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Lettere al Direttore

malasnaità e giustizia

Egregio Direttore, siamo i genitori di una bimba morta per malasanità nel 2010, dopo un’agonia di 145 gg. dalla nascita (in calce i nostri dati e quelli del procedimento a documentare la veridicità del caso). In questi giorni nostra figlia avrebbe compiuto 5 anni: al dolore per la morte si associa lo strazio di 5 anni da ostaggi del sistema giudiziario, per un’evoluzione del procedimento penale indegna di un paese civile: il I° grado di giudizio deve sostanzialmente iniziare, si sono tenute solo un paio di udienze dibattimentali. E’ un procedimento avviato nell’agosto 2010 che ha richiesto oltre 4 anni prima del rinvio a giudizio, peraltro di un unico imputato, nonostante le segnalazioni agli organi competenti (CSM, Ministro, Procuratori Generali) a fronte delle anomalie riscontrate. Indagini quanto meno lunghe e imprecise durate 4 anni, ulteriori 7 mesi sprecati prima del decreto che ha disposto il rinvio a giudizio, peraltro di un unico imputato, con la necessità di 3 udienze preliminari, per gli errori commessi dal PM con la nullità della I^ richiesta di rinvio a giudizio decretata dal GUP e il rinvio della 2^ udienza per la rettifica di un capo di imputazione errato; infine un’imputazione che non riflette le effettive responsabilità, neppure dell’unico imputato. Ne è scaturito un elevato rischio di prescrizione: il reato individuato - omicidio colposo - si prescrive in 6 anni e anche con un atto interruttivo della prescrizione o persino una sentenza in I° grado, si prescriverà in 7,5 anni dalla morte della bimba: il 25 giugno 2018, mancano meno di 3 anni. Anche il dibattimento non sembra prospettarsi migliore; fissato originariamente nel 2016 è stata anticipato a quest’anno su nostra richiesta (dopo altri 4,5 mesi buttati via) ma la I^ parte del calendario dibattimentale prevede sole 4 udienze nel 2015, con la dissoluzione di un ulteriore anno dei termini prescrizionali residui e il respingimento delle richieste di accelerazione delle udienze per l’eccessivo carico di ruolo del giudice: la prossima udienza è a settembre, 4,5 mesi dopo la precedente, la successiva in dicembre, 2,5 mesi dopo. Un andamento che favorisce involontariamente la prescrizione: il calendario – oltre a rendere inutile l’anticipo concesso - non considera i tempi “assorbiti” dalla fase preliminare e dissolve così ogni speranza di giustizia e di un verdetto definitivo al termine dei vari gradi di giudizio; con questo approccio ci vorrà almeno l’intero 2016 per il I° grado e i tempi per un processo d’appello a Roma sono superiori ai 2 anni. Tutto ciò si sta verificando infatti non in provincia ma in uno dei più importanti tribunali: nella capitale, a due passi dal ministero competente, dal CSM, dalla politica, tutti portati a conoscenza della vicenda. Se si verificherà la prescrizione le responsabilità non saranno ascrivibili all’istituto in questione – come si farà pilatescamente ex post - ma ad una gestione poco tempestiva del procedimento, in particolare nella fase preliminare: una giustizia ritardata è di per sé una giustizia negata. Al di là della cause si constaterà inequivocabilmente che la morte di un animale avrebbe ottenuto maggiore attenzione per la pressione delle associazioni animaliste; le vite dei genitori saranno state tenute in ostaggio, imprigionate per anni in quella che si rivelerà ex post una farsa. Alla tragedia sofferta si associa il sentirsi sbeffeggiati e ignorati dalle istituzioni (o puniti per aver reclamato giustizia nelle sedi di legge a fronte delle anomalie riscontrate ?) che avrebbero dovuto tutelarci. E’ inverosimile che davanti al rischio di prescrizione non ci siano margini per un processo tempestivo; riteniamo che in questo caso la magistratura giudicante può ancora ovviare alle responsabilità per gli errori e