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Lettere al Direttore

Lamento per il Sud

Gentile direttore, dopo la recente pubblicazione del rapporto Svimez sulla situazione economica del Sud d’Italia (desertificazione umana e industriale, emigrazione come emorragia continua e calo drastico delle nascite sono alcune delle parole chiave) la tentazione - da molti assecondata - è quella di un ennesimo “lamento” di sofferenza ed impotenza inteso come j’accuse rivolto innanzitutto agli ‘altri’, alle politiche imposte da classi dirigenti nazionali, estranee e ‘straniere’, motivate a mantenere il Mezzogiorno in una situazione di subordinazione per evidenti interessi nordici. Ma è proprio così? E, soprattutto, questa diagnosi è accettabile per un nuovo pensiero meridionalista, per un meridionalismo 2.0 che – come aggregazione di spiriti e cuori applicati allo sviluppo del Sud – sappia e possa contribuire al superamento definitivo di questa crisi apparentemente infinita? A mio parere no, per me non basta. Anzi, la crisi attuale è anche frutto di un meridionalismo di maniera e privo di slancio ed è crisi, innanzitutto, degli esiti catastrofici di una spesa pubblica irresponsabile ed improduttiva che ha drogato un Territorio oggi – a risorse finite - in piena crisi di astinenza. Un Territorio incapace non di ripartire ma di partire davvero dopo il dispendio inesausto e cieco di risorse pubbliche (pensiamo alla Cassa per il Mezzogiorno e, poi, alle diverse leggi di finanziamento dell’imprenditoria che hanno finito per arricchire potentati locali e non poche aziende del Nord che una volta costruiti i capannoni, e incassato i soldi, hanno abbandonato il campo senza che nessuno chiedesse il conto di cotanto sfascio). Risorse collettive finite in rivoli insalubri di corruzione, clientelismo, favoritismo, creazione di innumerevoli stipendifici parapubblici che hanno contribuito ad infiacchire e svilire l’apporto di tanti lavoratori sottratti alle normali dinamiche di mercato, mentre i più – quelli senza Santi in Paradiso – sono stati – e sono ancora - costretti alla emigrazione. Cosa fare dunque? Non mancano di certo gli apporti ideali nobili a cui fare riferimento, lezioni ‘storiche’ - e per questo più affidabili - di un vero meridionalismo che ha sempre spinto per l’assunzione diretta di responsabilità, per l’investimento di rischio di risorse private e per una spesa pubblica mirata ed efficace, tesa all’abbattimento di quelle barriere – non solo di criminalità organizzata ma anche burocratiche, logistiche e di trasporto – che impediscono l’affrancamento definitivo dalle distorte dinamiche, ancora vigenti, del notabilato, del ‘caporalato’ lavorativo dai più bassi ai più alti livelli, del favore elemosinato, concesso e pagato … in sintesi, l’affrancamento da tutte quelle dinamiche illiberali, anti meritocratiche e nemiche dell’intrapresa privata di rischio e di profitto che hanno ridotto il Sud in tale odierna situazione: privo di una Banca di Territorio, di una classe produttiva degna di questo nome, di una borghesia finalmente illuminata che cessi di ricercare gli utili sfruttando illegalmente il basso costo del lavoro offerto dai troppi lavoratori/schiavi in nero ed in grigio. Dovessi fare due nomi, dovessi indicare due numi tutelari di questo meridionalismo necessario che superi - nel richiamo ad una passato solo apparentemente remoto - le insufficienze di un passato prossimo capace solo di chiedere elemosine e drenaggio di risorse dallo Stato Centrale, indicherei i nomi e le storie di Gaetano Salvemini e Luigi Sturzo. In particolare, il Salvemini anti giolittiano e federalista che auspicava, nei primi anni dello scorso Secolo, l’abolizione di ogni protezionismo e privilegio a favore del metodo liberale e di mercato, e lo Sturzo ‘americano’ del secondo dopoguerra che con il suo antistatalismo di matrice cristiana si impegnò nei suoi scritti e nell’iniziativa politica a sostenere l’iniziativa economica autonoma, libera e produttiva, quei corpi intermedi, quel settore privato impegnato anche in attività e servizi di interesse pubblico (pensiamo all’educazione, alla sanità ma anche all’edilizia) che, con tutti i limiti ed appunto le contraddizioni