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Lettere al Direttore

Prodi sul Golgota

Di disappunto, nemmeno una simulazione d'ombra. Vada per Verdini, di certificata, comprovata fede renziana. Però da Madame Santanchè no, dalla pitonessa no e poi no, quell'espressione lì, di incauta soddisfazione, all'esito della quarta votazione, quell'espressione lì ecco era almeno lecito non potercela neppure aspettare. E invece la pièce teatrale del tradimento, del risentimento, del possibile divorzio, abilmente – dobbiamo ammetterlo - posta in atto dalla collaudata coppia Berlusconi-Renzi ha rivelato la sua natura, teatrale per l'appunto, in barba ai dissidenti del Pd e agli antiberlusconiani irriducibili, messi infine tutti elegantemente nel sacco. Non manca chi in questa ore ha sventolato sotto il naso della credulità italiota quell'imbeccata di Bechis pubblicata a fine dicembre nel quotidiano di appartenenza. Ed è certo che a giochi fatti, col senno di poi, quella giornalistica soffiata sui nomi graditi al Cavaliere per il colle deve fare un qualche effetto, se nella rosa figura appunto il nomen del neopresidente Mattarella. Nomen pure contrastato a spada tratta in questi giorni dal fronte dei forzisti, per ragioni non ontologiche – ci si è premurati di precisare – di metodo piuttosto. Precisazione che, nella cornice come sottilmente va emergendo, ha un preciso senso. D'altro canto sollecito segno di congratulazioni il Cavaliere non ha mancato prontamente di offrire all'attenzione del neopresidente. Cortesia di stile, si dirà, cortesia istituzionale, a voler essere più puntuali. Epperò a noi questa cortesia sembra quasi un ammiccamento, nello stile tanto caro al Cavaliere. Non mancherà, e confidenti attendiamo, l'indice puntato di chi liquiderà l'ipotesi come “kafkiana”. Nondimeno indizi e dati, soprattutto quelli sottotraccia, ce lo dicono chiaro e tondo: che la nomina di Mattarella è un piatto tipico servito dal forno del Nazareno; che la simulazione di contrasto dei forzisti ha avuto funzione di depistaggio della minoranza dissidente del PD, con funzione di storno di ogni tentazione antiberlusconiana nel nome (questo sì autenticamente contrastato, e non si creda solo dal Cavaliere) di Prodi. Tutto molto machiavellico, senza dubbio, se poi non facesse quasi tenerezza Vendola lì a decantare le virtù di Mattarella, a intestarsi il merito della sua nomina presidenziale, ad auspicare e dirsi anzi certo del vulnus così inferto al vituperato Patto del Nazareno. E con lui quella minoranza del Pd che sente quella nomina come esercizio del proprio (invisibile) potere nelle viscere niente meno del feudo renziano, e che si commuove, si commuove con le lacrime agli occhi, per l'esito di una vicenda istituzionale che covava in pancia la mefistofelica ombra di Berlusconi. La morsa dei tentacoli non si è fatta sentire, sembrerebbe, in uso i guanti di velluto, si direbbe, e se il consenso è stato pilotato, controllato, eterodiretto, nessuno deve essersene accorto. Non temessero, i dissidenti, resurrezioni del Nazareno. Sul Golgota ci è finito tutt'al più qualcun altro. Sul Golgota ci deve essere salito Prodi.

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