i ritardi della magistratura inquirente, nonché evitare che alla malasanità si sovrapponga la malagiustizia: in un paese civile, in 3 anni sono possibili 3 gradi di giudizio. Non stiamo contestando i singoli - lo abbiamo fatto e lo rifaremo, se opportuno, nelle sedi e agli organi competenti, rimaniamo in attesa dell’esito delle nostre segnalazioni – pur con ogni comprensione per il carico di ruolo del singolo giudice risulta inaccettabile un funzionamento del sistema che ci costringe ad assistere ad una nuova agonia, in ambito diverso da quello medico: quella del diritto ad avere giustizia. Gli appelli ai Presidenti del Tribunale e della Sezione competente, nonché la segnalazione della vicenda alle massime cariche istituzionali - riconsegnando simbolicamente i certificati elettorali a rappresentare lo stato d’animo dei genitori – chiedendo il ripristino dello stato di diritto, perché i processi si celebrino tenendo conto del rischio prescrizionale e i procedimenti penali possano concludersi con un verdetto definitivo al termine dei vari gradi di giudizio, non solo cadono nel vuoto ma risultano controproducenti: sono percepiti come irrispettosi; le segnalazioni dei ritardi e degli errori non ottengono risultati, anzi destano irritazione. Errori e ritardi continuano a verificarsi e sono suscettibili di far saltare anche la prossima udienza e sprecare altri mesi; la segnalazione dell’ennesimo errore resta senza seguito. Come interpretare cosa sta accadendo? La morte di una bimba è un “reato minore” da non perseguire con la tempestività e la rigorosità prescritte? Cosa dovrebbero fare i genitori davanti al rischio che la morte della propria figlia sia cancellata, come nulla fosse successo, come non fosse mai esistita, come non fosse mai stata concepita? Rassegnarsi al prevedibile epilogo, rimanendo ostaggio di un procedimento destinato a rivelarsi inutile, sapendo che non ci sono speranze di giungere ad un verdetto definitivo? Revocare la costituzione di parte civile e andarsene all’estero, vergognandosi di essere italiani, perché questa non è la giustizia di un paese civile, in particolare per un caso che riguarda la morte di una bimba? Inscenare proteste plateali davanti alla Procura, al Tribunale, al Ministero o al CSM, tutte istituzioni già portate a conoscenza delle peculiarità delle vicenda? Siamo persone comuni che non cercano clamori, come dimostrano gli anni trascorsi in attesa che le istituzioni svolgessero il loro ruolo; tuttavia riservatezza significa oblio e siamo costretti a rivedere l’iniziale decisione di vivere la nostra come una tragedia privata, lo consideriamo un estremo tentativo per nostra figlia: da tragedia privata a pubblica vergogna. Le segnaliamo questa storia, con un’esposizione dei fatti a nostro avviso equilibrata nonostante quanto avviene e quanto rischia di verificarsi, con la disponibilità a supportare documentalmente la veridicità di ogni passaggio descritto; Le rivolgiamo un appello ad aprire un dibattito perché il presidio della società civile eviti che la morte di una bimba sia sostanzialmente cancellata: non sarebbe da paese civile e rivelerebbe un paese degno di essere cacciato dell’Europa, non per il debito o per lo sforamento di parametri vari ma per un’etica davanti a questo tipo di tragici eventi imbarbaritasi sino al cinismo più bieco. Nel ringraziarla anticipatamente per quanto riterrà opportuno fare, le porgiamo i nostri distinti saluti. Antonia Spataro Giuseppe Sturniolo Giuseppe Sturniolo, nato a Taurianova (RC), il 26/6/1966 C.I. N.° AS 4600027 e Antonia Spataro, nata a Taurianova (RC) il 3/8/1969, C.I. N.° AT 4759920, residenti a Gioia Tauro (RC), Viale Rimembranze n 16/P, dimoranti in Roma. Procedimento penale n 46684/2010, poi n 67/2013 Procura di Roma, n 7630/14 Ufficio GIP-GUP, quindi n 19705/14 Tribunale di Roma

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