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Lettere al Direttore

La bella provincia

Non che necessariamente la si debba considerare elemento di demerito. L'impronta, quasi sempre incancellabile, di provincialismo che segna la produzione cinematografica dell'Italia nostra può gradevolmente vedersi redenta sull'onda di un riscoperto sciovinismo culturale. Finché per lo meno non prorompa poi l'urto del confronto. Ecco allora che il sapore nostrano, artigianale spesso, non di rado d'arte povera poverissima, rivela fatture scolastiche, di mani sapienti magari ancora sì, ma mai eccellenti, mai straordinarie. (Fatti salvi, ringraziamo Iddio, quei pochi registi sottratti all'orbita del gretto nazionalismo e lanciati in etere, verso visioni del mondo più totalizzanti, più assolute). Il confronto, dicevo. Quel confronto che spesso viene inevitabile, e che segna punti invariabilmente a nostro svantaggio. D'accordo, il tema non era sovrapponibile, diversa la storia sottostante che determina nell'uno e altro caso l'incidente “teatrale”. Epperò il meccanismo, identico non puoi negare che fosse, preciso e identico. Un meccanismo che nondimeno sotto la guida di Polanski funzionava a pieno regime, per metallica imperturbabile orchestrazione dei movimenti di spazio e di tempo, per metronomica esattezza narrativa. Quanto difetta, senza possibilità di appello, ne “Il nome del figlio” dove la discesa della pièce teatrale nella liquida dimensione cinematografica non va al di là del compitino ben fatto, svolto evidentemente con buona ordinaria diligenza, con buona ordinaria cura, anche con qualche dettaglio narrativo singolare di presa della realtà in grado di mutare l'angolo di prospettiva. Tuttavia la Archibugi, che anni fa apprezzavamo per scelte più eccentriche, meno orientate verso gli appiattimenti di un centro omologante, non coglie il segno, il filo della narrazione si attorciglia mollemente intorno all'asse della storia sottostante, senza creare musica, o al più creando un melos senza tensione, senza denti, senza morsi. Sì che mordeva invece “Carnage”, con l'emersione tagliente delle conflittualità quando frantumano il vetro sottile e opaco dell'ipocrisia sociale. Ne “il nome del figlio” ad onta della indiscussa bravura della rosa di attori, non c'è stridio di vetri rotti, non c'è, neanche a volerlo cercare a forza di setacciamenti, l'ombra di suoni secchi per equilibri che si strappano. Hai voglia a obiettare che la realtà nostrana ha regole proprie, automatismi propri, colori propri, sapori nostri, che il film sa e vuole riprodurre. E' l'ingranaggio che non funziona, rectius non c'è proprio ingranaggio, struttura, impianto. Inciampi solo in un foglio a righe, rigorosamente scolastico, che i fotogrammi per l'ennesima volta rivestono di graziosi edulcorati dejà vu.

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