di un opportunismo che alla lunga poteva rivelarsi controproducente, non lo è invece per vari altri aspetti. E' infatti una moneta gestita da un ristretto gruppo di persone che delle loro decisioni non rispondono ai cittadini, ma ai gruppi di potere organizzati e agli eurobanchieri. Chi decide la politica economica e monetaria nell’eurozona è la Troika, un organismo sovranazionale (Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Commissione Europea), che lo fa in piena autonomia, senza alcun vincolo rispetto al parlamento europeo, che è privato di qualsiasi margine di manovra. L’euro è emesso da una banca privata monopolista, la BCE, che lo dà in concessione (una sorta di noleggio) ad altre banche private a un tasso di interesse (Tasso Unico di Sconto, oggi 0.25%) deciso dalla stessa BCE. Le banche private, a loro volta, noleggiano gli euro agli Stati dell’eurozona a un tasso d’interesse variabile, stabilito dal mercato finanziario. Le banche private, ovviamente lucrano sulla differenza tra Tasso Unico di Sconto e tasso di interesse (signoraggio) al quale noleggiano gli euro agli Stati membri dell’eurozona. Il risultato è quello di sottrarre ricchezza alla comunità per incanalarla verso pochi privilegiati che controllano le banche e indirizzano i flussi di denaro. Se l’euro fosse di proprietà dei cittadini (cioè dei singoli Stati) la sua emissione non sarebbe a debito e non verrebbero drenate risorse sottraendole al pubblico per destinarle alle “lobby” finanziarie. Le politiche di austerità decise dai tecnocrati della Troika sono totalmente asservite agli interessi di questi gruppi di potere. L’euro è uno strumento gestito a loro esclusivo vantaggio. I cittadini sono invece solo sudditi da destinare, se occorre, alla macelleria sociale. Molti paventano l'uscita dall'euro per i costi che comporterebbe, non considerando però minimamente quali sarebbero i costi di una permanenza nell'euro. Gli indicatori macroeconomici sono tutti virati al brutto e le prospettive non lasciano molto spazio all'ottimismo. In caso di rientro nella lira non si verificherebbero catastrofi. Già ho spiegato in una lettera precedente come, per una svalutazione della lira del 40%, la benzina non costerebbe il triplo, ma solo il 17x0,4%, cioè il 6,8% in più (perché il costo del greggio incide solo per circa il 17% sul costo finale della benzina). Un'altra “vexata quaestio” è quella dei mutui. A tale proposito va precisato che alla ridenominazione dei debiti (nella fattispecie dei mutui) si applicano gli articoli 1277 e 1278 del codice civile, secondo cui i debiti contratti in Italia, a prescindere se con controparte estera o italiana, verrebbero convertiti in lire. Il valore di cambio sarebbe quello fissato al momento del passaggio, quindi ipoteticamente 1:1, e solo dopo interverrebbe la svalutazione, abbattendo anche il valore reale del mutuo residuo da rimborsare, data la denominazione nella nuova valuta. Perciò riprendano coraggio i sottoscrittori di mutui, perché li dovranno pagare in lire a un prezzo scontato (per maggiori dettagli invito a consultare il sito http://www.forexinfo.it/Uscita-dall-Euro-cosa-accadrebbe). Per finire, mi interessa sottolineare il fatto che il ritorno a una moneta sovrana comporterebbe non solo il vantaggio di liberarci delle imposizioni della Troika, che generano solo povertà e recessione, ma anche quello di gran lunga maggiore di poterci difendere da eventi esterni (come lo è stato la crisi mondiale del 2008) nel modo che tutti i trattati di economia indicano come il più corretto ed efficace: stampando moneta, quanta ne serve per tamponare l’emergenza. Nel 2008 la Gran Bretagna riuscì ad assorbire la crisi facendo comprare alla propria Banca Centrale i titoli di Stato necessari per finanziarsi, turando una falla di gigantesche dimensioni (gli Inglesi erano saturati di titoli tossici come pochi altri al mondo). L’Italia nelle stesse condizioni sarebbe affondata sotto lo “spread” e non avrebbe comunque ottenuto la copertura finanziaria sufficiente. Anziché finire seppellita sotto lo “spread”, la Gran Bretagna, stampando moneta, scelse la via più sicura della svalutazione. Superata la tempesta, adesso naviga in acque più tranquille. Uscendo dall’euro prenderemmo due piccioni con una fava. Potremmo stampare moneta per pagare i debiti dello Stato verso le aziende private e frenare l’emorragia di posti di lavoro. L’immissione di nuova moneta avrebbe come conseguenza una svalutazione che renderebbe più conveniente produrre in Italia piuttosto che acquistare dall’estero. Sarebbe anche meno vantaggiosa la delocalizzazione all’estero delle nostre aziende, perché si ridurrebbe il divario di costo sulla manodopera. Si assisterebbe a un rilancio delle esportazioni per la maggiore competitività dei nostri prezzi. Tutto ciò favorirebbe la ricostruzione del tessuto industriale del nostro malandato Paese. I nostri figli non sarebbero costretti a emigrare tutti, ma qualcuno troverebbe modo di restare. Non mi pare poco. Con i più cordiali saluti. Omar Valentini

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