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Lettere al Direttore

Charlie Hebdo, the day after

«Gli uomini sono pazzi, ma non fino a questo punto». Questa frase, resa celebre dal medico protagonista di The day After, mi risuona in testa da ieri. Oggi, infatti, per tutti gli occidentali è the day after: il giorno dopo, il momento in cui l'incredulità e lo spavento iniziale lasciano spazio a una riflessione più lucida e attenta sui fatti che hanno sconvolto il mondo intero. Ieri, infatti, a Parigi, nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, non sono stati uccisi 8 giornalisti (e altre 5 persone), ma è stato ucciso l'Occidente: sono entrati nella nostra casa, dove Voltaire (e volontariamente non scrivo Gesù Cristo, perché qui non si tratta di un attentato alla religione cattolica, ma di un attentato ai valori fondanti la cultura occidentale) stabilì che le "porte" dovessero essere aperte e che chiunque vi entrasse dovesse essere vestito con l'abito più prezioso in nostro possesso, chiamato libertà, e ci hanno spogliato, per poi renderci vittime di una violenza disumana cui non eravamo abituati. Perché non ci si abitua mai a scene come quelle di ieri: si cerca sempre di cancellare quello che non può appartenere all'umanità e alle sue opere. E troppe volte abbiamo giustificato i torti subiti, troppe volte ci siamo sentiti responsabili delle violenze subite (avete presente i miserabili che "quelli di Charlie Hebdo se la sono cercata"?), troppe volte abbiamo porto l'altra guancia mentre anche Cristo - di fronte alla violenza ingiustificata - chiese con forza «Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». E non venite a dire che la satira sia il male commesso da quei giornalisti, perché fareste un torto alla vostra cultura, ai vostri padri, alla terra in cui siete cresciuti. Godendo della piena libertà. Per questo è giunto il momento di mostrare i muscoli. Non possiamo più permetterci di dialogare, perché ci hanno dimostrato che a loro non interessa nulla della nostra diplomazia e della nostra libertà di parola. Bisogna mostrarsi uniti in questa battaglia di libertà e progresso. Non si tratta di una nuova Crociata, è molto più che uno scontro tra cristiani e musulmani. Noi occidentali, cattolici e non, non abbiamo un profeta da rivendicare, ma dei valori e dei diritti da difendere. Noi siamo figli dell'Illuminismo, loro sembrano imprigionati in un perenne Medioevo. Certo, non bisogna generalizzare, e molti sono i musulmani estranei a ogni forma di terrorismo e di condanna della cultura occidentale, però anche per loro è giunto il momento di prendere posizione, e di dire a gran voce #jesuisCharlie. Lo dicano pensando a quanti nel loro Paese d'origine non possono dirlo, così come non possono professare liberamente la loro religione, non possono portare una croce al collo e - se donne - non possono nemmeno girare con il capo scoperto. Forse perché il vento che soffia nei capelli è un'immagine della tanto odiata libertà? E ieri, ascoltando le sentenze di molti islamofili nostrani, mi sono tornate in mente le parole di un amico algerino, Mohammed, venditore ambulante nel mercato del mio paese, con cui poche settimane fa ho avuto il piacere di condividere qualche idea sul rapporto tra uomo e donna nei paesi islamici: mentre mi raccontava dell'invidia che prova nei confronti del figlio che in Italia può giocare liberamente con le bambine e non deve soffrire la rigida divisione in maschi e femmine cui invece era stato costretto lui sin dalla scuola materna, dalla bancarella vicina giunge un altro straniero che lo interrompe dicendo, alquanto stizzito: «Ma cosa stai dicendo? Lui non può capire». E aggiunge qualche parola in una lingua che non conosco. Non dimenticherò, mai, invece, le parole che Mohammed mi ha sussurrato in un orecchio poco dopo: «Abbiamo ancora tanta strada da fare, amico. Ma sono sicuro che ce la faremo». E ieri continuavo a ripetermi la stessa domanda: davvero ce la faremo? La risposta l'ho trovata solo oggi: ce la dobbiamo fare. Per Stephane Charbonnier, Jean Cabut, George Wolinski, Bernard Verlhac, Philippe Honoré, Bernard Maris, Michelle Renaud, Mustapha Ourrad, Ahmed Merabet, Franck Brinsolaro, Michel Renaud, Frederic Boisseau, Elsa Cayat. E tutti gli altri che sono morti prima di loro, per scontare la stessa colpa: la colpa di sentirsi liberi. Eros Robba

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