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Lettere al Direttore

Alitalia

Quello che Carolyn non capiva di Alitalia A volte Carolyn (“assistente di volo” dell’American Airlines) mi faceva arrabbiare, perché sembrava che venisse a casa nostra solo per dormire. Infatti passava lunghe ore a letto, anche di giorno. La motivazione che adduceva, scusandosi, era che doveva recuperare le ore di sonno perdute volando da Dallas, dove viveva, a Tokio, od altre località dell’’Estremo Oriente. Voli lunghi che lei sceglieva a bella posta, perché in tal modo guadagnava di più. Non solo, ma, per lo stesso motivo, rinunciava anche alle due giornate di riposo che, tra il volo d’andata e quello di ritorno, la Compagnia le avrebbe concesso di passare, spesata di tutto, ai bordi della piscina di un tranquillo albergo a quattro stelle. Certo, raggiungendo l’Estremo Oriente per la seconda volta in tre giorni, provava un po’ di invidia a notare che, ai bordi di quella piscina, vi fossero ancora le stesse ragazze Alitalia che vi aveva lasciato al primo giro. Non riusciva a capire come la compagnia di bandiera italiana potesse essere di manica così larga anche in presenza di bilanci tanto disastrati. Naturalmente io lo capivo benissimo, ma amor di patria mi impediva di commentare. Alcuni anni orsono l’American Airlines andò in crisi. La dirigenza disse che, se volevano evitare il fallimento dell’azienda, gli impiegati avrebbero dovuto ridursi lo stipendio del 20%. Tutti accettarono. Di lì a poco toccò all’Alitalia denunciare lo stato di crisi. Benché le richieste dell’azienda fossero meno drastiche, il personale disse di no e, aizzato da Di Pietro, proclamò uno sciopero. Il che, oltre a non portare alcun beneficio alla compagnia, fece precipitare le cose, tant’è che, per evitare il fallimento, Berlusconi dovette inventarsi la famosa “cordata”. Carolyn non capiva. Tanto più che, nel suo ambiente, circolava la voce che il personale Alitalia, oltre agli agi di cui lei stessa era testimone, godesse di favolosi emolumenti, per cui avrebbe potuto tranquillamente accettare una riduzione degli stessi. Inoltre si stava rendendo conto che in Alitalia il rapporto management-personale non era improntato alla solidarietà, come nel suo caso, dove, se l’azienda va bene, i dipendenti sono contenti, se va male, ne soffrono, Carolyn non capiva, ma io sì. Con la “cordata Berlusconi” al potere, le cose non andarono meglio per Alitalia. L’azienda le provò tutte. Persino a scendere al livello di compagnia low-cost e far pagare 49 euro un volo per cui una volta (quando aveva il monopolio della rotta) ne chiedeva 400. Niente da fare. Oddio, proprio tutte no. Difatti evitò di licenziare le migliaia di persone assunte solo per far piacere ai potenti di turno e di ridurre lo stipendio (od i benefits) delle altre. Nonché di far capire alle assistenti di volo che il loro compito era di servire i passeggeri e non di far “passerella” nella speranza di farsi notare da un principe azzurro. Insomma, tentò diverse strade, salvo quelle giuste. Mesi fa mostrò interesse ad acquistare l’Alitalia una compagnia di Abu Dabi: la Etihad. Non conosco i motivi di questo interesse. Certamente non rientravano, tra questi, le attenzioni che i dirigenti Etihad ricevevano a bordo dei velivoli Alitalia, quando ci volavano in incognito. Tutti sanno infatti che, in Alitalia, passerella del personale femminile a parte, anche il rispetto degli orari lascia molto a desiderare. Le assistenti di volo sono le prime a saperlo, altrimenti, quando l’aereo arriva a Milano all’ora prevista, non direbbero “Signore e signori, benvenuti a Milano. L’aeromobile è atterrato in orario”. Quasi che atterrare in orario sia un optional. La colpa è un po’ anche nostra. Perlomeno lo è per quanto concerne l’elevato stipendio dei piloti. Si dà infatti il caso che, nonostante tutta la nostra passione per l’alta tecnologia, noi italiani continuiamo a considerare eroica (e quindi meritevole di adeguata remunerazione) la capacità dei piloti Alitalia di completare un volo portandoci a casa sani e salvi. E difatti, al termine dell’atterraggio, siamo soliti attribuire ai piloti un caloroso applauso. Quasi che, non solo atterrare in orario, ma atterrare tout court, sia una prodezza meritevole di lode ed elevato compenso. Insomma, li ringraziamo per non averci fatto schiantare in un prato. Ma torniamo ad Etihad. Ebbene, nonostante ragionevolezza vorrebbe che i dipendenti Alitalia facessero ponti d’oro a questa compagnia, la trattativa tra le due società è diventata una telenovela e si trascina da lunghi mesi. Il fatto è molto semplice. L’Etihad, per entrare in società con Alitalia, ha chiesto l’attuazione di due semplici misure, che però sono invise ai dipendenti Alitalia. Sono gli stessi provvedimenti che la dirigenza dell’Alitalia avrebbe dovuto attuare anni fa (e che un manager come Marchionne avrebbe attuato all’istante): • licenziare un po’ di dipendenti e • ridurre i privilegi dei rimanenti. La prossima volta che vedo Carolyn…..vuoto il sacco e le racconto tutta la verità.

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Commenti all'articolo

  • pierholzi

    12 Agosto 2014 - 04:04

    I privilegiati dipendenti di Alitalia vorrebbero farci carico delle loro prebende, perpetuandole in nome di una presunta superiorità tecnica e professionale della cosiddetta compagnia.I milioni di lavoratori del manifatturiero Made in Italy, licenziati, presi a calci in culo, e magari vedersi un prelievo forzoso per aiutare i fighetti raccomandati. Complimenti

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  • diwa130

    08 Agosto 2014 - 14:02

    Volo spesso tra USA e Italia e uso in genere Delta, purtroppo a volte mi capita che il volo si Alitalia. Qualche volta ho anche trovato un buon servizio, ma in generale il servizio e' pessimo, gli aerei vecchi con sedili stretti. Condivido al 100% questo articolo, e mi chiedo se non sia il caso di chiuderla e lasciare spazio ad altri operatori anche italiani piu' capaci.

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