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Lettere al Direttore

Lettera di un insegnante a Giorgio Napolitano sulla Buona scuola

Lettera di un insegnante a Giorgio Napolitano sulla “Buona scuola”. Presidente emerito Giorgio Napolitano, sono un musicologo, compositore e soprattutto insegnante precario della provincia di Livorno. Dopo aver diffuso l’anno scorso con una pubblicazione editoriale le mie idee su un’eventuale riforma scolastica, assisto oggi perplesso ed indignato a quella cosa (non mi viene nessun altro termine meglio calzante) che passa sotto il nome, meglio nome d’arte, meglio ancora nome ad arte, di “Buona scuola”. Ne scrivo a lei poiché, dopo quanto avvenuto alle passate elezioni, l’esser qui giunti è in gran parte conseguenza del suo agire, e pertanto una sua maggiore esposizione in senato mi parrebbe gesto dovuto. Ciclicamente nella storia del nostro popolo italiano capita che a lunghi periodi di sonno e di mera sopravvivenza si alternino improvvise vampate di genio rivoluzionario, tali da cambiare il corso degli eventi non solo del nostro paese ma persino degli altri; come se l’orgoglio italico, dopo lunghi letarghi, decidesse di svegliarsi, non più per seguire passivamente le direzioni altrui imposte ma per dettarne noi di nuove, mai viste prima ed adesso mirabili. La storia del mondo occidentale, storia politica, artistica, culturale, scientifica e sociale, deve molto a questi guizzi italici. Nel febbraio 2013 un nuovo lampo aveva percorso il paese, il suo nome: Movimento 5 Stelle. Mai osservato prima in nessun luogo, un gruppo di cittadini associatisi attorno ad una piattaforma si candidava alle elezioni politiche, con una risposta del paese incredibile: il Movimento 5 Stelle fu il “partito” più votato in parlamento. Ecco l’improvvisa vampata rivoluzionaria italiana che tanto ci rende ammirati nel mondo. Avremmo potuto dettare agli altri paesi una nuova linea di possibile modus operandi governativo, avremmo potuto tirar fuori il nostro da quelle sfiduciate sabbie mobili che da decenni, di repubblica in repubblica, ci fanno disconoscere il buon valore della politica, avremmo insomma potuto svoltare d’improvviso verso una pagina di storia realmente nuova, ma ciò non fu; non lo volle il “porcellum” e non lo volle lei, presidente emerito, ed anziché provare a dar fiducia a questa geniale vampata degli italiani, o, perché no, rimandare tutti alle urne, ci fece assistere al balletto dei nomi “altri”, da Bersani a Letta, fino alla comparsa di Renzi (chi era costui?) con un gioco di magia sul cui trucco s’interrogano ancora i migliori prestigiatori del mondo, il tutto con buona pace del popolo sovrano. Questo suo atto di legittima prudenza, o mancanza di coraggio - non qui se ne vuole discutere, ai posteri l’ardua sentenza - che sfociò in un governo a tutti i costi, che non poté che essere di larghe intese, si ritenne necessario vista la crisi economica che attraversava il paese. D’accordo. Se ciò è premesso vuol dire che il governo formatosi era da intendersi di gestione della crisi, non certo di stravolgimenti sociali futuri, poiché per far ciò è necessario che il mandato venga pienamente dal popolo, che si esprime per come gli è concesso, con il voto. Ed eccoci tornati alla “Buona scuola”. La stampa se ne è occupata molto ma spesso perdendo di vista il cuore della riforma. Dietro ai vari provvedimenti, dai presidi-sceriffi ai docenti-nomadi, si nasconde - in vero nemmeno tanto nascosto - un’idea sociale ben chiara: la formazione dei fanciulli non è affare statale ma privato. Non per una questione di sovvenzioni (si è provato anche questo!) ma per ragioni di reclutamento. Potendo il dirigente scolastico assumere chi vuole dandogli il compito che vuole, ecco che le scuole porteranno dei chiari marchi di fabbrica in base all’orientamento del dirigente del caso: avremo la scuola di destra, la scuola di sinistra, la scuola anti-terroni, la scuola pro-terroni, la scuola laica, la scuola religiosa, la scuola borghese, quella operaia, quella xenofoba, omofoba… e fermo qui un elenco che s’immagina possa facilmente degenerare. Ora, senza voler entrare troppo nel merito della questione, senza volerne indagare gli eventuali principi d’incostituzionalità, senza voler sottolineare l’imminente morte del libero insegnamento che in una scuola dell’obbligo suscita ancora più orrore, la mia riflessione vuole fermarsi ancor prima sul fatto che un cambiamento così radicale, fortemente contrario al percorso storico evolutivo del nostro paese fin dalla sua unità, che stravolgerà il tessuto sociale del prossimo futuro, sarebbe dovuto nascere da un governo sostenuto da un consenso chiaro della popolazione, e non da un governo di larghe intese, passato di mano in mano, nato per gestire la crisi e privo di qualsivoglia mandato plebiscitario. Non è formale la questione, ma etica, etica politica! Pertanto, avendo lei operato per decidere il corso in tal senso, ed essendo sicuro che del presupposto etico della politica lei sia convinto, le chiedo di prendere la parola in senato e di voler chiarire che sovrano è il popolo e pertanto chi vuole cambiare faccia al corso della nostra storia intaccandone così profondamente il tessuto sociale deve prima passare dalle urne: il popolo italiano deciderà chiaramente a chi affidare un tale incarico e sono certo che ci penserà bene prima di dare il proprio consenso ad un preposto qualunque. Livorno, 27/05/2015 Giancosimo Russo

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