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Lettere al Direttore

Rappresentanza datoriale in frantumi – nuovi scenari di aggregazione

Gentile direttore, Non vi è dubbio che i meccanismi e la rappresentanza degli interessi nei vari ambiti sociali, siano stati i grandi protagonisti del nostro dopoguerra. Negli ultimi cinquant’anni il sistema corporativistico aveva una sua ragione: nella politica, nel sindacato, nell’associazionismo imprenditoriale, negli ordini professionali, nel privato sociale e nel terzo settore, camere di compensazione per vari livelli di tensioni politico sociali. Ma nessuno, al tempo stesso può negare che le positività di questo sistema si siano frantumate dinanzi alle sfide del nuovo millennio, rispetto ai nuovi strumenti di comunicazione che via via hanno preso il sopravvento. La rappresentanza datoriale è andata nei decenni frammentandosi in mille rivoli e organizzazioni, dirottandosi in un crescente particolarismo corporativo con la conseguenza di una sempre più debole incidenza sulle decisioni che contano ed in particolare in quelle decisioni che riguardano da vicino la vita quotidiana delle piccole e medie imprese e delle partite iva (dalle professioni ai lavoratori autonomi). Tutte o quasi le organizzazioni di rappresentanza hanno nel tempo verticalizzato e personalizzato le dinamiche interne, restando ancorate al concetto di tesseramento, senza rendersi conto che le dinamiche sociali, legate in particolare alla velocità dell’informazione ed alle innovazioni tecnologiche, avrebbero dovuto generare un forte cambiamento nel rapportarsi con la base e rinnovare il concetto stesso di rappresentanza. L’Italia non si è mai dotata di uno strumento legislativo chiaro e trasparente per regolamentare l’azione delle lobby, sebbene la Comunità Europea ritenga l’azione di tali organismi, il sale della democrazia. Non è un caso che oggi è più facile intervenire in un processo legislativo europeo che nazionale, partecipando attivamente ad audizioni oppure a consultazioni telematiche sulle varie direttive europee. L’esigenza di un quadro più strutturato per le attività dei rappresentanti dei gruppi di interesse è più che mai oggi un emergenza, specialmente in uno scenario politico-sociale privo di riferimenti certi. Non è un caso che negli ultimi anni la Commissione Europea ha rafforzato e ulteriormente sviluppato la sua politica riguardante la partecipazione delle organizzazioni della società civile e delle altre parti interessate, in particolare mediante l’adozione del “Libro bianco sulla governance europea” e dei “principi generali e requisiti minimi per la consultazione delle parti interessate”. Il lobbismo rappresenta una componente legittima dei sistemi democratici, a prescindere se sia svolto da singoli cittadini o società, da organizzazioni della società civile e altri gruppi di interesse o ditte che lavorano per conto di terzi (esperti di affari pubblici, centri di studi e avvocati). I lobbisti possono contribuire a richiamare l’attenzione delle istituzioni europee su alcuni problemi importanti; in alcuni casi, la Comunità Europea offre perfino un sostegno finanziario per garantire che i pareri di taluni gruppi di interesse siano efficacemente rappresentati a livello europeo (ad esempio gli interessi dei consumatori e dei disabili, gli interessi in campo ambientale, ecc.). In Italia, di contro, abbiamo invece creato il reato di traffico di influenze illecite, esponendoci certamente ad una miriade di ricorsi alla Commissione di Giustizia Europea che a loro volta generanno sanzioni a carico dello Stato Italiano. Ma oggi come vanno rappresentate le istanze delle Imprese? E’ possibile continuare a dichiararsi interlocutori solo per il pacchetto di tessere posseduto? Io credo che questa logica ormai è superata. Basti pensare a ciò che accade nelle Camere di Commercio. A fronte di migliaia e migliaia di soggetti giuridici iscritti, la scelta della rappresentanza viene affidata ad una minoranza strutturata, che da anni si alterna alla guida degli Enti Camerali, senza dare voce concreta ai veri soci, cioè quelli che annualmente pagano la tassa d’iscrizione. Quindi la rivoluzione della rappresentanza datoriale passa prima di tutto da qui. Coinvolgere attivamente la base imprenditoriale, a tutti i livelli, nelle scelte di governance di enti strumentali, come le Camere di Commercio. Tutti siamo dotati per legge di una firma digitale e sarebbe molto semplice indire elezioni per la nomina dei vertici Camerali coinvolgente tutti gli iscritti, utilizzando una piattaforma ad hoc. A tutto ciò va aggiunto il fenomeno della rete e dei social network e le domanda che dobbiamo porci sono le seguenti: E’ più rappresentativo un soggetto che ha 10.000 “mi piace” sulla propria pagina fan di Facebook, oppure un associazione datoriale che ha 5000 tessere? Conta di più il numero di accessi ad un blog e l’interazione che viene generata su quel sito internet, oppure un convegno limitato a pochi partecipanti? Vale più un Twitt o un comunicato stampa? L’errore commesso in questi anni dalle Associazioni di categoria è stato quello di utilizzare lo strumento informatico, solo a scopi informativi e non partecipativi, di fatto estraniandosi dalle nuove dinamiche sociali che nel mutare velocemente hanno determinato, da parte della base, la necessità di scelte più concrete e veloci, rispetto alle vecchie dinamiche di confronto basate sulla concertazione, concetto del tutto fuori moda. Bisogna puntare su un mix di azioni che vanno dalla classica rappresentanza territoriale, autonoma giuridicamente ed economicamente, ad un azione di comunicazione nazionale che viaggia essenzialmente sul web, tramite il nostro portale informativo e l’interazione dei social network. Le attuali associazioni datoriali, legate spesso a doppio filo con i palazzi del Governo, stentano a portare avanti le vere battaglie sociali che vengono reclamate dalle imprese. È qui la comunicazione può svolgere un ruolo estremamente utile, un approccio culturale dove la rappresentazione degli interessi nei confronti delle istituzioni, si sposa con l’idea che fare associazionismo è creare una visione per il futuro delle nostre imprese, per i lavoratori, per il Paese. Sergio Passariello Presidente Imprese del Sud

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