territoriali sempre evidenti, ha consentito il miracolo economico italiano, insieme a quello tedesco, dopo la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale. In quel tempo, l’alta produttività del lavoro e salari competitivi con il resto del mondo – era la famosa ricetta Einaudi – consentirono l’industrializzazione d’Italia e lo sviluppo di quel ceto medio che ancora oggi costituisce il nerbo portante del nostro Paese. Ancora oggi, tale dovrebbe essere la ricetta da applicare al Sud: Contratti Collettivi di Lavoro di Territorio ed Aziendali - magari legati ad una diretta responsabilità di gestione d’impresa da parte dei lavoratori - e sostegno delle più moderne dinamiche imprenditoriali, anche attraverso forti sburocratizzazioni ed agevolazioni logistiche e fiscali, potrebbero finalmente ingenerare processi virtuosi endogeni. L’esempio della FIAT di Melfi – che esporta la Jeep Renegade in tutto il mondo e che ha 2000 nuovi addetti – è la concreta testimonianza di quanto sopra auspicato. Da ultimo, una considerazione inevitabile: una riforma davvero radicale dell’esistente non può non passare per un profondo ripensamento dei partiti e delle dinamiche elettorali; presuppone, quindi, una maturità democratica che, purtroppo, non è proprio dietro l’angolo e che, anzi, è stata ‘ritardata’ dagli abusi di un sistema di ‘rilancio’ che puntando tutto sulla gestione locale di trasferimenti a fondo perduto dallo Stato Centrale ha solo ingrassato signorie burocratiche e politiche, a tutto danno di una cittadinanza così abituata ad individuare nella gestione personalistica della spesa pubblica una possibile fonte di reddito da distribuire clientelisticamente. In sintesi, finché il voto non sarà davvero individuale, di coscienza e sganciato da interessi particolaristici, il Sud non riuscirà a produrre una classe dirigente davvero capace di una visione di lungo periodo. Dobbiamo responsabilmente accettare il fatto che non esistono solo candidati impresentabili ma, ancora peggio e purtroppo, che esistono tanti, troppi elettori impresentabili … tutti coloro che con il voto familiare, di clan, di interesse spicciolo ed immediato, ci condannano ai corsi e ricorsi di una leadership incapace di scelte davvero di svolta – magari impopolari nel breve periodo – una leadership sino ad oggi fin troppo rappresentativa delle dinamiche infette della società ‘imbrigliata’ e colpevolmente impotente del nostro Sud. È chiaro, quindi, che a tale livello della diagnosi il “lamento per il sud” cessa di essere uno sterile ed irresponsabile pianto consolatorio ed autoassolvente ed assume la forma di un “contrappunto di dolcezze e di furori” nel quale la “stanchezza” per la triste condizione presente non può che spingere ad una presa di consapevolezza dura e fattiva, fino ad essere un “lamento di amore senza amore”, senza sentimentalismi … come una medicina amara ma efficace. 01/08/2015 Enzo Musolino Lamento per il Sud La luna rossa, il vento, il tuo colore di donna del Nord, la distesa di neve … il mio cuore è ormai su queste praterie in queste acque annuvolate dalle nebbie. Ho dimenticato il mare, la grave conchiglia soffiata dai pastori siciliani, le cantilene dei carri lungo le strade dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie, ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru nell’aria dei verdi altipiani per le terre e i fiumi della Lombardia. Ma l’uomo grida dovunque la sorte di una patria. Più nessuno mi porterà nel sud. Oh, il Sud è stanco di trascinare morti In riva alle paludi di malaria, è stanco di solitudine, stanco di catene, è stanco nella sua bocca delle bestemmie di tutte le razze che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi che hanno bevuto il sangue del suo cuore. Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti, costringono i cavalli sotto coltri di stelle, mangiano fiori d’acacia lungo le piste nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse. Più nessuno mi porterà nel Sud. E questa sera carica d’ inverno È ancora nostra, e qui ripeto a te Il mio assurdo contrappunto di dolcezze e di furori, un lamento d’amore senza amore. Salvatore Quasimodo

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