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Lettere al Direttore

Giornalista de "La Repubblica" querela una lettrice.

Egregio Direttore, mi chiamo Valentina Taglia, ho 36 anni, sono una cittadina di Perugia che vive a Milano, dove svolgo la professione di avvocato. Le scrivo per segnalarLe una vicenda che, mio malgrado, sto vivendo a seguito di un’inchiesta pubblicata, nel giugno del 2012, da “La Repubblica”. Nell’edizione cartacea e in quella on line del quotidiano, apparve un’inchiesta, sulla città di Perugia e sullo spaccio di droga. Il giornalista, dipingendo un quadro ben diverso dalla realtà, arrivava, tra le tante cose, ad accostare Perugia a “Le Vele” di Scampia, segnalando la presenza di infiltrazioni mafiose e camorristiche (fenomeni, questi, che pur raggiungendo l’intero Paese, sono sicuramente estranei al capoluogo umbro), sottolineando una presunta connivenza dei cittadini. Indignata ed offesa, contattai la redazione de “La Repubblica”, chiedendo l’indirizzo e-mail del giornalista. Quindi scrissi una dura lettera di protesta, criticando il contenuto dell’articolo e ponendo all’autore numerosi interrogativi circa l’origine delle sue fonti. Questi rispose non alle mie domande ma con una serie di e-mail dal contenuto ingiurioso e minaccioso, tanto che mi venne il dubbio che non fosse realmente l'autore a scrivere. Lascia quindi perdere e la chiusi lì. A distanza di due anni mi ritrovo a dover affrontare un giudizio penale avanti il Giudice di Pace di Roma (io vivo e lavoro a Milano) perché denunciata per ingiuria! Contattata la Redazione, l’Ufficio Legale e, finanche, il Direttore de “La Repubblica” per lamentare l’iniziativa del loro collaboratore, non ho ricevuto la benché minima risposta. Mi chiedo che fine abbiano fatto il diritto di opinione, il diritto di espressione, il diritto di critica, il diritto di un lettore che, sentitosi offeso (come, del resto, l’intera città, a cominciare dal Sindaco), “osi” contestare quanto pubblicato a livello nazionale da uno dei maggiori quotidiani italiani. Un quotidiano che, sembrando volersi fare portavoce dei più alti e nobili diritti costituzionali, ispirandosi gli illuminati valori della sinistra, da sempre il primo a censurare e stigmatizzare i contenuti delle altre testate giornalistiche, legittima i propri collaboratori a fare un uso personale ed improprio della Giustizia, avallando o, comunque, tacitamente giustificando che i propri giornalisti denuncino i lettori del giornale perché critici nei loro confronti. Se questo è il livello di autorevolezza, serietà e professionalità richiesto da “La Repubblica” ai suoi collaboratori, alzo le mani e, conseguentemente, affronterò i costi di un procedimento giudiziario che è un insulto non solo al buon senso, ma ai diritti dei cittadini e al Sistema Giustizia. Nel ringraziarLa per l’attenzione data a questa mia denuncia, invio i miei migliori saluti. Valentina Taglia

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