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Lettere al Direttore

Il primato della letteratura

Io proprio dovrei tacermi, non mettere verbo, né sillaba, men che meno fiato, e glorificare la notte degli Oscar come mai mi è capitato. L'incoronazione di Iñàrritu dovrebbe lasciarmi, come in effetti mi lascia, confortata, appagata, a dir poco giuliva. Tuttavia il trattamento di minore favore destinato a “Grand Hotel Budapest” non è senza strascichi, appendici vari, corollari molti, per questa testa mia sempre a caccia di improbabili arrovellamenti. Film eccentrico, mi direte, più che eccentrico, obietteranno altri, al limite dell'incommestibile, aggiungeranno molti. Film letterario, preciso Io, per quel gusto della parola, prima ancora delle immagini, che spinge il visionario sulla soglia del “conte”, ormai disabitata nella plastificata e plastificante galassia cinematografica. .E proprio perché intrinsecamente letterario, film che meriterebbe una seconda visione, come sempre i libri, i libri veri, i libri degni, meriterebbero, mi correggo, esigerebbero una seconda lettura. Chi legge, molto legge, sa il godimento tutto sottile di cogliere il dettaglio, abbracciare l'insieme, scandagliare i segni, ritessere i significati, che solo l'impraticata seconda lettura offre a piene mani. Finalmente noi affrancati dall'inseguimento della trama, sì che i colori ci vengono con una nuova inusitata evidenza, e con loro all'orecchio quel ritmo che sempre percorre un'opera, quel battito di cuore che dall'”artifex” passa allo "spectator", ineludibilmente. Allo stesso modo percorrere “Grand Hotel Budapest” con uno sguardo solo, per quanto attento, per quanto fisso, non vorrebbe dire altro che disossare l'offerta del regista riducendola a carosello rutilante di coloriture e funambolismi visivi in cui tutto sembrerebbe, ripeto sembrerebbe, risolversi. Senza dubbio, poi, questa impronta marcatamente letteraria del film, che pretende di essere letto, prima che visto, è il segno non soltanto di una sovversione culturale rispetto ad un modello di opera cinematografica appiattita sulle immagini, addirittura è il sintomo superbo di un revirement, di un ritorno al primato della letteratura, quanto mai vitale in questi tempi di lento stillicidio della parola colta, della parola “narrata”, inghiottita com'è nel gorgo di sillabe vuote, vendute e svendute, orfane di senso. Mi direte che la traduzione di nouvelles nel linguaggio immediato dell'opera cinematografica è una pratica ancora diffusa, niente affatto dismessa, arzilla e ricorrente, anzi. Se non fosse poi che le traduzioni correnti hanno tutte, o quasi tutte, il maledetto, dannatissimo vizio di spalmare i molteplici livelli della narrazione “letteraria” sul piano bidimensionale di immagini scorticate di ogni chiaroscuro, di tutti quei chiaroscuri che la parola, la parola scritta, può e sa. A tacersi oltretutto degli effetti che la narrazione cinematografica, scarna suae naturae, per sistemiche esigenze di immediatezza, ha finito col produrre nel campo prossimo della letteratura, che s'è fatta tristemente funzione dipendente di quel linguaggio delle immagini che nel primo novecento (magico, meraviglioso primo novecento) sapeva all'opposto anticipare, e anticipando promuovere. Prendete Altaman, ad esempio, prendete la sua tecnica narrativa tutta briosa, spumeggiante, deviante e deviata ad un tempo, sottilmente schizofrenica. Pronta a scommetterci io che lo avrete pensato un grande innovatore dei codici narrativi, un pioniere senz'altro nella rappresentazione del mondo, dello Zeitgeist. Non fossi inciampata nelle mirabolanti mises-en-scene, nelle immaginifiche profezie di Evelyn Waugh vi darei ragione, e non potrei che darvene. Ecco tuttavia che la braccata fortuna di incrociare la sua penna, svela sorprendentemente l'antico primato della letteratura incaricata da sempre, per statuto, del difficile compito di fotografare la realtà, vivisezionarla, prevedendone per illuminato visus gli sviluppi eventuali e probabili. Leggete, dico, Corpi vili, leggetelo lentamente, molto lentamente, in opposizione meditata e necessaria alla velocità fagocitante del testo, leggetelo, e mi direte poi, solo poi, chi fu pioniere. Se Waugh. Se Altman.

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