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Gentilissimo Direttore, da tempo è ufficiale: l’Italia è in svendita. Anzi, in omaggio. Il popolo che ne ha fatto la storia è inadeguato a continuarla e cede il testimone ad altri. Infatti non lascia eredi. E’ un “déjà vu”, una storia che si ripete in natura. Le specie inadeguate all’ambiente si estinguono e cedono il posto ad altre. E il popolo italiano è con tutta evidenza inadeguato. E’ in atto infatti, a causa del “vuoto” demografico (in natura, come si sa, vige l’”horror vacui” e in base a tale legge ogni vuoto viene colmato), una massiccia colonizzazione da parte di altri popoli, che esprimono culture diverse, ma evidentemente più adeguate in termini darwiniani. Non è un fatto che riguardi solo l’Italia, poiché è tutto il mondo occidentale “benestante” (ma fino a quando?) a esserne interessato. La cultura occidentale, cui si deve in larghissima misura il progresso scientifico e tecnologico dell’umanità e che ha prodotto una messe sconfinata di capolavori artistici, letterari e dell’ingegno, si avvia a chiudere il suo ciclo storico per cedere il testimone ad altre, che si vanno espandendo grazie all’enorme spinta demografica. Se tutta l’Europa piange, di certo l’Italia non ride. Se dobbiamo ragionare secondo la filosofia del “mal comune, mezzo gaudio”, di certo ci possiamo consolare: è tutta la classe politica europea, e non solo quella italiana, a ignorare il problema, anzi ad aggravarlo. Il “cupio dissolvi”, ossia il desiderio di annullare la propria identità in un tutto indistinto, in un coacervo pseudomulticulturale, è l’atteggiamento mentale largamente maggioritario in Europa e di conserva anche in Italia, che si sente così pienamente inserita nella comunità superstatuale votata all’annullamento di sé. Sia fatta la volontà dei nostri politici. Non lamentiamoci però poi delle conseguenze: come recita il proverbio, “mal che si vuole, non duole”. Continuiamo su questa via: il risultato è assicurato. Quando multiculturale cominciasse a diventare multiconflittuale, evitiamo di strapparci le vesti. Manca una qualsiasi parvenza di politica demografica. La famiglia è vista solo come entità fiscale. L’onere economico rappresentato dai figli (che, per inciso, saranno – anche se viene ignorato - i cittadini di domani) è a totale carico dei genitori: “cavoli” loro se hanno fatto questa scelta infelice; nessuno li ha obbligati. Quasi mi meraviglio che sui figli non venga messa una nuova tassa. Stando così le cose, non posso che ribadire: se tutto va bene, siamo rovinati. Con i più cordiali saluti.

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